Pinocchio

Pinocchio

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Matteo Garrone si confronta con la fiaba italiana per antonomasia. Il suo è un Pinocchio filologico che ben si insinua però nella poetica dell’autore. Tra paesaggi del sud Italia e volti per lo più toscani (un ottimo Roberto Benigni a interpretare Geppetto, il co-sceneggiatore Massimo Ceccherini nel ruolo della Volpe) Garrone riprende il testo smontandone però l’ideologia borghese a favore di uno sguardo intenerito sugli ultimi della classe. Smentendo Collodi attraverso un’adesione ferrea alla concatenazione d’eventi. Coraggioso e rischioso, un film di cui la produzione italiana aveva (ha) un gran bisogno.

Burattino senza fili

Geppetto è un falegname poverissimo, che non ha neanche i soldi per pagarsi un pasto in osteria. Con l’arrivo in paese di un teatro dei burattini si convince di potersi garantire il sostentamento necessario costruendo un burattino di legno. Il ceppo glielo fornisce Mastro Ciliegia, ma non si tratta di un albero qualunque: appena è stato scolpito, infatti, il burattino (che Geppetto tratta come un figlio e chiama Pinocchio) prende vita… [sinossi]

Si è parlato con malcelato scetticismo del Pinocchio di Matteo Garrone fin da quando si diffuse la notizia che il film sarebbe entrato in pre-produzione; lo scetticismo si è poi rinnovato allorquando nella scelta del cast ci si è ritrovati con Roberto Benigni, colpevole di quello che è forse il più indifendibile adattamento della fiaba di Collodi, nei panni di Geppetto, per poi tramutarsi sui social network in puro dileggio dopo il rilascio del trailer ufficiale da parte di 01 Distribution. Non ci si stupisca dunque delle reazioni per lo più fredde e degli sguardi preoccupati che hanno accompagnato i titoli di coda del film al termine della proiezione stampa. Un sentimento che ha accomunato i fan del cinema di Garrone, pronti a dichiararsi per la prima volta “delusi” da un film del regista romano, e i cultori del romanzo. Per non parlare, ovviamente, dei confronti con le due più celebri e celebrate riduzioni, quella disneyana del 1940 e quella che Luigi Comencini portò a termine per la televisione di Stato nel 1972, con Nino Manfredi nei panni di Geppetto (e quel flauto che fa capolino nella colonna sonora di Dario Marianelli suggerisce un omaggio). Perché, è forse è il caso di partire da qui anche per affrontare il lavoro di Garrone, si tratta sempre di una questione di adattamento, quella traduzione su cui in “Sulla fiaba” interveniva perfino John Ronald Reuel Tolkien, con ogni probabilità il più teorico scrittore di fiabe/fantasy della storia della letteratura. La vera domanda dunque dovrebbe essere: com’è tradotto in immagini Pinocchio?
È solo cercando di analizzare l’opera di trascrittura da un linguaggio all’altro che si può davvero provare a comprendere il senso del film di Garrone, per non limitarsi a una guerra a distanza con le precedenti riletture del testo, che permangono nel campo della pura e semplice dichiarazione di gusto. Pertinente, forse, ma inutile sotto il profilo critico. Il film d’animazione prodotto da Walt Disney mentre in Europa esplodeva la Seconda Guerra Mondiale è senza dubbio più inventivo, ma va detto che è anche quello che si distanzia con maggiore forza dal testo; l’operazione seriale di Comencini è maggiormente completa, e a sua volta si prende una libertà gigantesca, perché ogni volta che il burattino compie una buona azione si trasforma in bambino in carne e ossa, e viceversa.

Si parta dal testo, dunque, anche perché è proprio sotto questo aspetto che Garrone mostra con maggior forza sia la peculiarità del film che il rapporto che lo stesso sviluppa con la propria poetica espressiva. In apparenza il regista de L’imbalsamatore e Gomorra sembra muoversi in tutto e per tutto nel solco dell’opera di Collodi. La dinamica dei fatti dopotutto è quella: Geppetto riceve da Mastro Ciliegia un ceppo di legno che, una volta trasformato in burattino, si dimostra senziente e parlante. Il primo giorno di scuola Pinocchio preferisce andare a vedere lo spettacolo dei burattini (con i fili) ed entra nella compagnia di Mangiafoco, che lo grazia proprio mentre sta per farlo diventare legna per il falò e gli consegna cinque monete d’oro che solleticheranno l’arte truffaldina del Gatto e della Volpe, ecc. ecc. Chiunque abbia letto nel corso della sua vita Collodi sa benissimo cosa succederà, e quando quel dato avvenimento avrà luogo. Non è certo sulla suspense, dunque, che può contare Garrone: ma sarebbe stato lecito pretenderlo?
Eppure, con il procedere della narrazione, iniziano a farsi evidenti i dettagli che sono stati eliminati, i personaggi che non trovano più collocazione nella storia, e si può capire come la supposta fedeltà al testo originario fosse solo, a ben vedere, uno specchietto per le allodole. Se è vero che Garrone nulla inventa rispetto al libro dato alle stampe tra il 1881 e il 1883, è altrettanto vero che elide, tagliuzza. Non tradisce, ma espunge.

Interrogandosi su chi manca, è possibile trovare un senso profondo all’operazione di Garrone, decisamente non commerciale – se il film dovesse andare incontro a un buon successo di pubblico sarà soprattutto per il battage pubblicitario e per la presenza di alcuni attori molto noti, perché è difficile prevedere incassi clamorosi per un film dall’estetica così poco adattabile alle mode contemporanee. Non c’è Alidoro, il cane poliziotto salvato da Pinocchio e a sua volta salvatore del ragazzo quando questi sta per finire tra le fauci del Pescatore Verde (a sua volta eliso, come tutta l’isola delle api industriose); manca completamente la digressione su Pinocchio trasformato in cane da guardia al posto del defunto Melampo e che fa arrestare tutte le faine. Manca la morte di Lucignolo oramai divenuto un ciuchino, e Pinocchio non va in prigione dichiarandosi immediatamente un “criminale”. Dettagli, si dirà, anche perché è noto come ad esempio il personaggio del Pappagallo fosse presente anche durante le riprese, visto che gli donò il volto Marcello Fonte, e che sarà possibile scoprire nei prossimi mesi le sequenze tagliate al montaggio.
Ma in realtà nelle omissioni si può leggere un significato tutt’altro che banale o secondario. Di più: è possibile rintracciarvi una smentita ufficiale e poderosa dell’opera stessa di Collodi, un suo ribaltamento. L’ideologia borghese presente nel testo viene difatti prima depotenziata e quindi smontata da un lavoro certosino a favore sempre degli ultimi della classe, che non sono obbligati a seguire la morale corrente per dover trovare un proprio posto in società ma devono semmai imparare l’aiuto, la rispondenza dell’altro, il ruolo della collettività. Se il burattino di Collodi doveva maturare per divenire un buon borghese da inserire in una società giovane e colma di speranze (l’Italia unita aveva dopotutto poco più di un decennio, se si considera anche la liberazione di Romv dal giogo Vaticano), il Paese raccontato da Garrone è oramai corrotto, malsano, dominato dalle ingiustizie – Pinocchio sta per essere incarcerato non “nonostante” sia innocente, ma proprio “perché” innocente. Nell’eliminare il capitolo in cui Pinocchio impara a fare il cane da guardia e quello in cui salva il cane-poliziotto, Garrone sta suggerendo allo spettatore una nuova prospettiva politica nella lettura del romanzo. Non è un caso, dopotutto, che anche sulle reiterate bugie del burattino, riscontrabili dall’allungamento parossistico del naso, il film glissi senza farsi troppi problemi. Non è la maturazione di un bambino da bugiardo a sincero e ubbidiente a interessare Garrone, ma la sua crescita emotiva: Pinocchio può ottenere dalla Fata Turchina la carne e le ossa quando l’affetto per il padre lo spinge a fare qualsiasi cosa per garantirgli un bicchiere di latte. Un bildungsroman non solo meno ricattatorio verso l’infante, ma che sottolinea anche un orgoglio di classe (Pinocchio non si fa più abbindolare dal Gatto e dalla Volpe, ma ottiene i soldi lavorando i campi).

A questa fascinosa rilettura del testo Garrone deve poi coniugare una messa in scena coerente. È qui forse che sarà più facile aggrottare i sopraccigli, perché paradossalmente il “difetto” di Pinocchio è quello di durare troppo poco: come dimostrò già Comencini due ore sono un tempo ben scarso se si vuole davvero compenetrare il mondo collodiano e garantire la giusta aria al racconto. Ecco dunque che soprattutto nella prima metà alcuni passaggi possono apparire sbrigativi, e dunque semplicistici, laddove il tempo avrebbe potuto dipanarsi con una ritmica completamente diversa. Più maestosa e ieratica, alla maniera in fin dei conti di quel che lo stesso cineasta portò a termine solo pochi anni fa con Il racconto dei racconti, tratto dalle novelle di Giambattista Basile. Qui, forse conscio di dover parlare a una platea di partenza meno dotta e più prossima all’infanzia, Garrone preferisce non rallentare mai, accelerando perfino la Lumaca nel gioco puerile tra la Fata Turchina e Pinocchio, figliol prodigo che prodigo non è mai – fortunatamente – fino in fondo. Dopotutto anche la tempistica di realizzazione del film è inusuale, più veloce di ciò a cui ha sempre abituato Garrone, che solitamente sviluppa i suoi lavori nell’arco di un triennio.
Se a venir sacrificato è dunque un po’ di senso del sacro (che è fondamentale nell’approcciare la materia fantastica, come hanno elaborato alcuni dei principali saggisti e letterati) va detto che colpisce positivamente l’aver scelto una scenografia naturale semplice, costruita lavorando direttamente sul territorio, senza ricostruzioni particolari, senza una scenografia esasperata, senza nulla che all’apparenza non fosse già presente. Una lezione di realismo che trova il suo controcanto essenziale in un trucco evidente, artigianale. Come Pinocchio, burattino senza fili creato dallo scalpellino del falegname morto di fame Geppetto, è un oggetto quotidiano, così i mostri, gli animali antropomorfi e le creature che animano il film sono palesate nella loro falsità, senza che questo infici in alcun modo la credibilità del tutto. Una scelta coraggiosa, e che difficilmente sarà capita e accettata in un’epoca in cui il potere del digitale sta esprimendo un livello così alto da non poter che essere egemone, e dittatore spesso a sua insaputa. Così come dimostra coraggio l’aver allestito un cast in cui Roberto Benigni può tornare a confrontarsi con Collodi ma da una prospettiva completamente differente: non più gigionesca supermarionetta, ma anziano senza soldi né affetti che riversa tutto su un pezzo di legno, l’unica cosa che può ritenere a ragione “sua”. Con Benigni val la pena spendere una parola almeno per Massimo Ceccherini, qui non solo impegnato a dar corpo e voce a Volpe ma anche co-sceneggiatore: la sua poverissima truffa, così mortuaria e laida nella sua ingenuità – corroborata dall’ancora maggiore ingenuità del burattino – è resa con partecipazione lodevole da colui che fu il Lucignolo più anarchico della storia del cinema (e così anarchico da essere spurio, e distante dal testo).

Info
Il trailer di Pinocchio.

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