Intervista a Terry Gilliam

Intervista a Terry Gilliam

Una carriera iniziata cinquant’anni fa con i Monty Python e con le animazioni del Monty Python’s Flying Circus, il suo cinema si è sempre caratterizzato per la sua estetica pop, kitsch, surreale, guardando all’animazione anche nei film live action. Alcuni suoi film sono diventati dei cult, come Jabberwocky, I banditi del tempo, Brazil, Le avventure del Barone di Munchausen, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle 12 scimmie. La sua carriera è costellata di incidenti, di lotte contro i mulini a vento, di progetti falliti, basta pensare all’odissea del suo progettato film L’uomo che uccise Don Chisciotte, andato in porto solo nel 2018. Abbiamo incontrato Terry Gilliam durante il 41 Cairo International Film Festival, dove è stato oggetto di un omaggio.

Più di trent’anni fa hai realizzato Brazil. Ora può sembrare che quel futuro distopico che avevi concepito si sia in qualche misura realizzato?

Terry Gilliam: Di sicuro mi aspettavo l’istituzione del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America [creato da George W. Bush dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, N.d.R.]. E quella logica generale che corrisponde al pensiero: «Oh, abbiamo bisogno dei terroristi per mantenere in affari certi dipartimenti governativi». Mentre stavo promuovendo un mio film negli Stati Uniti, anni fa, dissi che stavo pensando di fare causa a George W. Bush e Dick Cheney per un remake illegale e non autorizzato di Brazil. Siamo diventati una nazione di pagliacci, ecco cosa siamo diventati, il circo è arrivato ma non è bello né piacevole. Sono stato sveglio stanotte perché non mi sentivo bene. Mia moglie dormiva, perché si alza molto presto, perciò mi sono semplicemente messo a guardare tutta la faccenda dell’impeachment… e Fiona Hill, che donna, è incredibile! Voglio dire, i repubblicani stanno semplicemente insistendo, stanno provando a protestare per questioni irrilevanti. Lei invece è davvero fenomenale. Se c’è qualcuno in grado di buttare giù Trump, è Fiona Hill. Un film come Brazil non era semplicemente pessimista ma c’era una dose di realismo. In realtà all’epoca ero fin troppo ottimista, mentre ora non lo sono più. Più osservo il mondo e più penso che il pianeta sia in grossi guai. E cerco in qualche modo di parlarne nei miei film. La mia teoria è sempre stata che, se devi provare a dire qualcosa che abbia una certa importanza, devi sposare il pubblico, essere un cucchiaio di zucchero che aiuta a mandar giù la medicina amara. Ed ecco perché c’è sempre questa vena umoristica, nel mio cinema e in tutto ciò che faccio. Non importa quanto le cose possano andare male, devo comunque cercare di mantenere vivo il divertimento.

Invece esattamente quarant’anni fa usciva Brian di Nazareth, anche questo un film attuale e che guardava avanti.

Terry Gilliam: Credo che lo si dovrebbe vedere proprio ora, è necessario perché è attuale, mentre era incredibile all’epoca. Parla di tutto. Penso che sia stato uno dei nostri film migliori, perché trattava anche di temi seri, non era una buffonata. Ad esempio, eravamo ottimi per la tematica LGBT, c’era la battuta, poi diventata celebre, “Call me Loretta”: «Perché vuoi essere chiamato Loretta, Stan? – Perché voglio avere dei bambini! – Non puoi avere dei bambini, dove hai intenzione di tenere il feto, in una scatola di cartone?». Stavamo trattando argomenti che oggigiorno sono sulla bocca di tutti, roba da notizie in prima pagina. Penso che tutti noi fossimo piuttosto intelligenti, cercavamo di guardare al mondo per cercare nuovi modi per mostrare al pubblico quanto il mondo fosse ridicolo o assurdo. E continua a esserlo tutt’oggi. È proprio questo il mio problema, perché non so quale sia la soluzione a tutto questo. Tutto ciò che vedo ora è un pessimo futuro. Voglio dire, lo vedono tutti, per quanto siamo presi da mille distrazioni. Abbiamo un solo pianeta, e non c’è dubbio sul fatto che sia in guai molto seri. Probabilmente questo è l’unico punto su cui concordo con Trump, anche se per ragioni completamente diverse. È andato a quell’evento a Parigi per il clima. Secondo me è un pessimo accordo. È pessimo perché ormai abbiamo già passato diversi segnali di pericolo, ma non sembriamo interessati a voler prendere provvedimenti. Ad esempio, non so cosa stia facendo la città del Cairo per quanto riguarda i problemi con il traffico, a Londra stiamo passando tutti all’elettrico. Ma se al Cairo dovessero rendere tutto elettrico la città esploderebbe.

È vero che Stanley Kubrick aveva pensato a te per un remake del Dottor Stranamore?

Terry Gilliam: Curioso. Mia figlia mi ha presentato alcune persone di teatro, che volevano propormi di fare una versione teatrale di quel film. Ho trovato che sarebbe stato molto interessante l’idea di adattare Il dottor Stranamore al mondo di oggi. Ho scoperto dopo che Kubrick era morto che mi avrebbe voluto per dirigerne il remake. Non me lo disse prima di morire, ma a quanto pare è vero. Per questo continuo a pensarci. Il problema più grosso è che noi esseri umani siamo troppi. Siamo troppi, e vogliamo tutti le stesse cose. Quindi il mio problema ora è come realizzare un film che parli di ridurre la popolazione, e credo che un approccio alla Stranamore possa essere il modo giusto di farlo. Un’idea che mi veniva in mente, in quest’ottica, riguarda il fatto che in America abbiamo i pro-lifer, che pensano che l’aborto sia sbagliato, che la vita sia tutto. Ho pensato di prenderli, metterli in una posizione di responsabilità, in modo che loro debbano decidere chi deve morire. E i numeri dovrebbero essere enormi. Si parlerebbe di dover togliere dalla circolazione milioni di persone, se volessimo iniziare a occuparci di determinati problemi. Perciò ho pensato che sarebbe stata un’idea interessante, dare ai pro-lifer il compito di decidere chi vive e chi muore.

La tua carriera cinematografica è stata abbastanza tormentata, con progetti abortiti e altri mai realizzati, da Harry Potter a Buona Apocalisse a tutti!, alla Guida galattica per gli autostoppisti. Puoi dirmi cosa è successo per quest’ultimo caso, il tuo desiderio di adattare il romanzo di Douglas Adams?

Terry Gilliam: È stato molto tempo fa. Davvero molto. Douglas Adams era un caro amico. Alla fine ne è stato fatto un film, nel 2005, che era ok. Continuo a pensare a cosa farei se dovessi realizzare ancora un film di fantascienza. Stiamo spendendo così tanti soldi per cercare di raggiungere Marte, per capire se c’è ossigeno, se c’è vita, ma perché non andare in Arizona o nel deserto qui fuori, tra le piramidi. Ciò che penso sia interessante è che stiamo spendendo miliardi per raggiungere Marte e, quando ci riusciremo, il nostro pianeta sarà esattamente uguale a Marte. Con poche forme di vita. Non so come fare un film che parli dei problemi che abbiamo con il pianeta. Di tutto il resto non mi importa, perché questo è fondamentale. Cerco di farlo con umorismo ma finora ho fallito. L’umorismo è vitale. E penso che si dovrebbe poter prendere in giro tutto e tutti, in un modo o nell’altro; perché è qualcosa di grandioso, è una delle cose più fantastiche che abbiamo. Non ci sono molti altri animali che sembrano avere il senso dell’ironia o dell’umorismo come gli umani. Ci aiuta ad andare avanti nei periodi difficili, non importa quanto sia dura la vita. La gente sopravvive perché mantiene il proprio senso dell’umorismo. Questo mi è rimasto impresso l’altro giorno quando ho visto quella pittura di Osiride mentre va verso l’aldilà, e il suo cuore è più leggero della piuma. Quindi vivere a cuor leggero, spensierati è la maniera giusta di vivere, no? Non importa quanto possa arrabbiarmi per come stanno le cose, cerco sempre di trovare l’ironia in tutto quanto perché talvolta l’umorismo è il modo migliore per poter affrontare la propria impotenza. Quando non hai assolutamente potere, puoi ridere, puoi dire una battuta. E con questo ti impadronisci di un po’ di potere, ed è importante.

Dei tanti progetti falliti, invece, mantieni la speranza di riesumarne qualcuno?

Terry Gilliam: Dovrei ricevere degli awards per tutti quelli che non ho fatto perché la gente era lieta che non avessi fatto qualche cazzata. [Ride, N.d.R.] Ho queste sceneggiature di Richard LaGravenese, che ha scritto La leggenda del re pescatore. Lui e io stiamo cercando di resuscitare una vecchia sceneggiatura che aveva scritto dopo quel film. Non so se riusciremo a farcela, ora come ora è un mondo completamente sbilanciato, con Netflix e Amazon, e il potere che hanno. I fratelli Coen, Martin Scorsese, tutti stanno correndo verso Netflix perché ultimamente tutti noi vogliamo solo i soldi per fare i film e Netflix lancia soldi alla gente. Questo è quello che sta succedendo adesso. Il mio problema con tutto ciò è che la gente non va più al cinema, si siede a casa e guarda cose da lì. Non c’è niente di sbagliato in tutto questo, è che il cinema è sempre stata un’esperienza comunitaria, condivisa. Per questo era divertente, perché quando uscivi si discuteva di ciò che avevi visto. E questo non succede più adesso, perché c’è questo loro piccolo circolo e non funziona più allo stesso modo. Mi piaceva vedere la gente discutere dei miei film, perché si scatenavano sempre dei gran confronti. Lo adoravo. È successo anche con i Python, quando eravamo in televisione, c’erano solo tre canali allora. Quindi il lunedì, perché andavamo in onda la domenica sera, tutti nei negozi e negli uffici ne parlavano, sia bene che male. Ma ti dava uno spunto per discutere, esprimere le tue idee e il modo in cui vedi il mondo in opposizione a come lo vediamo noi, ed è salutare, fa bene. Non so se ora funziona allo stesso modo. Ho sempre cercato di stare fuori dagli schemi. È per questo che ho fatto solo dodici film, perché impiego quattro anni tra un film e l’altro per cercare di ottenere i fondi. C’è un episodio interessante, di quando andai a Hollywood per cercare di trovare dei fondi per un progetto. Abbiamo questo incontro con dei dirigenti e mi dicono: «Oh Terry, è un piacere averti qui. Adoro i tuoi film, sono fantastici, bla bla bla». Allorché io gli dico di avere una sceneggiatura nuova, e loro rispondono: «Non saprei cosa farmene». Tutti mi hanno detto la stessa cosa per ogni film che ho fatto, ma alcuni hanno avuto molto successo. Prendiamo ad esempio L’uomo che uccise Don Chisciotte, in tutti questi anni, siamo riusciti a raccogliere circa 12 milioni e mezzo di dollari. Sapevo che il film sarebbe costato 16 milioni di dollari, la metà rispetto a quando avevamo iniziato con Johnny Depp, includendo altri 2 milioni. Bei tempi. Ma abbiamo abbassato tutto per cercare di ottenere i fondi. È stato solo verso la fine che mia figlia, che è uno dei produttori, ha incontrato una signora che recentemente aveva ottenuto una grossa somma di denaro. Aveva visto Lost in La Mancha, e conosceva la storia che stavo cercando di realizzare. Ci ha dato 3 milioni e mezzo di dollari, è stata un po’ una fata madrina e… bing, puoi andare al ballo! È il mercato. Non eravamo andati molto lontano, ma c’è stata questa donna che aveva i fondi e sembrava molto interessata. Le piaceva l’idea di investire dei soldi in un film invece che comprare un altro Damien Hirst. Il problema fondamentale è che il successo al botteghino ha solo in parte a che vedere con la qualità del film. Ho avuto così tanti film che consideravo dei classici che si sono rivelati un disastro, perché la distribuzione non è andata nel verso giusto. Come ad esempio Paura e delirio a Las Vegas. Deve uscire una versione rivista con nuove interviste a Benicio del Toro, uscirà in Inghilterra tra un paio di settimane. Ma quando il film è uscito, con Johnny Depp e Benicio del Toro, in America ha fatto dieci milioni di dollari. È stato un completo disastro. È andata così per via della distribuzione e per come vendevano il film, per come lo promuovevano. Il trailer era pessimo, promuovevano un film eccentrico di due ragazzi scalmanati a Las Vegas. E dai, non parla di questo [Ride, N.d.R.].

Hai parlato di umorismo che è uno degli ingredienti del tuo cinema. Puoi dirmi qualcosa invece dell’aspetto favolistico che permea quasi tutti i tuoi film?

Terry Gilliam: È ciò con cui sono cresciuto. Fiabe e favole. E ciò che mi piace delle favole è che ne conosciamo le regole, e possiamo giocare con esse. Come in Jabberwocky, che è stato il primo film fatto per conto mio. Adoro l’idea del lieto fine in un film, anche se non è un lieto fine per la banca. Quello che mi affascina sono le fiabe in collisione. Hai delle strutture semplici come il re in cima, quindi il cavaliere, la principessa e così via. Noi possiamo giocare con queste regole. Quando hai strutture più complesse, strutture sociali, diventa un tipo diverso di film. Credo che le mie opere non siano tanto riferibili alle favole, quanto alla tensione dello scontro tra immaginario e realtà. Sto semplicemente cercando di spronare le persone a immaginare un mondo migliore. E magari potrebbe avverarsi. Se non lo immagini, non succederà mai. Tutto qui, ma sto diventando vecchio e cinico, e non è salutare. [Ride, N.d.R.]

La tua posizione netta contro il movimento #MeToo ha creato non poche critiche. La confermi?

Terry Gilliam: Certo. Per fare i casting io semplicemente ingaggio coloro che ritengo i migliori per quel determinato lavoro. Stiamo davvero parlando di cose ridicole. In questo momento a Hollywood c’è molta pressione per tutto questo: se vuoi un personaggio transgender, devi usare un attore transgender ma è ridicolo. Se vuoi avere un serial killer, devi procurarti un attore serial killer che abbia ucciso molte persone. È la stessa logica: fare l’attore vuol dire essere un camaleonte. Ed è una direzione per menti piuttosto chiuse quella dove stiamo andando. A Hollywood, lo so perché ho amici, un sacco di amici lì, tutto questo sta andando avanti da molto più tempo rispetto a quando la stampa ne è stata messa al corrente, anche prima del movimento #MeToo. Prendiamo il caso di Will Smith, che era stato apparentemente ingaggiato per interpretare il padre delle tenniste Venus e Serena Williams in un film. Ma poi c’è stata una gran reazione negativa: no, non può farlo perché si, è nero, ma non è abbastanza nero, ha la pelle troppo chiara. Tutto questo sta diventando troppo ridicolo. Poi penso ad esempio a Zoe Saldana, che aveva interpretato una cantante degli anni ’60, Nina Simone. Ma Zoe Saldana ha la pelle molto più chiara rispetto alla persona che doveva interpretare, che aveva la carnagione più scura. Quindi ha utilizzato del trucco, ed è stata messa alla gogna per averlo fatto. È ridicolo. Se dovessi recitare in un film italiano, mi dovrei scurire la pelle. O comunque dovrei tentare di sembrare mediterraneo, perché non lo sono. Ma sono tutte assurdità superficiali. Tuttavia, sono queste le notizie principali, quando i veri problemi sono altrove. Quando Julia Roberts era la più grande star del pianeta, c’erano attori maschi pagati quanto lei? È un mercato. Questa è Hollywood. Quando reciti, il tuo valore consiste in quanto pubblico puoi portare, non il tuo talento. Penso alla situazione di Michelle Williams e Mark Wahlberg. Mark Wahlberg può riempire un cinema, no? Michelle non può. Per questo abbiamo gli agenti, che si occupano di tutto questo. Se sono i soldi il problema, trovati un agente migliore, questo è quello che ti serve. Ciò che non mi piace, e ritengo sia positivo che sia venuto alla luce, sono i predatori, come nel caso di Harvey Weinstein. Hollywood è sempre stato, e probabilmente lo sarà sempre, un luogo dove conta il potere, e del potere si abusa sempre. Quello che ha causato un po’ di problemi è quando ho detto come la pensavo su questo fatto. Credo che Harvey sia un mostro, non c’è alcun dubbio su questo. Però alcune ragazze ne hanno beneficiato, altre invece erano semplicemente delle vittime. E altre ragazze che erano in ombra hanno avuto la spinta che cercavano per la carriera. È un dato di fatto, ma non mi veniva permesso di dirlo. Ma è com’è sempre andato il mondo. Tutto quello che si può fare per rivelare questi predatori è una cosa positiva. La ragione per cui Harvey merita di essere punito riguarda ciò che ha fatto a molti giovani registi. Stai facendo il tuo primo film, e Harvey ti aggancia ed è subito: «Wow, mi piace, diamoci da fare!». Ma poi ti dice: «Sai, questo è davvero un buon film, ma potrebbe essere un gran film. Se solo facessi questo, quello e quest’altro», e la pressione che hai addosso a quel punto, specialmente quando sei agli inizi, è tale che devi fare quelle modifiche. Ho incontrato davvero tante persone che hanno fatto delle modifiche e il risultato era un film del quale non erano più soddisfatti, perché molti punti chiave che loro percepivano come fondamentali erano stati eliminati. Poi i film vengono proiettati in sala e sono dei flop al box office. Harvey si è portato a casa il pranzo e questi giovani registi sono stati danneggiati, alcuni di loro non sono più tornati indietro. Ed è orribile. Per questo voglio che sia punito.

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