Heimat is a Space in Time

Heimat is a Space in Time

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A partire dalla lettura di cento anni di lettere della sua famiglia, Thomas Heise – documentarista nato e cresciuto nell’ex DDR – racconta un secolo di storia tedesca, in un indistricabile percorso tra pubblico e privato, e certifica la tragica frammentazione identitaria della Germania, per un’elegia che è quasi un’autopsia, ultra-oggettiva quanto sconvolgente. Al Torino Film Festival per la sezione Desiderio di TFFdoc.

La Germania non è mai stata unita

La storia di una famiglia attraversa il Novecento e si spinge all’inizio del XXI secolo. Una storia fatta di parole e silenzi, di primi amori e felicità perdute, di padri e madri, di figli e fratelli, di ferite e gioie, in un paesaggio, quello della Germania, sempre in transizione, da Est a Ovest, attraversato da desideri di mondi possibili mai realizzati. [sinossi]

Nato a Berlino Est, e dunque – fino alla caduta del Muro – cittadino della ex-DDR, Thomas Heise si conferma capace – come pochi altri suoi connazionali – di raccontare la Germania con quello stesso sguardo crudele e oggettivo che si può far lontanamente risalire al movimento della Neue Sachlichkeit. Heimat is a Space in Time è infatti un fluviale (218 minuti) racconto/resoconto/autopsia di un secolo di storia tedesca, fatto a partire dalla semplice lettura delle lettere che si sono spediti nel corso dei decenni i familiari di Heise; questo, mentre scorrono immagini – rigorosamente in bianco e nero – di lande desolate, città deserte, infinite liste di proscrizione (perché, ovviamente, si parla anche di nazismo e di sterminio degli ebrei), fino alla apparizione di una strada il cui asfalto è stato totalmente distrutto, probabilmente per via di una qualche catastrofe naturale, tutto frammentato e divelto.

E quell’asfalto è chiaramente il simbolo della Germania così come traspare anche dalle lettere: una nazione sempre divisa, sempre in conflitto con se stessa, sempre tentata da una tendenza auto-distruttiva. Ma, bisogna dire, che questo simbolo che potrebbe apparire facile e immediato in fase di lettura, forse semplicistico, arriva al contrario nel film in maniera inesorabile ed esatta, procedendo man mano, come un masso che lentamente – molto lentamente, in slow motion – cada a terra e che inizialmente risulti non visibile dal cielo. Quel masso – si perdoni la contorta metafora – è la consapevolezza spettatoriale che si fa progressivamente più granitica nel corso della visione di Heimat is a Space in Time e che ci induce a pensare alla frammentazione, alla divisione, alla separazione, prima con la Prima Guerra Mondiale, poi con il nazismo, quindi con il Muro e la divisione del paese in due; un pensiero che, finalmente, si incarna proprio al momento dell’apparizione di quella strada.

Con questo si intende dire che Heise lavora di sottrazione e di dilatazione: ci mostra delle cose apparentemente insignificanti e ci legge – la voice over è la sua – episodi spesso banali che traspaiono dalle lettere; Heise ci depista, insomma, lavorando sempre sull’evocazione, sulla negazione dello sguardo e sulla negazione dell’empatia, per poi arrivare improvvisamente a regalarci degli squarci, come ad esempio alcuni lancinanti primi piani di sua madre, ricavati da foto d’epoca, o come quella strada distrutta. L’insignificante che si fa simbolo e il simbolo – la nazione – che diventa insignificanza; e questo avviene tramite un costante lavorio di decentramento dello sguardo, di tentativi di osservazione dello spazio in maniera anomala per una propensione anti-elegiaca e anti-estetizzante che potrebbe ricordare la ricerca pittorica di un Giorgio Morandi. Si pensi, in tal senso, a quel principio di bosco che sorge vicino a un piazzale e a delle rovine industriali: sul fogliame si vede passare l’ombra di un qualcosa, l’ombra di pale eoliche; e la scelta di inquadrare in questo modo, di riprendere quello spazio in quel tempo, è proprio fatta in funzione anti-romantica, andando a scoprire un’intermittenza dello sguardo, un’intima contraddizione del paesaggio, una – di nuovo – sua mancanza di interezza.

Infine, Heise ha anche la raffinatezza di cambiare di tanto in tanto le carte in tavola, come quando ad esempio comincia a contravvenire alla cronologia della lettura delle lettere, e ci porta improvvisamente negli anni Novanta per poi farci tornare agli anni Sessanta. Allora è anche lì che emerge la tessitura, la scrittura, l’assemblaggio di materiali già dati, non per comporre un ready-made, quanto per costruire un puzzle fatto di pieni e di vuoti, per costruire – più che una narrazione – una riflessione di natura filosofica sull’intero e sul vuoto, su ciò che è visibile e ciò che non potrà mai essere visto nel suo insieme, la Germania.

Info
La scheda di Heimat is a Space in Time sul sito del Torino Film Festival

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