Operazione paura

Operazione paura

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Tra i massimi capolavori del cinema fantastico italiano di matrice gotica, Operazione paura contiene al proprio interno tutti i pregi del cinema di Mario Bava. Un viaggio onirico nell’incubo, avvicinamento alla morte attraverso il deliquio, in cui l’esiguo budget a disposizione del regista viene trasformato in un punto di forza estetico.

La maledizione di Villa Graps

Un medico viene chiamato in uno sperduto paese dall’ispettore di polizia locale per eseguire un’autopsia sul cadavere di una ragazza morta in circostanze misteriose, ma al suo arrivo viene accolto con ostilità dai locali, che dimostrano subito di nascondere qualcosa. [sinossi]

Quando nell’estate del 1966 Mario Bava dirige Operazione paura nelle sale c’è ancora la sua rilettura delle avventure nordiche I coltelli del vendicatore, mentre di lì a pochi giorni – alla fine di luglio – verrà distribuito Le spie vengono dal semifreddo, comico di stampo parodistico con protagonisti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Un periodo di superlavoro per il regista, che dopotutto delle sue ventitré regie ne porterà a termine dodici nei primi sei anni di attività, dimostrando di saper gestire con una certa velocità il set senza per questo dover venire meno alla cura formale che gli riconoscono anche i suoi fieri detrattori, i critici. Sul rapporto tra la critica italiana e il cinema di Bava si è scritto tanto, anche per esorcizzare l’impressione – basata su inequivocabili dati di fatto – che il motto “nemo propheta in patria” sia ben più che un modo di dire. Nonostante la copiosa produzione artistica anche per gli spettatori Bava è praticamente un perfetto sconosciuto, un po’ perché a volte ricorre allo pseudonimo anglofono John Old (o John M. Old) per firmare i film, secondo una prassi dell’epoca, e un po’ perché i suoi lavori, resi possibili da produttori occasionali e spesso improvvisati, non vedono garantita una distribuzione uniforme sul territorio nazionale. Molto spesso le pellicole di Bava finiscono nel girone – vagamente infernale – delle distribuzioni regionali, portate in sala in copie rattoppate. È davvero sorprendente paragonare l’elevata qualità artistica dei film del regista sanremese – anche nei passaggi più oscuri della sua filmografia si avverte un senso superiore della messa in scena, e del lavoro sulle luci e sui movimenti di macchina – con lo scarso riconoscimento che ottenne da tutte le categorie, partendo dai produttori per arrivare agli occhi del pubblico. Il tempo, almeno lui, è galantuomo.
Ad esempio per girare Operazione paura, che pure è oggi considerato uno dei suoi massimi capolavori, Bava dovette firmare un contratto con la sconosciuta F.U.L. Film, creata a quattro mani da Nando Pisano e dall’attore Luciano Catenacci, allora alle prime armi e destinato a diventare un caratterista piuttosto apprezzato e richiesto. Se si considera che quando avrà a che fare con un produttore importante come Dino De Laurentiis per Diabolik – il film più costoso che abbia mai diretto – non vedrà l’ora di terminare il lavoro, rifiutando a priori di partecipare a un eventuale sequel, si può forse comprendere come la penuria di fondi non rappresentasse il problema principale per Bava, desideroso di potersi occupare della regia potendo godere della massima libertà espressiva.

“Ogni sera, al calar del sole, sulle case di Karmingam scendeva la paura. La notte si popolava di ombre misteriose, e urla si levavano dalle strade buie. Qui capitò un uomo che non aveva paura. […] La paura, ai limiti della brughiera, aveva lo stesso passo inesorabile del destino, aveva lo stesso passo senza impronta dei fantasmi. Questa è una storia vera, accaduta molti anni fa. Cosa accade a Villa Graps? A Villa Graps c’è il terrore! Operazione paura è la storia di un mistero che si agita tra l’amore e le reazioni dell’odio. Operazione paura è la storia di un’indagine che scava nell’inconscio e affonda nel soprannaturale. Il mago del terrore ha realizzato per voi un film che non vi farà dormire”.
L’ampollosa voce che guida il ritmo del trailer dell’epoca, al di là delle ridondanze e delle ingenuità (“Operazione paura è la storia di un mistero che si agita tra l’amore e le reazioni dell’odio”, quasi degno del sibillino e sublime “Sono una medium inconscia” che pronuncia uno dei personaggi nel film e che sembra provocasse imbarazzo nella memoria di Bava, che qui risulta tra gli sceneggiatori), permette di cogliere alcuni moti produttivi e a loro modo perfino teorici. Innanzitutto l’ambientazione: seguendo i dettami del gotico anche questo film guarda alla Mitteleuropa, o magari ai Balcani, eppure il nome del paesino – il film fu poi girato a Calcata, arroccato sulla montagna di tufo che domina la valle del Treja; Villa Graps invece la si ricreò a Grottaferrata, una ventina di chilometri a est di Roma –, con il suffisso am o ham, sembra riferirsi a un territorio britannico, forse per far aderire alla storia gli appassionati seguaci delle produzioni Hammer. Lo stesso discorso vale per il riferimento alla brughiera, che fa correre subito la mente dalla parte dei Baskerville, o dell’Uomo Lupo. Davvero brillante, e degno del sarcasmo di Bava (non che il regista debba aver avuto a che fare con la messa in opera del provino o, come si direbbe oggi, del trailer), il riferimento a fumosi accadimenti reali, svoltisi “molti anni fa”. L’ambientazione, nei primi anni dell’Ottocento, è ovviamente difficile da derubricare a “molti anni fa”. Se il trailer gioca con lo spettatore, e con le sue aspettative, palesa però anche come il film sia costruito sulla percezione della paura, piuttosto che sulla paura stessa. Le lunghe ombre, i passi furtivi nella notte, elementi che partecipano a creare l’atmosfera, ma che non vanno al di là della pura inquietudine. Cos’è allora a far saltare il banco? Semplice, “il mago del terrore” che ha realizzato per gli spettatori “un film che non vi farà dormire”.

E Mario Bava mette a punto un’architrave visionaria stordente, che chiude in qualche modo con l’universo gotico che lui stesso aveva contribuito a codificare con La maschera del demonio per poi tornarvi a ragionare con I tre volti della paura e La frusta e il corpo. Negli anni successivi ci saranno vaghi rimandi al genere, sia ne Gli orrori del castello di Norimberga che nel folle Lisa e il diavolo – rimontato per volere del produttore Alfredo Leone nello squallido La casa dell’esorcismo, giustamente ripudiato dal regista –, ma il gotico riaffiorerà compiutamente solo in televisione, con La Venere d’Ille che Bava, prossimo alla morte, girerà a quattro mani con il figlio Lamberto traendo ispirazione dal racconto di Prosper Merimée. Operazione paura diventa dunque quasi una sorta di canto del cigno del gotico, e il regista lo affronta con l’intenzione di evitare di lasciarsi cullare dai cliché: le zoomate improvvise e gestite con una perfezione ammirabile sostituiscono i dettagli di mostri pronti a ghermire le prede, così come l’afflato romantico viene meno, ed emerge una riflessione solo all’apparenza banale sul subconscio, sul desiderio. Bava non ha alcuna intenzione di spaventare il proprio pubblico, ma vuole – questo sì – turbarlo. Per farlo ovviamente ricorre all’utilizzo dell’illuminazione, e alla costruzione dell’inquadratura, che rifugge sempre il senso classico per instillare negli occhi degli spettatori la deviazione dalla norma, l’ingresso in un territorio non protetto del fantastico e dell’ectoplasmatico. L’utilizzo del fantasma della bambina, che tanto fece parlare di sé per l’evidente “scippo” operato da Federico Fellini nel di poco successivo Toby Dammit, è sotto questo punto di vista non solo encomiabile, ma perfino teorico. Di fatto la bambina non agisce mai veramente, non uccide, non compie atti che non siano quelli di apparire dietro la finestra – a mo’ del vurdalak narrato in uno degli episodi de I tre volti della paura – o di far rotolare la palla. Il suo ruolo diventa attivo solo attraverso le angosce e le paure recondite tanto dei personaggi quanto degli spettatori stessi. Un ragionamento sui meccanismi stessi della paura che non è raro da rintracciare nelle opere di Bava, e che ben si lega alla sua tentazione per il nonsense, il calembour visivo, l’espressionismo pittorico e cinematografico.
Operazione paura è una vera e propria gioia per gli occhi, sia per l’utilizzo sempre emotivo del colore – pur meno ardito di opere precedenti, come per esempio Sei donne per l’assassino – sia per la capacità di rendere la desolazione di un villaggio permeato dall’idea e dall’odore della morte. Ma è senza dubbio nel segmento ambientato nella maledetta Villa Graps che Bava dà il meglio di sé, tra reminiscenze hitchcockiane (la scala a chiocciola) e quella straordinaria sequenza in cui Giacomo Rossi Stuart scopre di stare inseguendo se stesso. Un corto circuito spazio-temporale così potente da venire replicato da David Lynch nell’ultimo episodio della seconda stagione di Twin Peaks.

Info
Il trailer di Operazione paura.

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