La dea Fortuna

La dea Fortuna

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La dea Fortuna, tredicesimo lungometraggio diretto da Ferzan Ozpetek, contiene al proprio interno tutti i temi portanti della poetica del regista, dalla smitizzazione della famiglia borghese alla riflessione sul concetto di ‘tradimento’. Con i temi però affiorano tutti i limiti del cinema di Ozpetek, sempre in bilico sul crinale del comico involontario, così barocco da divenire piatto, come l’immaginario che rilascia verso gli spettatori.

Chiudo gli occhi e penso a te

Sono quindici anni e mezzo che Arturo e Alessandro hanno una relazione, che procede nonostante i tradimenti (mai segreti) di Alessandro e una crisi strisciante. Durante una festa piomba nella loro bella casa dietro piazza Bologna Annamaria, la migliore amica di Alessandro nonché colei che gli presentò Arturo. Con lei i suoi due figli, una bambina di undici anni e un bambino di otto; Martina e Sandro, questi i loro nomi, dovranno restare a vivere lì mentre la madre svolge dei delicati esami in ospedale. [sinossi]

Ha tutto quello che si aspetta da Ferzan Özpetek La dea Fortuna, suo tredicesimo lungometraggio per il cinema che, come il precedente Napoli velata, cercherà di mettere in difficoltà i titoli “natalizi” (raggiunge infatti le sale in concomitanza, tra gli altri, con il nono capitolo di Star Wars e la versione di Pinocchio firmata da Matteo Garrone, che a occhio e croce “occuperanno” oltre un terzo degli schermi a disposizione sul territorio nazionale). Tra le pieghe della storia d’amore di Arturo e Alessandro, in crisi dopo oltre quindici anni, e del compito affidatogli di fare da genitori ai piccoli Martina e Sandro mentre la madre Annamaria – grande amica di Alessandro, e che vestì i panni di Cupido nel far conoscere i due – svolge delle delicate visite mediche in ospedale, si possono rintracciare senza fare alcuna fatica tutti i temi portanti del cinema del cineasta turco da oltre quarant’anni trapiantato in Italia. C’è la crisi degli affetti, il segreto tra coniugi, la smitizzazione della famiglia borghese, la messa in scena di una collettività multietnica, la rappresentazione – ora santificata, come nel caso di Annamaria, ora demonizzata, per quel che concerne la nonna dei bambini – della figura materna, l’assenza dell’uomo eterosessuale nella costruzione dell’ambiente famigliare (qui l’unico personaggio ascrivibile alla categoria, interpretato da Filippo Nigro, è affetto da una avanzata forma di Alzheimer che gli fa dimenticare anche ciò che ha detto meno di dieci secondi prima; era forse lecito attendersi una metafora più elegante). Ogni singola inquadratura de La dea Fortuna trasuda letteralmente di poetica ozpetekiana, come testimonia in modo particolare la sequenza in cui, sotto lo scroscio improvviso di un temporale estivo, tutti i componenti della famiglia allargata ballano sulle note di una composizione turca.

In quest’ottica, e sotto questo punto di vista, non c’è dubbio che Özpetek sia da considerare in tutto e per tutto un autore del cinema contemporaneo italiano; uno dei più identificativi, per di più, tra quelli maggiormente iconici e facilmente riconoscibili anche per lo spettatore medio. In questo, forse, si nasconde anche il buon successo di pubblico che fin dai tempi de Le fate ignoranti, accompagna l’uscita in sala dei suoi film. Non si cita casualmente Le fate ignoranti, perché a conti fatti sembra essere il film che più di tutti rassomiglia a questo, e non – o meglio, non solo – per la presenza in scena di Stefano Accorsi (che ha recitato con Özpetek anche in Saturno contro). Se nel 2001 la questione relativa alle relazioni omosessuali era ancora un tabù anche nel dibattito pubblico, tanto da spingere il cineasta a inserire sui titoli di coda la presenza al Gay Pride dell’intera troupe, nel 2019 i rapporti tra persone dello stesso sesso sono viste con una maggiore “normalità” dalla stragrande maggioranza della popolazione, ma ciò non toglie che le crepe che il regista attribuisce al concetto di famiglia facciano sempre la loro apparizione.
In queste crepe si annida anche il limite del cinema di Özpetek, il punto oltre il quale il regista dimostra sempre di non sapersi avventurare. Quel limite in cui il progetto cinematografico deve diventare qualcosa di vivo, di credibile, di sincero. Quel limite che prevede che il regista creda alle storie che si trova a raccontare, ancora più se – come in questo caso – specifica siano ispirate a fatti realmente accaduti. Quel limite, infine, che divide la capacità di maneggiare il grottesco e intesserlo al melodramma, allo sconfinamento nel territorio del ridicolo involontario.

Desideroso di mostrare, Özpetek esagera, senza però mai muoversi in direzione dell’iconoclastia o dell’eresia. Anzi, più esagera più il regista dà l’impressione di conformarsi, di adagiarsi sulla sua idea piuttosto falsata di società senza mettere in discussione nulla. Così non ci si preoccupa più di credere nei propri personaggi – la coppia protagonista vive, come viene spiegato con dovizia di particolari, solo con i soldi che porta a casa Alessandro, idraulico: stando così le cose come può permettersi un grande appartamento con ancor più vasto terrazzo su via della Lega Lombarda, a pochi metri da piazza Bologna? –, o di far sprofondare il film in una sorta di fiaba nera con tanto di megera d’occasione, cattiva che più cattiva non si può. Risultato inevitabile di un immaginario privo di profondità, su cui si innesta film dopo film il narcisismo auto-assolutorio di un regista che continua ad amare Pedro Almodóvar senza cercare neanche di capirlo, ma provando a replicarlo in salsa turco-testaccina.

Info
Il trailer de La dea Fortuna.

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