Tolo Tolo

Tolo Tolo

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Seppur imperfetto nei toni e nel ritmo, Tolo Tolo di Luca Medici aka Checco Zalone è un film coraggioso che tra trovate mordaci e risate a denti stretti rispolvera la vera missione, da tempo dimenticata, della satira: quella di farci sentire a disagio.

Iena ridens

Sognatore più che imprenditore e di certo maestro nell’arte d’arrangiarsi, Checco Zalone fugge in Africa lasciandosi alle spalle i suoi creditori, tra cui il Fisco italiano. Qui si barcamena vagheggiando il Liechtenstein, il suo sistema di tassazione e il suo segreto bancario, ma finisce poi per affrontare un periglioso viaggio sulla rotta dei migranti, verso l’Italia, in compagnia del colto Oumar, della volitiva e battagliera Idjaba e del piccolo Dudù. [sinossi]

In una realtà contemporanea dove la satira è inclusa nei programmi di attualità politica e il comico si esprime sovente in presenza del suo stesso oggetto di scherno, trasformando le sue stilettate in bonario rimbrotto, tocca a Luca Medici/Checco Zalone, e per esteso al cinema, farsi carico della scomoda missione di lanciare una sferzante invettiva dritta in faccia a un destinatario “assente”, e quel destinatario siamo noi.

Preceduto dalle polemiche suscitate dal videoclip Immigrato, rivisitazione arguta de L’italiano di Toto Cutugno in era salviniana, Tolo Tolo segna il debutto alla regia, dopo la fine del sodalizio con Gennaro Nunziante, del comico pugliese che firma il film, la sceneggiatura e le musiche con il suo nome di battesimo, Luca Medici, quasi a voler subito creare una distanza tra l’autore e il personaggio, una distanza che, con lo scorrere del racconto, si va consolidando. Non c’è bisogno in fondo di ricorrere a un’ermeneutica terra-terra per comprendere che Tolo Tolo e il suo autore sono tutt’altro che razzisti, men che meno poi misogini, al limite questi due “problemi” affliggono il protagonista del film e per esteso anche “noi”, italiani medi. A scagionare Tolo Tolo basta anche solo notare i ruoli nient’affatto bidimensionali assegnati al cast di comprimari, a partire dal senegalese Sylla Souleymane, qui nei panni del colto e intraprendente Oumar, per proseguire con il personaggio di Idjaba (l’attrice francese Manda Touré), non una “madre coraggio”, non semplicemente una ragazza volitiva, bensì una guerriera consapevole, in grado di lottare per l’autodeterminazione del suo popolo.

Certo non tutto funziona a dovere, a partire dalla regia talvolta troppo concentrata sul singolo sketch, né si può dire che nel corso della visione non si provi un certo “fastidio”, lo stesso che ha fatto storcere il naso ad alcuni di fronte al su citato videoclip. Ma andiamo con ordine. L’incipit del film è piuttosto zoppicante, tra false partenze (i titoli di testa arrivano dopo un po’, e non sembra nemmeno il momento giusto) e un ritmo sincopato fatto di gag tagliate con l’accetta dal troppo rapido montaggio. Tutto sembra poi prendere le mosse da un interrogatorio alla stazione di Polizia, ma in questo luogo non si fa più ritorno, mentre restano, durante la visione, dei lacerti di una voice over a questo punto de-localizzata, dal momento che la poliziotta a cui viene narrato il tutto non comparirà più. Le prime scene in Puglia ci riportano dalle parti dei precedenti film di Zalone, con l’abituale messa alla berlina dei malcostumi (corruzione, evasione fiscale, etc.) nostrani e anche la breve porzione di film nel resort di lusso africano serve solo a rincarare la dose, tra imprenditori italici che si beano delle bustarelle elargite e mature signore (Barbara Bouchet) con toy boy anonime star di soap opera.

Il film entra davvero nel vivo quando principia il percorso on the road, Checco incontra i suoi compagni di viaggio (Oumar, Idjaba e il piccolo Dudù) e prende il via la traversata verso l’Italia sulla rotta dei migranti. Dotato di camicia di Armani, candidi bermuda, mocassini Prada e borsello di Vuitton, Checco Zalone è dunque, ancora una volta, l’emblema dell’italiano medio, ma la trasferta in terra d’Africa e l’attualità bruciante della questione migratoria, inaspriscono non poco i suoi annosi difetti, mentre vengono alla luce alcuni problemi etici che ribollono sotto la virtuosa satira di cui Luca Medici è di fatto, oggi, l’unico paladino.

Il campionario di trovate per la messa alla berlina dell’homo italicus si fa via via sempre più vasto e articolato e dall’evasione fiscale, condominiale e del pagamento degli alimenti alle ex mogli, si passa ben presto al rigurgito fascista, con Checco che sente risuonare nella testa la voce imperiosa di Mussolini, “per colpa dello stress e del sole”, gli viene detto dai compagni di sventura, solo che questi attacchi di fascismo, come recita una delle battute più sagaci del film, non sono esattamente come “la candida” e non si curano con il Gentalyn. Il film raggiunge poi il suo apice satirico grazie all’incontro con il reporter francese (Alexis Michalik), utile a mettere alla berlina la stampa contemporanea, pronta a sfruttare le disgrazie altrui e preoccupata solo del numero di visualizzazioni dei propri reportage sul web. Questo mix dissacrante tra l’ipocrisia borghese franzosa e il qualunquismo italico deflagra liberatorio sullo schermo, dando luogo alle gag più gustose ed esilaranti del film.

Muovendosi perennemente e coraggiosamente in bilico, a tratti – e ognuno scelga quali, nel pieno possesso della sua soggettività – Tolo Tolo valica il confine tra buon senso e cattivo gusto, provocando qualche sobbalzo nell’etica e nel moralismo irredimibili dal ruolo di spettatore-voyeur. Sobbalzi che possono arrivare ad esempio durante il brano “Gnocca d’Africa” che, se da un lato è una sapida rilettura del razzismo dell’uomo medio italico, facilmente redimibile dalla beltà di una ragazza africana, possiede nel testo alcuni dettagli truci non digeribili all’istante, ma assimilabili con il protrarsi della visione e del racconto. Provoca poi qualche alzata di sopracciglio la resa accomodante del campo di prigionia libico e quella troppo linda della nave dell’ONG su cui i migranti si ritrovano prigionieri, in attesa della salvifica apertura dei porti. Bisogna convenire che la realtà, in questi casi, è forse troppo drammatica per trasformarsi senza traumi in satira ridanciana. Ma di contro, viene anche da pensare che forse siamo noi, spettatori odierni, ad aver inoculato il germe del politicamente corretto, contagiati da polemiche da talk show e social network che sostituiscono il senso critico individuale con lo scorrere continuo delle opinioni altrui. O forse, semplicemente, guardarci allo specchio, notare con nitore sul grande schermo tutte le nostre sfaccettate meschinità, compreso magari il pensare che su quelle navi non si stia poi tanto male, non ci piace poi tanto.

Tolo Tolo ci pone dunque di fronte a una sfida, dove lo spettatore e il critico, uniti in un’unica categoria, sono chiamati a guardare oltre il proprio tempo, oltre le polemiche che ora avvelenano il nostro sguardo e le nostre opinioni, perché questo film parlerà ai posteri di noi, del nostro cinema comico, della libertà di esprimersi con i toni del grottesco che è stata concessa a questo attore-autore in virtù dei suoi stratosferici incassi, e che le sue stilettate a noi possano non piacere o far discutere è cosa buona e giusta. L’uomo del futuro, se ne avrà la libertà, saprà ridere di noi, distanziandosi dal nostro tempo, crudele e meschino.

Quella di Zalone/Medici è dunque di certo ora una comicità matura e (mal)sanamente aggressiva, che inasprisce i toni della commedia all’italiana (La grande guerra, I mostri), salta a piè pari quell’umanesimo del Neorealismo che d’altronde non ci appartiene più (quello di marca desichiana in primis, si veda il mancato sentimentalismo nel rapporto tra il protagonista e il bambino Dudù), e pare accostabile allo stile graffiante del migliore Ben Stiller (quello primigenio del Ben Stiller Show, di Tropic Thunder e di Zoolander, la cui critica alla vanità virile viene ripresa da Zalone con l’ossessione del personaggio per una crema idratante) o all’arte performativa dell’ancor più “scomodo” Sasha Baron Cohen (Borat, Brüno, Il dittatore).

E in questa sua evoluzione Luca Medici è anche ben consapevole dei rischi che corre, quando allude alla censura in una delle sequenze migliori del film, quella visione onirica di un’Italia da cartolina, dove scorrono le scenografie posticce alle spalle di Checco e Idjaba e fa la sua comparsa un David di Michelangelo con il membro virile oscurato dai pixel. Nella sequenza, accompagnata dal brano Italia interpretato da Mino Reitano, neri sono i tirolesi, nero il gondoliere, neri i calciatori della Nazionale. E quest’ultima è forse “l’istantanea” emotivamente più coinvolgente, perché in fondo potrebbe essere già così, potrebbe essere persino che non ce ne fossimo accorti. Significherebbe che non siamo razzisti.

Piuttosto brillanti sono poi in Tolo Tolo i sottili riferimenti proprio al Neorealismo Italiano e il breve inserto da Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. Da un lato il nostro cinema migliore, dall’altro un grande regista, poeta, intellettuale e fustigatore di costumi nostrani. No, Checco Zalone/Luca Medici non intende dirci che ne è l’erede, niente lesa maestà, vuole solo ricordarci che non abbiamo più quel cinema né quegli intellettuali e si fa carico lui, dal basso, anzi da un basso/colto da cui forse bisogna ripartire, anche rischiando, per metterci in discussione, in posizione scomoda, mentre ridiamo di noi stessi in una sala cinematografica, come piccole iene appollaiate sulle nostre poltrone.

Info:
Il trailer di Tolo Tolo.
La scheda di Tolo Tolo sul sito della Taodue Film

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