The Last of England

The Last of England

di

Mentre quello che fu l’impero britannico rischia di sprofondare con la richiesta di indipendenza della Scozia (e chissà quel che avverrà in Ulster), viene naturale tornare con la mente al cinema di Derek Jarman, che dopo aver espresso il suo disappunto verso la corona in Jubilee rincarò la dose, nella seconda metà degli anni Ottanta, con The Last of England, durissimo attacco alle politiche culturali, sociali ed economiche di Margaret Thatcher. Un film che mescola poesia e disincanto, diretto da un autore che aveva da poco scoperto di essere positivo al test HIV.

The Hollow Men

The Last of England è il commento di un artista riguardo al declino del suo Paese in un linguaggio molto vicino alla poesia. Una triste meditazione su Londra sotto il governo della Thatcher… [sinossi]

Nel 1986, proprio mentre sta terminando il lavoro su Caravaggio – destinato a rimanere impresso, nella memoria collettiva, come il suo capolavoro insieme a Edoardo II – Derek Jarman scopre di essere risultato positivo al test HIV. Sempre nel 1986 il parlamento britannico promulga il Local Government Act il cui articolo 28, che entrerà in vigore nel 1988, è uno dei più radicali attacchi omofobi che i governi occidentali abbiano portato a termine nell’ultimo cinquantennio. All’interno del testo si può leggere che le autorità locali sono obbligate a “non promuovere intenzionalmente l’omosessualità o pubblicare materiale con l’intenzione di promuovere l’omosessualità” o ancora a “promuovere l’insegnamento in qualsiasi scuola finanziata dallo Stato dell’accettabilità dell’omosessualità come pretesa relazione familiare”. In un Paese che aveva visto l’omosessualità decriminalizzata solo nel 1967 – e solo per i maggiori di ventuno anni di età – si trattava di un nuovo colpo basso, fortemente voluto dalla Lady di Ferro Margaret Thatcher per compiacere un’opinione pubblica che vedeva nell’omosessualità il veicolo principale, se non unico, dell’AIDS. La Gran Bretagna, che negli anni del secondo mandato della Thatcher fu a un passo dalla svolta totalitaria e illiberale – come testimoniano la riduzione drastica del diritto allo sciopero, l’attacco frontale ai sindacati che sfociò nella terrificante Battaglia di Orgreave, lo sblocco indiscriminato delle privatizzazioni, la totale alterazione della finanza –, denunciata da molti artisti a vario livello, come dimostra per esempio nel campo del fumetto V per Vendetta di Alan Moore e David Lloyd, pubblicato tra il 1982 e il 1985, tornava a vessare in modo fortissimo la comunità omosessuale, di fatto escludendola dal consesso civile.
È in questo contesto storico, e a seguito delle proprie vicissitudini personali, che Derek Jarman inizia a lavorare a The Last of England, forse il più complesso dei suoi undici lungometraggi. Sicuramente uno dei più ostici, estremi e per questo più osteggiati.

Non è facile imbattersi in letture critiche entusiaste di The Last of England. Anche i più affezionati cultori di Jarman – che si contano sulle punte delle dita di una mano: il regista inglese non ha mai trovato un gran conforto nell’universo critico – lo guardano con sospetto, lamentando una supposta eccessiva lunghezza, e una postura troppo dichiaratamente intellettuale. La verità è che Jarman, dominato da una furia che non ha più la sguaiata irriverenza del punk ma affonda in una sfiducia totale nei confronti della macchina dello Stato, e del consesso considerato “civile”, sfodera un attacco all’arma bianca che non risparmia nessuno. Lo spettatore qui non può rifugiarsi nell’eco classicheggiante che dominava il “latinorum” di Sebastiane, né può pensare di perdersi nel biografismo acuto e nell’eleganza formale di Caravaggio. Di fronte alla brutalità esibita e disperata di The Last of England lo sguardo dello spettatore è nudo, indifeso, imbarazzato di sé e della propria postura intellettuale e – questo vale per una parte del pubblico – comodamente borghese. Anche il colto riferimento letterario che vede Nigel Terry declamare pagine di T.S. Eliot e Allen Ginsberg non ha nulla della delicatezza riscontrabile nei sonetti di William Shakespeare che rappresentano il fulcro di The Angelic Conversation. In quel caso la lettura affidata a Judi Dench è profonda, partecipe, emozionata prima ancora che emozionante. C’è un ideale mondo sognato da rappresentare, alla costruzione del quale contribuiscono tanto Dench quanto la colonna sonora lavorata dai Coil. Solo due anni più tardi tutto è cambiato, ogni cosa è compromessa.
L’immagine, che in Jarman vagava dalla pulizia del neoclassico agli artifici romantici quali slow motion e opacizzazione delle lenti, diventa ansiogena. Jarman muove una nevrastenica macchina a mano che non dà definizione netta all’immagine, trasmettendo un’angoscia perenne, quella che si prova in uno Stato di polizia, dove l’esercito può entrare in casa e martoriarti. È l’Inghilterra al momento del suo crollo definitivo, in quel passaggio in cui la cultura egemone diventa razzista, omofobica, fascista, classista. Dopo aver ridicolizzato la corona britannica in Jubilee, grande scherzo punk che si muoveva sulla scia di una gioventù slabbrata e orgogliosamente sottoproletaria, Jarman alza il tiro e mette alla berlina l’intero impianto dello Stato, compresa la stessa classe intellettuale.

L’immagine di Tilda Swinton in abito nuziale che grida disperata il proprio dolore attorniata dall’immondizia, che è anche quella scelta per veicolare il film sui poster, è perfettamente rappresentativa del senso intimo che Jarman vuole dare al film. Se c’è un atto di guerra contro le minoranze, che queste minoranze reagiscano attraverso un atto di guerra. Non c’è nessuna conciliazione, in The Last of England, così come non esiste alcun tipo di speranza. Nigel Terry legge i poemi con una voce atona, monotona, impassibile ma anche priva di qualsivoglia spirito vitale. Come scriveva Salvatore Quasimodo di fronte all’occupazione nazista “E come potevamo noi cantare, con il piede straniero sopra il cuore?”. Il piede che schiaccia Jarman non è straniero, ma il discorso è lo stesso: la voce di Terry deve essere priva di vita perché, sempre tornando a Quasimodo, “alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese”. Bach o il post-punk possono svolgere lo stesso ruolo, ma sono solo esornativi di fronte alla violenza della società. Pur ammantato in un contorno lirico The Last of England è un film ferino, perfino squallido a occhi verginei. Eppure il centro nevralgico del discorso è esplicitato da Jarman già nella scelta del titolo, che riprende uno dei più celebri dipinti di Ford Madox Brown, dai più inserito – un po’ a forza – tra i preraffaelliti. Nel dipinto Brown mostra una coppia appartenente alla classe media che abbandona l’Inghilterra per sempre: a guidarli non è ovviamente la fame o la necessità di un lavoro. La loro, come per Jarman, è una scelta politica. Anche Jarman, che di lì a pochi anni diventerà cieco per via dell’incedere dell’AIDS, lancia il proprio “ultimo sguardo all’Inghilterra”, e lo fa con un gesto poetico e artistico potentissimo, che utilizza le armi del video per scardinare una volta di più la morale – anche visionaria – corrente. Oggi che la Gran Bretagna rischia di smembrarsi a seguito della cosiddetta Brexit (la Scozia ha annunciato di voler indire un referendum indipendentista, e non si sa che fine farà l’Ulster) chi prenderà il posto di Jarman nel cantare la morte di una nazione, sotto il profilo politico, culturale, ed economico?

Info
Una sequenza di The Last of England.

  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-07.jpg
  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-06.jpg
  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-05.jpg
  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-04.jpg
  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-03.jpg
  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-02.jpg
  • the-last-of-england-1987-derek-jarman-01.jpg

Articoli correlati

  • Editoriali

    Paolo Scala, il cinema come spazio comunePaolo Scala, il cinema come spazio comune

    Lo scorso 26 dicembre è morto Paolo Scala, fondatore e curatore di alcuni dei più battaglieri cineclub romani dagli anni Settanta al nuovo millennio. Ricordarlo significa celebrare non solo lui, ma un modo di intendere la cinefilia come atto politico e sociale.
  • Torino 2016

    Jubilee

    di Se è mai esistito il film maledetto per antonomasia nella filmografia di Derek Jarman questo è Jubilee, imbastardito sputo in faccia al bon ton borghese a colpi di scudisciate punk. Al Torino Film Festival 2016.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento