Torino 2019 – Bilancio

Torino 2019 – Bilancio

Per tracciare un bilancio del Festival di Torino 2019 è opportuno ripartire dai dubbi che aveva lasciato, fin dal primo sguardo, la retrospettiva dedicata all’horror classico. L’impressione di stanchezza e parziale confusione si è riverberata nell’incontro con un’edizione troppo adagiata sulla propria abitudine, a partire da un’apparente resa di fronte all’immaginario indie a stelle e strisce e dalla mancanza dello sguardo a trecentosessanta gradi che dalle origini rappresenta il centro del discorso torinese. Resistono gli spazi collaterali, come TFFdoc e Onde, e a uscire in buona parte con le ossa rotte è il cinema italiano. Ma questo è un discorso altro, e più ampio.

Tre settimane fa, tentando una chiave di lettura sul Festival di Torino 2019, trentasettesima edizione della kermesse sabauda, chiudevamo l’articolo mostrando preoccupazione per la scelta sulla retrospettiva dedicata all’horror classico e scrivevamo: «Qual è dunque l’unicità di una simile selezione, che affronta senza un reale percorso (se non quello cronologico) cinquant’anni di storia del cinema affastellando capolavoro dopo capolavoro? Ecco, forse sarebbe opportuno ragionare in modo più concreto sul valore della memoria del passato, e della sua riscoperta. Perché l’oggi il Torino Film Festival lo affronta con coraggio e con sguardo politico. Perdere tale lucidità sullo ieri sarebbe (è) rischioso, perché si potrebbe col tempo perdere l’identità stessa del festival. E questo Torino, ma anche il sistema festivaliero italiano, non può permetterselo».
Al termine dell’edizione, con il premio principale del concorso assegnato a Hvítur, hvítur dagur di Hlynur Pálmason, si può affermare che quei dubbi hanno trovato concretezza non solo nell’affrontare il discorso retrospettivo, ma anche volgendo lo sguardo al presente. La succitata perdita di lucidità nel muoversi nel passato si è tradotta – nella settimana festivaliera – in uno smarrimento generale. Visto e considerato che con il 2019 arriva a scadenza anche il mandato di Emanuela Martini, al settimo anno come direttrice ma già responsabile dei lavori del Festival a partire dal 2007, quando l’evento venne affidato alle cure di Nanni Moretti (e su questo dirimente punto di svolta si tornerà più avanti), è forse opportuno porsi l’interrogativo su quale strada stia percorrendo il TFF e quale futuro si possa realisticamente prospettare. La stampa locale sta ovviamente iniziando a scommettere sui nomi che potrebbero concorrere alla direzione – a partire, non è da escludere, da una riconferma di Martini, che lei stessa ha auspicato a Roma durante la conferenza stampa di presentazione –, ed è solo con l’annuncio ufficiale che si potrà realmente entrare nel dettaglio dell’analisi e delle previsioni, ma molti argomenti di discussione sono stati seminati già nella settimana di proiezioni a ridosso della Mole Antonelliana.

Fin dalla sua fondazione, con la definizione Festival Cinema Giovani, il Torino Film Festival si è distinto all’interno dell’offerta culturale italiana per la sua vocazione metropolitana; una peculiarità che lo discostava tanto dalle mostre (Venezia ma anche Pesaro, al quale pure si era ispirato per l’istinto alla ricerca del “nuovo”), quanto dagli altri festival, più prossimi o a indagare una realtà specifica o a sovrapporsi agli enti del turismo per promuovere la località prescelta. La rivoluzione torinese è stata così dirompente da essere oggi una delle più imitate, almeno nella struttura: perfino la Festa del Cinema di Roma, che pure fu lanciata in pompa magna come avversaria di Venezia, si è da subito adeguata a inseguire i dettami provenienti dal Piemonte. Una formula di successo, dunque, che ha saputo muoversi così in profondità nel tessuto sociale cittadino da divenire un vero e proprio punto di riferimento nel corso degli anni per i torinesi, che spesso e volentieri hanno preso d’assalto le sale del festival. Proprio una emorragia piuttosto evidente degli spettatori durante la trentasettesima edizione permette una riflessione. È possibile che la formula, pur mantenendosi alla radice valida, necessiti di una revisione, che non può che passare per le scelte operate in fase di selezione.
Esistono, com’è noto a chiunque abbia avuto modo di seguire il TFF nel corso degli ultimi tredici anni, tre diverse anime del festival. La prima, direttamente capitanata da Martini (anche quando svolse il ruolo di supporto per i vari Moretti, Gianni Amelio e Paolo Virzì), si occupa del concorso internazionale, del fuori concorso conosciuto come Festa Mobile, del contenitore After Hours – dove trovano ospitalità le sortite più prossime al genere –, e della retrospettiva. La seconda, nelle mani di Davide Oberto, concentra l’attenzione sui documentari italiani e internazionali, e sul concorso relativo ai cortometraggi. La terza, denominata Onde, è la creatura diretta da Massimo Causo e interessata a tutto ciò che può rientrare nel campo della “sperimentazione”, anche se il termine rischia di risultare improprio. Negli anni di maggior respiro della direzione Martini queste diverse anime si compenetravano e soprattutto si completavano, dando un senso di circolarità assoluta e accontentando (ma il verbo utilizzato è probabilmente improprio) le diverse esigenze degli spettatori e degli addetti ai lavori. Con il tempo però questa dimensione a trecentosessanta gradi si è sfilacciata, progressivamente e in modo inesorabile, tramutandosi nei fatti in una sorta di standardizzazione della proposta culturale. Se Onde e TFFdoc hanno proseguito nelle rispettive ricerche, pur muovendosi attorno a dei punti saldi (ma questo appartiene a ogni curatore e programmatore), la parte dominante del Festival sembra essersi accontentata (e questa volta non è improprio utilizzare tale verbo), di fatto replicando sempre il medesimo schema: un concorso dominato da posture indie più o meno sincere, uno o due sortite maggiormente autoriali, qualche commedia, e una Festa Mobile contenitore onnicomprensivo, dal documentario – non di ricerca – al titolo pronto per l’uscita in sala. Paradossalmente, e in modo pericoloso, Torino sembra avvicinarsi alla pessima Festa di Roma sotto l’egida di Antonio Monda, quando al massimo sarebbe stato lecito attendersi l’esatto opposto.

Se si utilizza così spesso il termine pericolo non è per enfasi. Torino è una pedina fondamentale dello scacchiere festivaliero italiano, lo è diventata nel corso dei decenni e non si può accettare con facilità o noncuranza una sua piccola o grande decadenza. Non se lo può permettere nemmeno lo Stato con il maggior numero di festival d’Europa – che poi molti di questi siano privi della benché minima identità culturale è un altro discorso, e lo si affronterà semmai in un’occasione diversa. Con la Mostra di Venezia che nella gestione di Alberto Barbera guarda con forza agli Stati Uniti d’America e in ogni caso predilige muoversi in direzione del mainstream, e la Festa di Roma che dopo la cacciata di Marco Müller (contro cui si scagliò anche buona parte della stampa, è il caso di non dimenticarlo mai: le responsabilità delle scelte culturali non sono pertinenza delle sole amministrazioni, fondazioni e istituzioni) ha scelto con Monda di abdicare a qualsivoglia velleità artistica preferendo una sterminata fila di anteprime stampa, qualche incontro con divi d’oltreoceano e poco più, Torino è rimasta nei fatti l’unica realtà di grande respiro economico a protrarre lo sguardo al di là dell’ovvio, del predigerito.
Per questo è un pericolo imbattersi in film di fatto sostituibili gli uni con gli altri, oggetti magari appartenenti alla grande categoria del grazioso ma che difficilmente possono ambire a resistere nella retina più di qualche giorno. Non che si pretenda solo ed esclusivamente un cinema di ricerca, sia chiaro. Nel corso delle edizioni degli ultimi venti anni il popolare e l’avanguardia sono stati spesso e volentieri l’uno accanto all’altro, com’è giusto e doveroso che sia. Ma anche nel campo del popolare è lecito attendersi una maggiore freschezza della proposta, uno sguardo meno allineato o forse meno prevedibile. In questo termine, prevedibile, c’è con ogni probabilità il mistero di un’edizione sfocata, quasi arrendevole di fronte al presente (e al futuro prossimo). Con l’intera selezione di Onde relegata in una sola sala – la 5 del Cinema Reposi, per di più la peggior sala a disposizione – perché si è scelto di “lasciare” alla sezione due dei titoli centrali dell’edizione, vale a dire Vitalina Varela di Pedro Costa e Synonymes di Nadav Lapid? Per non pestare i piedi a Causo e ai suoi collaboratori (Roberto Manassero e Grazia Paganelli) non si poteva pensare di costruire una sinergia tra Onde e Festa Mobile per questi due film? Perché in un festival metropolitano, che ha tra i suoi compiti quello di rinverdire sempre e continuamente il rapporto tra la cittadinanza e il cinema contemporaneo, il Pardo d’Oro e l’Orso d’Oro meriterebbero la maggior visibilità possibile, ancor più se si considera che il film di Lapid non ha ancora distribuzione in Italia e Costa uscirà sì a marzo, ma con Zomia, puntando dunque più sulle singole proiezioni evento che sulla tenitura nelle sale.

Ancora una volta a sbandare sembra essere l’identità stessa del festival, sempre più sfocata e confusa. Forse non aiutano, in queste condizioni, anche i fin troppi ripescaggi dalle kermesse che si sono succedute nel corso dell’anno. Torino ha sempre svolto anche la funzione di contenitore di fine anno, sorta di summa di ciò che i festival internazionali hanno già proposto (a partire da gennaio, con il Sundance e Rotterdam), e non c’è nulla di sbagliato in questo; eppure nel comporre le sezioni forse si potrebbe concedere maggior spazio al nuovo, proprio per tentare di (ri)dare a Torino una centralità anche per chi il cinema lo pensa, lo idea, lo produce e lo dirige. La respirata usura della proposta è frutto, almeno in parte, anche della rinuncia a rischiare, a operare scelte magari anche catastrofiche, ma mai figlie di un pensiero pregiudiziale. Per quanto non si sia mai voluto assecondare fino in fondo il volere di un’amministrazione che dopo l’esperienza di Roberto Turigliatto e Giulia D’Agnolo Vallan aveva scartato in direzione di quel tappeto rosso tanto amato da istituzioni prive di alfabetizzazione cinematografica, il senso intimo, il sentimento del festival si è via via sperduto con le varie direzioni “d’autore” succedutesi. Martini ha avuto il non banale merito di non lasciar sbandare troppo la nave, ma in ogni caso la proposta nel corso del tempo si è impoverita.
Si torna all’inizio per tentare una prima chiusura possibile. Le retrospettive. Al di là del puro godimento estetico di fronte a evidenti capisaldi della storia del cinema mondiale (si potrebbe osare affermare altrimenti trovandosi a tu per tu con Murnau, Tourneur e via discorrendo?) è auspicabile che un festival dell’importanza di Torino sappia far ritrovare all’incontro con il passato la centralità che sotto la Mole è diventata proverbiale. Si potrebbe optare per l’affidamento del comparto retrospettivo a una persona o a un gruppo di lavoro, come d’altro canto già avviene in realtà quali Locarno, con la prerogativa di cercare in ogni modo di proiettare in 35mm – per occasioni di questo tipo, ed eventi culturali di questa portata, il DCP dev’essere l’eccezione, e non la regola. Allo stesso modo si potrebbe cercare di reindirizzare il festival verso geografie meno egemoniche, o proposte più rischiose. In questo senso sarebbe forse doveroso rivedere anche il rapporto con la produzione italiana, che a ridosso delle Alpi non si è certo dimostrata in una forma splendente (sempre con le dovute eccezioni, ovvio), a partire dall’evitabile film di Antonio Padovan selezionato per il concorso che pure è riuscito – merito da attribuire quasi certamente alla presidentessa di giuria Cristina Comencini – a vincere il premio per la miglior interpretazione maschile per i suoi due protagonisti. Eppure solo dieci anni fa vinceva La bocca del lupo di Pietro Marcello, dimostrando la voglia di volgere lo sguardo verso un cinema non prono alla prassi industriale. Altro cenno di una irregimentata visione del cinema che cozza con quella libertà che da sempre, e anche negli scorsi anni, è stato il punto di forza principale di Torino. In tempi culturalmente mediocri come quelli attuali, e che tenderanno al peggio, è necessario alzare ancora di più il livello della sfida, tanto con le istituzioni quanto con gli spettatori. Ma forse soprattutto con se stessi.

Info
Il sito ufficiale del Festival di Torino 2019.

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