Colpire al cuore

Colpire al cuore

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Adattando una sceneggiatura di Vincenzo Cerami, Gianni Amelio metteva in scena nel 1983 un conflitto padre/figlio in cui il senso di umanità si era dileguato per via del terrorismo. Proiettato in 35mm al Torino Film Festival, Colpire al cuore resta una delle più preziose testimonianze della tensione emotiva di quegli anni.

Il cuore della famiglia

Emilio, figlio di Dario, docente universitario, è un adolescente studioso e introverso che vive con sospetto i rapporti confidenziali del padre con i suoi ex studenti, tra cui Sandro Ferrari. Quando Sandro viene ucciso a un posto di blocco in uno scontro a fuoco, Emilio si reca dai carabinieri a raccontare che il giovane frequentava la loro casa. Sarà l’inizio di un’incrinatura che cambierà profondamente i rapporti tra padre e figlio fino all’arresto di Dario, denunciato dallo stesso Emilio. [sinossi da Wikipedia]

Colpire al cuore dello Stato. Era il famoso slogan delle Brigate Rosse, slogan che poi venne messo in pratica nel ’78 con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Già il titolo del film d’esordio per il cinema di Gianni Amelio, Colpire al cuore, aveva dunque un’enorme valenza simbolica, provando a restituire i termini al loro significato originario: si colpisce al cuore dei rapporti umani, ci si trafigge e ci si tradisce, tra padre e figlio.

Riproposto in 35mm al Torino Film Festival 2019, Colpire al cuore – uscito nel 1983 – resta una delle pochissime valide testimonianze del racconto del terrorismo nel nostro cinema, accanto a Buongiorno, notte e a Segreti segreti, quest’ultimo di qualche anno successivo e sceneggiato tra l’altro come il film di Amelio sempre da Vincenzo Cerami. Anche se, va detto, in Colpire al cuore il terrorismo è visto dall’esterno, nella figura del giovane che sta insieme al personaggio di Laura Morante e che muore nella prima parte del film. La scelta della lotta armata non viene dunque affrontata e analizzata apertamente, ma viene assegnata a un personaggio secondario, la cui morte però scatena il dramma e il conflitto padre-figlio, visto che il figlio sa che il padre conosceva benissimo il morto e va a dirlo alla polizia. Ma il padre – interpretato da un al solito magnifico Jean-Louis Trintignant – asseconda i suoi giovani amici, suoi ex allievi universitari, per affetto o per convinzione politica? Vale a dire: il personaggio di Trintignant crede nella lotta armata? Ebbene, questa è un’ambiguità che volutamente Cerami non ha voluto risolvere in fase di scrittura e che resta ambigua anche nella trasposizione di Amelio.

Così, al contempo, quando si scopre che nemmeno il personaggio della Morante era coinvolto nella lotta armata, ma solo il suo compagno, e dunque lei sapeva ma non parlava, si commette per certi aspetti un falso storico, perché per regolamento, almeno nelle BR – come forse si è saputo solo più tardi – non potevano intercorrere rapporti tra chi era in clandestinità e chi non lo era, e le BR caldeggiavano relazioni sentimentali con interni all’organizzazione, mai con esterni. Si tratta però, in fin dei conti, di un falso storico che in realtà funziona benissimo, sia a livello narrativo che simbolico. Infatti, i personaggi di Laura Morante e di Trintignant sono quelli che un tempo si sarebbero detti fiancheggiatori; sono silenti e il loro silenzio è per certi versi assenso e consenso; la loro colpa è di non aver parlato; e dunque appare ancora più spropositato il dispiegamento di forze di polizia che li va a prelevare in quel povero appartamento di periferia in cui lei vive con il suo neonato. Girata con un elaborato e perfettamente riuscito movimento di macchina, quasi bertolucciano (ricordiamo che Amelio aveva, pochi anni prima, seguito il set di Novecento), questa sequenza ci dà il polso dell’estremo sentimento di tensione e di abitudine all’orrore di quegli anni: i bambini che giocano a palla in una sorta di scantinato, il carabiniere armato di fucile che arriva e li allontana, e poi l’irruzione silenziosa tra i palazzoni, quando si scopre che uno dei bambini era proprio il figlio-spia. Un magistrale pezzo di cinema, di grande cinema, anche nella sua natura di spettacolo.

E quell’abitudine all’orrore la percepiamo anche prima, quando dal tram – in cui c’è anche il figlio – i passeggeri vedono corpi e sangue a terra, sul selciato, e commentano innervositi, cinicamente infastiditi, come se si trattasse di un banale incidente. Ed è dunque il senso di umanità di cui le BR ci aveva privato il centro del discorso di Colpire al cuore, discorso che si gioca su di un primo livello nel rapporto del padre/Trintignant e del figlio, e su di un secondo nel singolo rapporto dei due con lei, il personaggio della Morante, sorta di madre e amante putativa e mancata perché compromessa di fronte alla legge, figura potenzialmente sostitutiva della vera madre e moglie che, in casa, non la vediamo sostanzialmente mai parlare né con Trintignant né con il figlio, perché sempre impegnata a lavorare su delle traduzioni mentre ascolta musica in cuffia.

Ma, ovviamente, è il primo livello – il rapporto padre/figlio – il vero nucleo del film, il punto su cui si gioca tutto e il punto in cui Cerami e Amelio mostrano di avere una sensibilità oggi purtroppo diventata impensabile nel nostro cinema. Nessuno dei personaggi, infatti, viene giudicato, ma amato e mostrato nelle sue debolezze: il padre/Trintignant è simpatico, guascone, colto, moderno, ma è colpevole di omissione; il figlio è timido, riservato, saccente, anche troppo intelligente, ma fa la cosa giusta denunciando ciò che ha visto. Colpe e debolezze sono dunque mischiate, ciascuno ha ragione e ciascuno ha torto. Il padre ragiona secondo il cuore, l’umanità, l’amicizia e in conflitto con la legge; il figlio ragiona contro l’umanità, non riconosce più suo padre, perché sopra a lui il vero padre per lui è la Legge. In tutto questo, ovviamente, non c’è soluzione, non c’è scampo, perché il cuore ormai è stato colpito e nulla potrà mai più essere come prima.

Peccato che di un film come questo si sia totalmente persa la lezione – e, forse, lo stesso Amelio a tratti l’ha dimenticata -, la lezione di come la gestione della cosa pubblica rientri sempre e comunque nel privato, nella vita dei singoli e ignoti individui. Dell’eredità di Colpire al cuore, invece, nel cinema italiano successivo, sono rimasti – in maniera estremamente degradata – certi tratti di minimalismo stilistico, a partire dalle musiche, certa tendenza a rientrare nei ranghi, a non voler più strillare (anche esteticamente parlando), ma a volersi esprimere sottovoce, lasciandosi andare solo di quando in quando. Ed è rimasta anche una ben precisa volontà di liberarsi del peso dei padri, di padri simbolici, e Trintignant, pur essendo francese, è difatti un volto classico del cinema italiano precedente. La volontà, insomma, di liberarsi dal peso di anni densi e conflittuali, di morti violente e di trionfi assoluti (l’uccisione di Pasolini, gli Oscar di Fellini), anni di Storia grande, enorme, che era per l’appunto degenerata nel terrorismo. Poi però sono arrivate le piccolezze delle storie e il cinema italiano si è rimpicciolito, ormai quasi sparito, evaporato.

Info La pagina Wikipedia di Colpire al cuore

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