Omicron

Omicron

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Omicron è un film dimenticato, per quanto sia uno dei più felici parti cinematografici di Ugo Gregoretti, venuto a mancare neanche sei mesi fa tra mille lacrime (di coccodrillo, in gran parte). Curioso esempio di fantascienza politica all’italiana, Omicron è il racconto di un alieno, e dell’umanità vista come agente infettivo. Con un ispirato Renato Salvatori nella parte del protagonista.

L’alieno

Durante una passeggiata due fratellini e la loro badante trovano infilato in un tubo di cemento il corpo di un operaio, Trabucco, che tutti credono morto. Invece è posseduto da Omicron, un abitante etereo del pianeta Ultra, i cui abitanti vogliono impadronirsi della Terra. [sinossi]

Non sono trascorsi neanche sei mesi dalla notizia del decesso di Ugo Gregoretti. Per un paio di giorni, all’inizio di luglio, il mondo mediatico e la cosiddetta “rete” hanno pianto lacrime virtuali – in tutti i sensi –, lamentando la fine di un’era culturale in cui il microcosmo intellettuale partecipava in modo attivo al progresso generale della nazione, prendendo parte con sguardo critico al processo di emancipazione dell’Italia, uscita da neanche due decenni dall’occupazione tedesca e dalla dittatura fascista e desiderosa di ergersi a grande potenza occidentale. Le lacrime di coccodrillo, si sa, hanno vita breve, e così in un batter di ciglia ci si è dimenticati di Ugo Gregoretti, della sua lezione di garbato eppur sarcastico giornalismo, della sua lettura mai riconciliata di un Paese ben più troglodita di quanto si sia portati a pensare; ci si è dimenticati di Gregoretti, asfissiati dal caldo afoso di luglio, così come senza troppi ripensamenti si era relegato in un angolo della mente Umberto Eco solo tre anni prima, nel 2016. Ci sarà ancora tempo per i peana postumi, ovviamente, e Gregoretti potrà senza problemi ambire a un posto di prestigio in quel Pantheon omogeneizzato in cui viene rinchiuso il “genio” quando non può più nuocere (dunque dopo la sua dipartita): accanto a lui, oltre a Eco, si troveranno i due riottosi ammansiti post-mortem dal pensiero socialdemocratico, vale a dire Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene, e forse persino il più demistificato di tutti – e allo stesso tempo il più fondamentale –, Antonio Gramsci. Un destino comune per chi in vita non è mai stato davvero allineato, ma è costretto a diventarlo quando non ha più voce in capitolo, né può permettersi il lusso del dissenso.
Per comprendere quanto la scelta conforme non abbia di fatto mai fatto parte del percorso artistico, intellettuale e politico di Gregoretti si dovrebbe per una volta concentrarsi solo ed esclusivamente sulla sua filmografia, per quanto breve essa sia: solo un pugno di regie, comprese quelle portate a termine per i film collettivi (tra questi lavori brevi il più celebre è senza dubbio Il pollo ruspante, inserito nel celeberrimo Ro.Go.Pa.G., ma in troppi snobbarono con facilità l’ottimo Lungo le rive della morte, l’episodio diretto nel 2011 per Scossa), con l’ultimo lungometraggio, Maggio musicale, che risale addirittura al 1990. In oltre cinquant’anni di carriera dietro la macchina da presa Gregoretti ha svolto una funzione critica impareggiabile, dimostrando ogni singola volta la sua alterità, la sua ferrea volontà di non prendere parte al branco, la sua funzione aliena. E non è un caso, con ogni probabilità, che proprio di un alieno parli il suo contributo cinematografico più estraneo alla massa, Omicron.

Omicron potrebbe essere inserito in una particolare lista, quella comprendente i film italiani della cosiddetta “età dell’oro” che qualsiasi paese del mondo annovererebbe tra le sue bizzarrie degne di nota e meritevoli di particolari attenzioni e che invece sono finite disperse nel nulla, prive di una reale analisi critica e del tutto ignote per la stragrande maggioranza del pubblico, perfino quello che si definisce degli “addetti ai lavori”: un destino che accomuna questa fantascienza grondante satira a titoli come Il potere di Augusto Tretti, La morte ha fatto l’uovo di Giulio Questi, Odissea nuda di Franco Rossi, Che fine ha fatto Totò Baby? di Paolo Heusch, solo per portare alcuni esempi. Basterebbe la prima sequenza, quella in cui viene rinvenuto l’apparente cadavere dell’operaio Angelo Trabucco in un tubo di cemento, per comprendere come si stia maneggiando una materia densa, in grado di mescolare con sorprendente naturalezza le istanze espressive più divergenti. Gregoretti prende spunto dalla fantascienza (quegli anni sono tra i pochi in cui la produzione sci-fi abbia fatto breccia con continuità nell’industria italiana: si pensi a La morte viene dallo spazio di Heusch, la “Tetralogia di Gamma Uno” di Antonio Margheriti, Terrore nello spazio di Mario Bava, Ecce Homo – I sopravvissuti di Bruno Gaburro, Il tunnel sotto il mondo di Luigi Cozzi), la lega alla satira di costume tipica della commedia all’italiana, per poi aggiungervi tocchi documentaristici – che oggi verrebbero definiti mockumentary – e riflessioni politiche sullo stato delle cose. Un pastiche fertile che dialoga apertamente con il postmodernismo utilizzando il disincanto come principio vitale per riaffermare le urgenze politiche di una visione della società che sta procedendo a passo spedito verso la propria dissoluzione completa.

Come ogni film di fantascienza terrestre che si rispetti anche Omicron concentra la propria attenzione sul concetto dell’invasione aliena. Esseri senzienti di un altro pianeta che vogliono prendere potere sulla Terra e per farlo cercano di uniformarsi agli umani, trovando nel conformismo la chiave d’accesso migliore, o per lo meno la principale, per intrufolarsi. Trabucco è posseduto da Omicron, in una rappresentazione del genere che riprende il tema dei baccelloni de L’invasione degli ultracorpi, ma allo stesso tempo è già posseduto dalla dinamica servo/padrone della società del Capitale: è un operaio, un ultimo della classe, un vessato per antonomasia. In questa apertura deflagrante a un’interpretazione critica della società capitalistica, del ciclo di produzione, del progressismo conformista e prono ai dettami del mercato Gregoretti sembra già preconizzare quegli spunti di riflessione che troveranno forma in Essi vivono di John Carpenter. Anzi, Omicron potrebbe essere considerato tout court un lungo prologo al geniale film carpenteriano: le suggestioni qui presenti torneranno con vivida forza nell’America reaganiana, com’è ovvio e naturale che sia. Carpenter racconta la presa di coscienza (tardiva?) dell’invasione del germe capitalista, Gregoretti si preoccupa di narrare la nascita dell’invasione stessa. Com’è possibile, al di là di tutto, che un gioiello così ricco, sotto il profilo testuale, immaginifico (la lettura a velocità moltiplicata dell’alieno Omicron che deve imparare tutto degli umani per poter accelerare anche il proprio “ritorno a casa”), politico e comico, sia stato di fatto completamente dimenticato? Interrogarsi su questa dimenticanza può permettere anche di comprendere lo sguardo di prammatica attraverso il quale si è deciso – istituzionalmente parlando – di dover parlare della storia del cinema italiano, e del suo sviluppo produttivo.
Un ultimo cenno lo merita il protagonista scelto da Gregoretti, uno straordinario Renato Salvatori: nel 1963 la sua carriera attoriale ha già intrapreso il crinale discendente, e le parti da protagonista di un decennio prima – La domenica della buona gente, Poveri ma belli, I soliti ignoti, Policarpo, ufficiale di scrittura, ovviamente Rocco e i suoi fratelli – sembrano un pallido ricordo. Qui questo splendido interprete dimostra ancora una volta tutta la sua classe, che troveranno riverbero poi nelle opere sempre più rade degli anni successivi, da Ferreri a Costa-Gavras, da Ripstein a Pontecorvo, da Zurlini a Bertolucci, da Rosi a Petri. Il suo addio dapprima al cinema e poco dopo (nel 1988, per colpa della cirrosi epatica) alla vita resta uno dei lutti più dolorosi e dimenticati del cinema italiano. Riscoprire Omicron può servire forse a riscoprire allo stesso tempo un attore eclettico, e a suo modo inimitabile.

Info
Omicron su Youtube.

  • omicron-1963-ugo-gregoretti-recensione-01.jpg
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