Tito

Operazione interessante, che riflette in modo inusuale da un lato sulla disabilità, dall’altro sugli stereotipi di genere, Tito rappresenta un esordio non privo di mordente (pur nei limiti di un’estetica indie a cui il film paga il suo pedaggio) per l’attrice/regista Grace Glowicki.

Run, Tito, Run

In fuga da un imprecisato aggressore, lo spaventato Tito trova rifugio in una casa disabitata. Qualche giorno dopo, il giovane trova in casa un intruso, con cui stringe una strana amicizia. [sinossi]

Viene quasi naturale fare un parallelo, vista la vicinanza temporale – ma anche alcune indubbie affinità tematiche ed estetiche – tra questo Tito e il contemporaneo film che vede protagonista l’attrice Grace Glowicki, Raf. Entrambi i film fanno parte – seppur in sezioni diverse – del cartellone della 37a edizione del Torino Film Festival; entrambi vedono la giovane attrice canadese, volto nuovo dell’indie locale, nel ruolo di un personaggio sui generis, dalla fisicità (e sessualità) più che mai sfuggente. Ma l’esordio dietro la macchina da presa della Glowicki spinge un po’ più in là la ricerca già presente in Raf, arrivando (sopra ogni altra cosa) a spogliare il racconto di qualsiasi orpello, per restituirne il livello più essenziale e istintivo. Non prova neanche, la Glowicki, a costruire un vero e proprio intreccio intorno alla storia del giovane disadattato Tito (da lei interpretato) e del suo nuovo, improvvisato amico/aguzzino: tutto è concentrato lì, nella (breve) coazione a ripetere della routine costruita dai due, splendida e fragile e dalla vita prevedibilmente breve. Non c’è altro: e nella visione del film, probabilmente, non ce n’era nemmeno bisogno.

C’è molto dell’indie americano dell’ultimo ventennio, in Tito, unito però a deragliamenti onirici quasi da horror, tutti riassunti in quella fuga iniziale da un predatore che resta visibile solo alla sua preda, e dalle visioni (e suoni) di ipotetici aggressori che ne fiaccano il fisico e la mente. C’è anche (ed è questo uno degli elementi più interessanti del film) un’estetica che adocchia in parte i codici espressivi del cinema muto, specie in un linguaggio del corpo che – unito alla presenza costante della musica, sia intra che extradiegetica – finisce per diventare più importante della parola. Le poche linee di dialogo di Tito e del suo compagno, in effetti, sembrano funzionali a sottolineare un’ambiguità – sessuale prima di tutto – piuttosto che a far progredire il racconto: se da un lato il “Friendly Neighbour” (così definito dai titoli di testa) continua ad appellare il protagonista col sostantivo maschile “man”, le poche linee di dialogo del secondo ne tradiscono abbastanza palesemente la femminilità; l’ossessiva ripetizione, nell’ultima parte, del grido animalesco del “pussy hunt” (con tanto di esplicito accompagnamento mimico) innesca in Tito una crisi senza vie d’uscita.

L’ambiguità (o forse fluidità) della figura del protagonista, unita a un disagio sociale in parte attutito, in parte intensificato dal nuovo arrivato, risulta il leit motiv che accompagna il film in tutta la sua durata. Un’ambiguità che non viene sciolta nemmeno nell’ultimissima inquadratura, e che punta probabilmente, con un gioco di scambi e sovrapposizioni tra prede e predatori, a mettere in discussione gli stereotipi di genere: il protagonista si sente “preda”, fisica prima che sessuale, costantemente in fuga da aggressori reali o immaginari, e va in crisi non appena gli viene proposto di andare lui stesso a caccia. Negli intermezzi onirici virati al giallo ocra che spezzano la narrazione (altro efficace omaggio al muto) Tito balla costantemente da solo, in una confort zone giustamente piccola; ma non appena questa viene occupata da un nuovo ospite, la destabilizzazione è inevitabile. Il potere anestetico dell’erba, fumata in quantità sempre più massicce, non può far nulla allorquando il compagno si rivela nient’altro che un nuovo predatore, seppur più subdolo.

Complesso nei temi a dispetto di una confezione che, nella sua essenzialità, non manca di astuzia, Tito ha il merito di riflettere sulla disabilità e sul disturbo psicologico in modo interessante e inusuale; lo fa mettendo in scena la parabola immobilizzata nello spazio e nel tempo (eppure pregna di suggestioni) di due outsider che non si completano a vicenda. A tratti si sente il bisogno di una narrazione più classica, o comunque di un allargamento di sguardo a rappresentare il contesto, cosa che il film ostinatamente rifiuta di offrire; a tratti, specie nella prima parte, il cedimento all’estetica indie di derivazione statunitense, quella più vieta anche nell’iconografia, si fa sentire forse in modo eccessivo. La vicenda si interrompe quando probabilmente c’era ancora qualcosa da dire; o, comunque, qualcosa che ci sarebbe piaciuto ascoltare. Ma il film, sembra dirci la regista – così come il suo omonimo protagonista – resta quello che abbiamo di fronte; vie di mezzo non ce ne sono. I motivi d’interesse, comunque, in un esordio sicuramente da tenere a mente, non mancano.

Info La scheda di Tito sul Torino Film Festival

  • Tito-2019-Grace-Glowicki-001.jpg
  • Tito-2019-Grace-Glowicki-002.jpg
  • Tito-2019-Grace-Glowicki-003.jpg
  • Tito-2019-Grace-Glowicki-004.jpg
  • Tito-2019-Grace-Glowicki-005.jpg
  • Tito-2019-Grace-Glowicki-006.jpg
  • Tito-2019-Grace-Glowicki-007.jpg

Articoli correlati

  • TFF 2019

    raf recensioneRaf

    di Raf è il racconto di una ragazza, eccentrica e insicura di sé, e del suo incontro con una coetanea benestante ed estroversa. Un conflitto di classe che poco per volta esploderà. Peccato che il film di Harry Cepka preferisca un tono indie sommesso e in realtà superficiale. Brava, in ogni caso, la protagonista Grace Glowicki.
  • TFF 2019

    Blood Quantum RecensioneBlood Quantum

    Contaminazione tra horror zombesco e western, Blood Quantum di Jeff Barnaby tenta la via del prodotto di genere eccentrico e allegorico, ma resta a metà strada tra ambizione e convenzione, scontando una struttura narrativa sbilenca e squilibrata. Al Torino Film Festival per Notte Horror.
  • Venezia 2019

    La Llorona recensioneLa Llorona

    di Ne La Llorona il guatemalteco Jayro Bustamante affronta un tema squisitamente politico come lo sterminio della popolazione Maya Ixiles muovendosi tra le pieghe della storia di fantasmi, e riesumando una figura orrorifica del folklore centroamericano. Vincitore delle Giornate degli Autori a Venezia.
  • Venezia 2019

    Guest of Honour (2019) di Atom Egoyan - Recensione | Quinlan.itGuest of Honour

    di Nuovo thriller psicologico firmato da Atom Egoyan, Guest of Honour, in concorso a Venezia 76, contiene tutte le ossessioni tipiche della filmografia dell’autore armeno-canadese, ma al di là della sua solida confezione rivela scarso mordente e risulta a tratti anacronistico.
  • Altre Visioni

    The Beach Bum (2019) di Harmony Korine - RecensioneThe Beach Bum

    di Con The Beach Bum Harmony Korine prosegue il suo studio etnologico sulla propria cultura allargandolo al ruolo dell'artista, al seguito del suo protagonista, un poeta ebbro di donne e marijuana, creatura sgargiante che tutto assorbe e rivomita, in perfetto equilibrio osmotico con la realtà che lo circonda.
  • In sala

    La mia vita con John F. Donovan RecensioneLa mia vita con John F. Donovan

    di A quasi un anno dalla funesta presentazione a Toronto esce in Italia il settimo film di Xavier Dolan, La mia vita con John F. Donovan: un confuso, prolisso e asettico racconto a proposito dell'assurda - e inverosimile - amicizia epistolare tra un bambino e una star televisiva.
  • Cannes 2019

    The Climb RecensioneThe Climb

    di Esordio alla regia per l'attore italo-americano Michael Angelo Covino, The Climb è un buddy movie sotto forma di commedia che si riappropria dell'understatement tipico dell'indie. Molto piacevole e a tratti molto divertente, anche se in fin dei conti troppo esile. In concorso in Un certain regard a Cannes.
  • Festival

    Torino 2019

    Torino 2019, trentasettesima edizione del festival sabaudo, continua a muoversi all'interno della tradizione, cercando il punto di connessione tra la realtà cittadina e le esigenze di "ricerca". A corredo la retrospettiva sull'horror classico.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento