Oreina

Presentato al 6 Babel Film Festival di Cagliari, Oreina, film basco del regista Koldo Almandoz, è un racconto polifonico, corale della vita di persone marginali in un territorio paludoso, tra la vita rurale e il degrado della periferia urbana adiacente, e i vincoli severi imposti dalle autorità del parco.

La notte del cacciatore

Khalil è un giovane senza radici che vive ai margini della città, dove gli stabilimenti industriali si affacciano sul fiume e sulla palude. Sopravvive come meglio può, trascorrendo le giornate con un bracconiere che vive in una casa sul fiume che condivide con un fratello con cui non parla da anni. [sinossi]

Una filmografia, quella del regista basco Koldo Almandoz, vent’anni di corti e documentari, giocata sull’acqua, su navi e marinai, come in Sipo Phantasma, presentato a vari festival, dove la navigazione percorre territori letterari e di cinema di genere. Con il suo esordio al lungometraggio di finzione, Oreina, parola basca che indica il cervo, il regista filma quella grande zona umida e paludosa della foce del fiume Oria, nei paraggi della sua città natale, Donostia-San Sebastián. Un’area di conflitti morfologici, l’acqua contro la terra, il fiume che dirada nel mare, il saliscendi delle maree, la natura contro l’avamposto della civiltà rappresentata dagli stabilimenti industriali che arrivano fino ai margini di quel parco naturale, abitata da una popolazione marginale che vive nell’indifferenza dei vincoli imposti dall’ente che gestisce l’area protetta. Jose Ramon è un bracconiere e un tassidermista, che ogni tanto viene minacciato dalle guardie del parco, cui rivendica almeno la pesca delle anguilline, che si è sempre fatta, ma che pure è vietata. Una zona naturalistica costellata di relitti di barche, segno di un’attività di navigazione e pesca del passato.

Ci sono in quell’area quei capanni in legno per l’osservazione degli uccelli che fanno parte di quella civiltà esterna, calata dall’alto, perché nulla hanno a che vedere con le vite degli abitanti, imbastardite, lontane da un’idilliaca vita rurale, e messe ai margini dall’adiacente ‘civiltà’, dove lavorano in fabbrica, o frequentano i locali notturni, dove si esercita lo spaccio. Un territorio di microcriminalità, di vendette criminali che sfociano nel finale del camion incendiato, realizzato tra l’altro con una notevole ellissi: dal personaggio che mette della benzina in bottiglia all’incendio che divampa. L’area geografica del film Oreina si candida così come una di quelle zone di confine, umide, palustri del cinema come la Côte d’Opale di Bruno Dumont o la Lindisfarne di Cul-de-sac, come un territorio polanskiano. E Koldo Almandoz, che aveva fatto di Sipo Phantasma, una sorta di compendio citazionista di cinema e letteratura, si concede una citazione diretta, quella, ovvia, a La morte corre sul fiume, in un poster, e poi l’insistenza sugli animali imbalsamati, cristallizzazione della vita e della bellezza, che il cinema ha più volte utilizzato, da Psycho a L’imbalsamatore.

Oreina, presentato al 6 Babel Film Festival, dopo l’anteprima di San Sebastián, è un racconto crepuscolare, notturno, una narrazione polifonica, corale, visiva con dialoghi rarefatti, che segue i vari personaggi a staffetta. Khalil, immigrato, perennemente in movimento con la sua motocicletta, la sua amicizia con Jose, con cui si instaura un rapporto come tra padre e figlio, e poi il fratello di questi, Martín, con cui non si parlano pur vivendo nella stessa abitazione, un omosessuale represso forse per questo ripudiato da Jose. Chi in quel territorio paludoso ci è arrivato, chi ci è tornato, chi ci è nato e chi se ne vuole andare. E il personaggio di Martín rappresenta una parte dello sventagliare del film dei rapporti di conflitto, predazione ma anche possibile armonia tra quell’area naturale e la civiltà esterna. Lui che è uno studioso, che ha la casa piena di libri di ornitologia, ma che insegnava filologia, la cultura umanistica che si armonizza con quella naturalistica. E all’opposto i turisti giapponesi che vogliono comprare il cervo imbalsamato di Jose che però rifiuta, geloso della sua terra e dei suoi prodotti. Koldo Almandoz mette in scena un contrasto tra bruttezza del mondo e bellezza della natura, come si potrebbe semplificare, senza mai essere manicheo ma perdendosi spesso in eccessi d’estetismo, vedi la biscia d’acqua o i riverberi sulla superficie increspata del fiume.

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