Incontriamoci a Saint Louis

Incontriamoci a Saint Louis

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Perfetto film natalizio, per quanto con gli anni sia progressivamente scomparso dalla programmazione televisiva, Incontriamoci a Saint Louis è uno dei massimi risultati artistici del musical classico e del suo autore, Vincente Minnelli. Splendida protagonista Judy Garland, che si può confrontare con alcuni dei suoi più fortunati cavalli di battaglia, da The Trolley Song a Have Yourself a Merry Little Christmas, oltre ovviamente al brano che dà il titolo al film.

We will dance the Hoochee Koochee

St. Louis, nel 1903. L’avvocato Smith annuncia alla moglie, al padre e ai figli che ha accettato un nuovo lavoro, più importante, a New York, quindi dovranno tutti trasferirsi e lasciare il Missouri. Oltre a sconvolgere le abitudini familiari ciò significa anche rinunciare a essere presenti l’anno successivo, quando in città si terrà l’Esposizione Universale. È un momento duro per la famiglia Smith, soprattutto per la figlia diciassettenne Esther, che ha appena conosciuto John, un nuovo vicino di casa, e si è innamorata di lui. [sinossi]

Molti, si sa, sono i film divenuti nel corso del tempo veri e propri “classici” del periodo natalizio. Per quel che concerne gli spettatori italiani un Natale tale non è – si perdoni la facezia – senza un passaggio televisivo, o su qualsiasi altro supporto (un’utopia purtroppo pensare di vedere certi titoli in sala, ancora meno in 35mm), di titoli quali Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, La spada nella roccia, Canto di Natale di Topolino, Gremlins. Un percorso in qualche misura che agisce sull’immaginario collettivo, sul significato del Natale, sul concetto stesso di famiglia. Per un breve lasso di tempo in questa ristretta cerchia rientrò anche Incontriamoci a Saint Louis, che dall’altra parte dell’oceano è osannato come uno dei musical fondamentali per lo sviluppo del genere e in Italia, in realtà, non ha mai goduto di una particolare fortuna, né critica né di pubblico. A dire il vero fino ai primi anni Ottanta del secolo scorso questo gioiello, per di più firmato dal regista più identificativo del musical classico, Vincente Minnelli, era pressoché sconosciuto: uscito negli Stati Uniti a cavallo tra la fine del 1944 e i primi mesi dell’anno successivo, quando si iniziava a intravvedere la fine della Seconda Guerra Mondiale nel buio del tunnel in cui si era infilata l’umanità, il film non venne recuperato dalla distribuzione italiana a conflitto terminato. Con lo scoppio del dopoguerra – rubando l’immagine a un celebre passaggio della sceneggiatura di C’eravamo tanto amati di Ettore Scola – a nessuno presumibilmente andò di andarsi a ripescare un film che concentrava tutte le sue attenzioni sul Natale, sulle gioie familiari, sulla frivolezza del vivere. E così di Meet Me in St. Louis si persero le tracce, che non vennero recuperate neanche con i vari successi di Minnelli, da Il padre della sposa a Un americano a Parigi, da Brigadoon a Gigi. Ci pensò la televisione di Stato, nei primi anni Ottanta, a suonare la riscossa, programmando il film e rendendolo, per qualche tempo, un piccolo classico del Natale. A dire il vero appare una grave mancanza ridurre il valore di un film come Incontriamoci a Saint Louis a quello di intrattenimento festivo per grandi e piccini. Ma c’è anche da dire che in generale il rapporto del pubblico italiano con il musical del cinema classico statunitense non è dei migliori, riconducibile forse da un lato allo scarso feeling con la lingua inglese imperante fino a non troppo tempo fa – al punto che i musical di maggior successo erano quelli in cui i testi delle canzoni venivano tradotti, come Tutti insieme appassionatamente o i film Disney – e dall’altro alla sospensione dell’incredulità portata alle estreme conseguenze.

Sotto questo punto di vista Minnelli, che dirige il film affidandosi alla sceneggiatura firmata a quattro mani da Irving Brecher e Fred F. Finklehoffe (e desunta dai racconti brevi di Sally Benson), può contare fin da subito sullo spaesamento temporale: ricostruire, ovviamente in studio, la Saint Louis d’inizio Novecento, facendo respirare l’aria da ottimismo democratico di una nazione che stava per ospitare l’Esposizione Universale aprendosi dunque al mondo intero, permette in un batter di ciglia allo spettatore di ambientarsi in un mondo di carrozze, lumi di candela, e primi cenni – discreti come discreta è la borghesia rappresentata nel film – di modernità. Un viaggio temporale che è in qualche modo paragonabile a quello che si compirà di lì a non troppi anni con il west/non-west di Sette spose per sette fratelli di Stanley Donen, ma che Minnelli replicherà nella Francia “impossibile” di Un americano a Parigi. È la sfida più aperta e coraggiosa alle strutture ferree dell’immaginario, alla prassi, alla solidificazione di un pensiero pre-costituito. Minnelli sfonda la parete che cela dietro di sé il mistero del cinema e lavora a cuore aperto: un po’ famiglia Bailey di caprana memoria un po’ Natale à la March di Piccole donne, gli Smith – patronimico per eccellenza dell’America wasp – sono i parenti che chiunque vorrebbe avere. Giusti, spiritosi, amorevoli, comprensivi, in grado di soffrire e gioire tutti insieme.
Questo ritratto, edificante ma colmo di speranza, dell’America in ricostruzione – e tanto ci sarà da ricostruire, moralmente e politicamente, con il conflitto bellico – trova la sua naturale rispondenza in numeri musicali ora briosi ora dolcissimi, che Minnelli coccola letteralmente con la macchina da presa, avvolgendo gli attori e allo stesso tempo chiedendo agli spettatori di farsi ancora più vicini, immergendosi in quella casa che forse per l’ultima volta sta ospitando il Natale degli Smith. Da The Trolley Song a Have Yourself a Merry Little Christmas, oltre ovviamente al brano che dà il titolo al film e a I Was Drunk Last Night intonata da una deliziosa Margaret O’Brien, all’epoca appena sette anni e di lì a un lustro destinata a interpretare la sfortunata Beth nel Piccole donne di Mervyn LeRoy, tutti i brani si intessono perfettamente nell’impianto narrativo, senza mai dare l’impressione di stacco, senza interrompere in alcun modo l’empatia instauratasi tra la pellicola e chi assiste alla proiezione.

Un’ultima notazione. A cinquant’anni dalla scomparsa di Judy Garland, ricordata di recente anche nel mediocre Judy di Rupert Goold in cui imperversano i birignao infiniti di Renée Zellweger, riappropriarsi del magnetismo interpretativo dell’allora ventiduenne artista è un piacere tanto per gli occhi quanto per l’udito: il calore con cui affronta le diverse canzoni, unito a un piglio sbarazzino, mai prono di fronte alle regole che vorrebbe imporre la società (senza per questo essere eversiva, o anarchica), rapiscono e spingono fino a una commozione priva di intermediazioni, pura. Anche qui, come ne Il mago di Oz che la lanciò come stella di prima grandezza di Hollywood, Garland ribadisce come “nessun posto sia come casa”. Per sottolineare il concetto Minnelli utilizza la macchina da presa come un pennello per comporre una tela impressionista, metà Pierre-Auguste Renoir metà Norman Rockwell. Ne viene fuori una gemma purissima, uno dei film in grado davvero di rappresentare un’alterità convincente rispetto al mondo reale, quello in carne e ossa e in cui si parla, non si canta.

Info
Incontriamoci a Saint Louis, si canta Have Yourself a Merry Little Christmas.

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