The Pencil

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Presentato nella sezione International Panorama del 41 Cairo International Film Festival, The Pencil della regista russa Natalya Nazarova è una storia di marginalità, sociali, geografiche, ai confini di un impero, ed è la rappresentazione del potere salvifico dell’arte, in questo caso rappresentato da uno strumento semplice e antico, quale la matita da disegno.

Ne uccide più la matita

Antonina, un’artista di San Pietroburgo, segue suo marito, un prigioniero politico, nella profonda provincia settentrionale della Russia. Comincia a insegnare arte in una scuola locale ed è determinata a sollevare lo spirito dei ragazzi oppressi nella sua classe. Ma si ritrova osteggiata da un ragazzo di dodici anni, Misha, il cui fratello è un temuto leader locale della banda. [sinossi]

Si fa risalire al 1664 la storia della matita, quando vennero rinvenuti i primi giacimenti di grafite, scoprendo la proprietà di questo minerale di lasciare segni non indelebili. Messa a punto, nella sua concezione attuale, a sezione esagonale, da Simonio e Lyndiana Bernacotti, ne venne avviata la produzione industriale nel 1795, nella Francia rivoluzionaria. Uno strumento antichissimo, quindi, che ancora utilizziamo, pressoché invariato.

Con riprese di una catena di montaggio di una fabbrica di matite inizia il film russo The Pencil (titolo originale: Prostoi Karandash) della regista Natalya Nazarova, presentato nella sezione International Panorama del 41 Cairo International Film Festival, la sezione dedicata ai film più popolari, non di ricerca, scelti con un occhio alle nuove generazioni egiziane. La sequenza iniziale, poi ripresa, appare del tutto scevra dal contesto narrativo del film, quindi di chiara, anche un po’ troppa, matrice simbolica. Seguiamo gli operai impegnati nel processo produttivo delle matite, che, all’arrivo in fabbrica, passano in un corridoio creato dalle pareti di legni accatastati. Il film racconta di una donna, forte e determinata, Antonina, che da San Pietroburgo si trasferisce in una cittadina sperduta nella più remota Russia settentrionale, per stare vicina al marito, lì detenuto, si direbbe proprio ingiustamente, in carcere. La donna trova lavoro come insegnante di disegno e arte, in una scuola locale, in una classe dove, già dal suo primo arrivo, si vede che predomina il bullismo.

The Pencil è la classica storia dell’insegnante in una scuola di periferia degradata, dove il disagio sociale si percepisce nella vita scolastica con atti di prevaricazione, teppismo, insubordinazione nei confronti delle autorità didattiche, fino ad arrivare a episodi di microcriminalità. Un film narrativamente semplice e pulito, finanche a volte calcato nell’ovvietà, come già nel primo momento in cui si arriva in classe e si vede un episodio di prevaricazione di un alunno prepotente; e poi nell’esibizione di squallore, nell’appartamento fatiscente dove va a vivere la protagonista, o in quei margini di terreno degradato, selvatico e incolto, esterni a una cittadina fatta di edifici anonimi. La storia di chi caparbiamente, nella totale indifferenza del resto del corpo docente, cerca un dialogo con l’elemento più scalmanato, il teppista, capendolo e riuscendo a tratti ad instaurare un rapporto, un capirsi a vicenda, per lei, Natalia, a sua volta in posizione di disagio, moglie di un detenuto.

The Pencil soffre di eccessi di didascalismo e schematismo, già dal momento in cui la preside avvisa Natalia di non aspettarsi una vita civile come quella metropolitana, tra gli alunni, come tra gli abitanti della città. E il film si basa su una struttura semplice sul ruolo potenzialmente salvifico dell’arte, nella sua funzione di contrasto alla deriva di una società in uno stato di disordine. Il marito di Natalia è un artista, imprigionato probabilmente per quello. Le società totalitarie o simili hanno paura di intellettuali e artisti. L’arte diventa un’arma per la protagonista, di portare un barlume di civiltà in un contesto che sembra averla persa, l’equivalente della poesia per il professor Keating de L’attimo fuggente. La parte più riuscita del film è rappresentata proprio dai suoi momenti di insegnamento in classe, nell’invitare a scoprire le potenzialità del disegno, nel tracciare i contorni con la matita, in una società dove i contorni si perdono, nel caos in cui è sprofondata. E il lancio, della matita, assume ancora il significato di rifiuto di questa creatività e bellezza. «Prendi una matita e fai una linea scura, poi ne fai una chiara e l’insieme è bello» dice l’ex-angelo Peter Falk di Il cielo sopra Berlino. Appare quindi evidente il senso di quelle due sequenze nella fabbrica di matite. Si parte dalla materia indistinta, le masse di legni accatastati, per produrre tante matite, tutte uguali. Siamo come matite, una massa di persone omologate, ma abbiamo, allo stesso tempo, una potenzialità altissima, come la mina di una matita, di creare infiniti disegni, l’arte, di elevarci dalla mediocrità, ma il finale del film è molto pessimista.

Natalya Nazarova è un nome chiave della nuova ondata del cinema russo, autrice dei soggetti di The Mermaid di Anna Melikyan e Betrayal di Kirill Serebrennikov, mentre il suo esordio dietro la macchina da presa, The Daughter, ha avuto buoni riscontri festivalieri. Le manca quella delicatezza di molto cinema francese sulle banlieue, ma non si può certo dire che non abbia delle buone idee, che non sappia usare le sue metaforiche matite.

Info
La scheda dedicata a The Pencil sul sito del Cairo International Film Festival

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