Lonely Rivers

Lonely Rivers

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A quattro anni dal precedente Dead Slow Ahead Mauro Herce torna a Torino con Lonely Rivers, cortometraggio “lungo” ospitato nella sezione TFF Doc/Desiderio. Senza dialoghi tra i personaggi, marinai di un cargo in mezzo al mare, il film esprime perfettamente il bisogno umano di condividere le proprie emozioni in ogni contesto e con ogni mezzo. In questo caso, cantando il karaoke.

“I’ll be coming home, wait for me”

Un gruppo di uomini su di un cargo: il tempo passa lentamente mentre la nave solca il mare e le giornate trascorrono terminando in malinconiche solitudini. Nei momenti liberi i lavoratori si trovano assieme negli spazi comuni a cantare, facendo karaoke per esorcizzare le emozioni o forse per condividerle… [sinossi]

Dopo quattro anni da Dead Slow Ahead il regista spagnolo Mauro Herce torna sulla nave cargo in cui aveva girato il suo primo – e finora unico – lungometraggio per raccontare un altro volto della claustrofobica e quasi apocalittica vita dei marinai filippini lontani da casa, dagli affetti, dalla propria libertà. Lonely Rivers a differenza del suo predecessore è un “lungo cortometraggio” (ma nei suoi 29 minuti privi di dialoghi riesce a esprimere ben più di quanto non riescano a fare parecchi film): se Dead Slow Ahead era poi un’opera angosciante sul lavoro nella grande nave, i cui spazi erano mostrati nella loro maestosa sopraffazione sull’umano, Lonely Rivers è uno struggente racconto di intimità ed emozioni, perfettamente colte nei volti dei personaggi e perfettamente restituite sullo schermo, in cui gli spazi della nave sono “ridotti” a quelli abitati dall’equipaggio in quanto insieme di persone, ovvero quando nessuno è dedito ad alcuna mansione.

Il titolo riprende la strofa della canzone con cui si apre e chiude il film, ovvero quell’Unchained Melody che è uno dei brani più famosi di sempre: “Oh, my love, my darling, I’ve hungered for your touch…” risuona nell’incipit, fuori campo, mentre cinque uomini concentrati e incuriositi guardano uno schermo televisivo che trasmette l’ultima apparizione televisiva del supremo Elvis Presley. È proprio nel suo primo piano sudato, sformato, intensissimo e generoso, che troviamo la traccia emotiva su cui si sviluppa il film di Herce, con i suoi “marinai” pronti a intonare canzoni prevalentemente d’amore e, senza dirsi una parola, a condividere non solo gli spazi di una quotidianità coatta ma i propri desideri, le proprie malinconie o semplicemente qualche istante di divertimento. L’intensità di Presley, più che simbolo interpretativo è intanto monumento alla fatica, all’annientamento di sé, alla perdita. Operazioni psichiche richieste ai lavoratori della nave, esiliati a sopravvivere per mesi e mesi tra le onde, lontani da amori cui potranno al massimo dedicare tutto il proprio pensiero interiore profferendo “I need your love, God speed your love to me”. L’interesse del regista per i volti con la loro tavolozza espressiva fa pensare a Your Face di Tsai Ming Liang; l’ironia brillante che fa capolino durante alcune “esibizioni” canore, comprensive di stonature e voci poco decise, apre a un tratto comico ma soprattutto all’abissale incongruenza della situazione. In generale, nonostante o forse anche perché non sappiamo né sapremo praticamente nulla delle persone in scena, il tutto ricorda un prison movie in cui le canzoni costituiscono l’ora d’aria e la festa di Natale con Silent Night il giorno di permesso. Poi si torna nelle proprie brande, nelle proprie solitudini, con la foto del proprio bambino sopra il letto, rimettendo a posto i resti di una cena o lasciandosi andare a un dignitoso pianto. In questa galera galleggiante, che ignoriamo dove vada o perché esista, lo spazio condiviso è lo spazio in cui ci si incontra e in cui uomini che poco prima si erano immalinconiti per conto proprio si ritrovano a cantare Willie Nelson o la scoppiettante This Love dei Maroon5. C’è qualcosa di sublime nel testa-coda ripreso da Herce: hit mondiali o brani famosi si fondono nelle voci e si impastano nelle facce di persone umili, costrette in mezzo al mare, impossibilitate alla fuga, ma incredibilmente impegnate in un momento di gioco e sincerità, di divertimento e comunicazione con gli altri. Che, forse, è quel che capita in ogni caso, a tutti, anche senza pagar dazio a un cargo o all’isolamento imposto. Bisogna cantare per non morire, credere alla potenza di dire senza nulla dire, in una bizzarria tenerissima e profondamente umana che è quella implicitamente di rivelarsi al prossimo nei modi più nascosti. Non c’è, appunto, nessun’altra parola in Lonely Rivers se si esula dal cantato, ma i “fiumi solitari” che abitano la nave diventano qualcosa assieme, sublimando la malinconia in una generosa polifonia.

Solo la sofferenza dannata di un Elvis pre-morente è inquadrata e messa sullo stesso piano dei volti dei marinai, perché nel suo approcciarsi a Unchained Melody c’è la necessità del voler quella canzone, la fatica di spostare la morte più in là, esorcizzare la mancanza e tutta l’imperfezione dell’esistenza. Il controcampo concettuale del livido Dead Slow Ahead è un film sulla resistenza dell’umano al di là di tutto, sul bisogno di partecipare a qualcosa, sulla verità sempre inconsapevole (e perciò vividissima) del volto oltre ogni “maschera”, sulla voce emozionale che prevale su quella dialogica. Una mezz’ora di cinema folgorante.

Info
Lonely Rivers sul sito del Torino Film Festival.

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