Arab Stars of Tomorrow

Arab Stars of Tomorrow

Arrivata alla sua terza edizione, l’iniziativa Arab Stars of Tomorrow, curata da Melanie Goodfellow, corrispondente per i paesi arabi per Screen International, e finanziata dal Front Row and Kuwait National Cinema Company (KNCC), si è svolta durante il 41 Cairo International Film Festival, con lo scopo di promuovere quelli che sono stati riconosciuti come i giovani più talentuosi, tanto attori quanto registi, nel panorama cinematografico del Medio Oriente e del Nord Africa. Abbiamo incontrato tre di queste stelle arabe durante il festival del Cairo.

Kawthar Younis, filmmaker e scrittrice egiziana, è una delle stelle arabe di domani. Il suo incontro con il cinema è di origine familiare, essendo il padre, Mokhtar Younisun, un professore di cinema, presso l’High Cinema Institute al Cairo, che, fin da bambina, la portava sui set di registi come Yousry Nasrallah e Amr Afara. «Quando ero piccola andavo con lui ovunque, anche quando era nella commissione di selezione per il Cairo Film Festival, dieci o addirittura vent’anni fa. Mio padre non ha mai fatto riprese, ha lavorato a qualcosa quando era molto giovane ma non ha mai fatto pratica come regista. Ha scelto la carriera accademica.» Proprio sul padre, Kawthar Younis ha realizzato il suo primo film, A Present from the Past: 20 September. Il film è un regalo al genitore, il biglietto aereo per Roma, per un viaggio insieme alla ricerca di Patrizia, un amore perduto dell’uomo, con cui si erano lasciati 33 anni prima. Un ritratto affettuoso sul padre, filmato a sua insaputa: «Questo film parla essenzialmente della mia relazione con mio padre. Durante tutto il viaggio puoi percepire la differenza di età che c’è tra di noi, è una storia molto personale, intima. Credo che sia stato anche per via delle nostre personalità, lui non sapeva che lo stessi riprendendo per un film per poi chiedergli il consenso in seguito. Tutto ciò mi ha aiutato per i miei progetti successivi, concentrandomi davvero sui personaggi e sugli attori. Perché sento che nel cinema egiziano gli attori abbiano qualcosa di poco credibile, sono troppo impostati, perché la principale scuola di recitazione in Egitto è per il teatro, pertanto spesso non abbiamo le basi che ci servono per l’interpretazione cinematografica. Per il mio nuovo progetto, un corto, ho provato a sperimentare un po’. Ho pensato che, visto che avevo la sceneggiatura di base, di lasciare i personaggi liberi: ho detto agli attori di dimenticare il copione e di seguire il tono dei personaggi, di familiarizzare con loro. Ho iniziato a improvvisare, e ho imparato che ci sono molte differenze tra l’attore e il modello recitativo che di solito si segue; lavoravo con due attrici, una egiziana e una ungherese, e ho sentito molto le differenze. L’attrice ungherese semplicemente improvvisava, faceva tutto in maniera spontanea, mentre quella egiziana necessitava di più dritte, come sentirsi dire in che modo camminare, come dire certe cose. Non le veniva da dentro, era qualcosa di più impostato». I progetti futuri di Kawthar Younis prevedono due corti, e un primo lungometraggio di finzione, oltre al lavoro di produttrice. «Ora sto facendo un altro corto, dovrei iniziare le riprese questo dicembre. Nel frattempo, starei anche scrivendo una sceneggiatura per un lungometraggio, ma è qualcosa per il futuro. Inoltre mi sono spostata verso la produzione negli ultimi tempi, perché fino ad ora ho lavorato come assistente alla regia. Avevo realizzato A Present from the Past: 20 September con i soldi guadagnati lavorando come assistente. Avevo 19 anni all’epoca, non venivo pagata molto ma ho utilizzato tutto il denaro per comprare un telefono, poi un computer, poi un hard-drive e infine i biglietti per viaggiare. Sono riuscita a fare tutto in questo modo e sto facendo l’assistente alla regia da quasi nove anni e mezzo, e mi sono detta: «Ok, ho finito con questo lavoro, voglio una nuova sfida». La situazione produttiva in Egitto non è esaltante: «È tutto molto estenuante, perché in Egitto la produzione dei film sta diminuendo, non vedi molti film provenienti dall’Egitto negli ultimi tempi, in confronto ad altri, ai festival. L’ultimo credo sia stato Yomeddine che è andato a Cannes nel 2018. Procede tutto molto a rilento, ci sono delle difficoltà con i fondi perché il governo non finanzia il cinema in Egitto. Quindi non abbiamo fondi se non grazie a dei donatori, se vuoi lavorare con un produttore locale devi considerare gli aspetti commerciali per vendere la pellicola in Egitto e non all’estero».

Abbiamo anche chiesto a Kawthar Younis quali difficoltà ci siano per una regista donna in Egitto. «Essere una donna non è una cosa semplice in tutto il Medio Oriente, è questo il problema. Di recente abbiamo creato un collettivo, Sister in Film, con una regista per ogni nazione araba, ognuna che abbia realizzato almeno un lungometraggio. Abbiamo avuto un paio di incontri, uno al Manarat Film Festival e uno a Sali. È partito tutto come un confronto personale, ad esempio quali tipi di problemi stavamo affrontando, come effettuare le riprese, perché è la stessa sfida per tutte. È iniziato con un fondo dell’Unesco, poi il regista Hicham Falah ci ha radunate e ora ha deciso di renderlo un’associazione femminile per creare un nostro network. Ogniqualvolta che andiamo a un festival ci incontriamo, ci aggiorniamo, ci scambiamo informazioni e altro. Sta iniziando a prendere forma e credo che, quando aggiungeremo nuovi membri e ci apriremo a tutte le registe del Medio Oriente, potremmo davvero aiutarle. Sarebbe come una casa per loro. Al momento siamo agli inizi quindi non possiamo aumentare di molto i nostri numeri, dobbiamo andare avanti con quello che abbiamo. Eravamo otto e ora siamo in sei. C’è Erige Sehiri dalla Tunisia, Naziha Arebi dalla Libia, Myriam El Hage dal Libano, Dorothée Myriam Kellou dall’Algeria e Yasmine Chouikh sempre dall’Algeria. Ovviamente ci sono anche io, e stiamo cercando qualcuno dal Marocco.»

Originario di Riad in Arabia Saudita, Raed Alsemari, altra ‘arab star’ sta attualmente completando il suo master in Filmmaking presso la Tisch School of the Arts della New York University. Il suo cortometraggio Dunya’s Day, che racconta della festa di laurea di una ragazza della società altolocata di Riad, sta girando molti festival tra cui il Sundance Film Festival, dove si è aggiudicato il Jury Award for International Fiction. «Volevo realizzare qualcosa nella mia città natale. Purtroppo ci sono tutti questi stereotipi nell’ambito dei media, per cui artisti, sia arabi che occidentali, finiscono per ridurre le donne a vittime o sante. Non è realistico o umano e nemmeno incoraggiante, io volevo che le persone vedessero che il mondo dell’Arabia Saudita e soprattutto le donne arabe sono molto più notevoli di quanto ci si immagini. È iniziato tutto come una narrazione di luoghi e personaggi. Ci sono persone che possiedono grandi ville nella periferia di Riad, utilizzate solo per divertimenti. Abbiamo avuto generosamente accesso a una di queste proprietà e ho voluto mostrare una tipica festa di laurea, che sono qualcosa che equivale al Met Gala. Ho voluto raccontare, in forma di commedia, questa specifica sottocategoria sociale, dove il veganesimo è di moda, con questa donna che vuole raggiungere uno status sociale sopra ogni cosa e non si fa fermare da nulla pur di ottenerlo. È una donna con difetti ma anche molto fiera, e in una posizione di potere. Questo film è semplicemente un testamento per le donne che avevo attorno a me mentre crescevo e che ho amato, ma anche per la città da dove provengo. Spero però che sia anche un’occasione per mostrare al mondo là fuori che ci sono molte sfumature nella nostra società rispetto a quanto si pensa. Sono consapevole che si pensa alle donne saudite come tutte velate con lo niqāb, ma stiamo parlando di un paese con 30 milioni di persone, c’è molta differenza tra le persone e come queste vivono e si vestono, una diversità presente anche nelle varie famiglie sulle abitudini riguardanti le festività, e il mio film è ambientato nel mondo delle feste di laurea o del diploma dove le persone vestono haute couture e non abayas. Crescendo ho amato le opere di Pedro Almodovar, in particolare Volver, che è stato anche un riferimento visivo per questo mio lavoro, insieme a Caramel di Nadine Labaki. Ma la più grande influenza è quella di commedie con cui sono cresciuto, come Schegge di follia e Mean Girls. Per finanziare il film ho ricevuto un generoso supporto da famiglia e amici in Arabia Saudita. E poi abbiamo avuto contributi anche dal governo. È stato il primo film dell’Arabia Saudita, lungometraggio o cortometraggio che sia, a essere proiettato in un cinema in Usa. Per cui sì, è stato molto surreale andare avanti e vincere il premio al Sundance Film Festival, è stato molto di più di quanto avevamo immaginato. Ho ascoltato un’intervista a Bong Joon-ho, circa il suo film Parasite, in cui parlava della sua risonanza globale perché il capitalismo è un linguaggio universale. Trovo che questo si possa applicare anche al mio film. Tutti si riconoscono nel volere un certo status sociale.» Chiediamo anche a Raed Alsemari come si viva questa apertura del suo paese verso il cinema, con la riapertura delle sale e l’impulso a produrre film. «Ci sono registi che stanno realizzando opere da un po’ di tempo ormai, anche lungometraggi, come Haifaa al-Mansour, che ha realizzato La bicicletta verde. E ora abbiamo le infrastrutture per cui una vera industria cinematografica può essere costruita. E poi abbiamo i cinema, abbiamo finalmente la possibilità di vedere i nostri lavori sul grande schermo, prima era possibile solo su Youtube, in televisione o in altre piattaforme. Non so quanti ce ne siano al momento, ma ogni volta che torno sembra che il numero sia aumentato. La media è l’apertura di un cinema ogni due mesi circa. Le sale sono piene, ci sono battute su Twitter arabo di come sia più difficile comprare un biglietto per il cinema rispetto ad acquistare un biglietto aereo.»

Altro talento emergente nel mondo arabo è l’attore tunisino Farès Landoulsi che sarà tra i protagonisti dell’attesa serie Messiah. «Si tratta di una serie Netflix che andrà in onda dall’anno prossimo, praticamente tra poche settimane. Interpreto il personaggio di Samir, un rifugiato palestinese con un figlio in una difficile condizione, nel campo rifugiati di Yarmouk. Per me è stato molto interessante interpretare questa figura, perché la sfida era di parlare bene in palestinese, di avere il giusto accento e di difendere i diritti dei rifugiati palestinesi. Questa era la mia missione e spero di essere riuscito a mostrare la realtà della situazione. E questa è la bellezza del cinema, perché dà la possibilità di mostrare il mondo e tutti i problemi reali. Puoi puntare il dito e dire “questo è il vero problema”.» Farès Landoulsi è apparso nei cortometraggi Face à la mer e Omertà, entrambi passati a Cannes. Ricorda il primo come una prova importante di recitazione: «Era la mia prima esperienza, interpretavo Yacine, un adolescente che rifiuta la sua sessualità, la ignora a causa della figura della sorella. Muoiono entrambi i genitori e lui va a vivere con questa sorella che è piuttosto possessiva. La sfida era come questo personaggio potesse trovare la sicurezza e fare coming out, in modo da poter dire liberamente: “Mi piacciono gli uomini e voglio stare con un uomo. Voglio solo essere me stesso”. Per me era una novità, perché in Tunisia quello che riguarda l’omosessualità, i diritti umani e la libertà individuale è ancora un tabù. Ora stiamo protestando, stiamo cambiando le cose. Se con quello che faccio e con un lavoro che amo posso cambiare le cose, posso cercare di consigliare le persone e i giovani di essere semplicemente loro stessi, è un bellissimo messaggio». Farès Landoulsi ha anche una carriera teatrale che lo ha portato in Italia: «Ho lavorato anche in Italia, a Torino, con Lucia Falco e Marcello Serafino Visconti del progetto Skaraventer. Abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2015 e da lì ci siamo incontrati ogni anno per cercare di creare qualcosa di nuovo. La nostra ultima rappresentazione è stata in Croazia nel 2016 dove abbiamo proposto un’opera dal teatro shakespeariano. Io interpretavo Amleto, poi c’erano Ofelia e anche Giulietta e Romeo. Abbiamo riscritto il monologo di Amleto e Ofelia immaginando qualcosa di nuovo e ora giriamo il mondo mettendo in scena quella rappresentazione. Facciamo teatro non in un modo convenzionale, abbiamo sempre cercato posti diversi dove poter interagire con le persone e con il pubblico in maniera differente rispetto al teatro tradizionale all’italiana. Amo il teatro, ho iniziato quando avevo solo 7 anni. Nella mia carriera spero di avere sempre dei progetti legati al teatro, anche creandoli io stesso. Ad esempio sto lavorando a un pezzo, preso dal teatro francese di Jean-Luc Lagarce, Derniers remords avant l’oubli. Mi sto occupando della traduzione del testo in dialetto tunisino».

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