Vieni avanti cretino

Vieni avanti cretino

di

Il 17 dicembre scorso sono trascorsi trent’anni dalla morte di Luciano Salce, eppure nessuno sembra essersi preoccupato di ricordare la filmografia di questo crudele castigatore dei (mal)costumi italici. Muovendosi al di là degli arcinoti primi due capitoli della saga dedicata a Fantozzi è possibile imbattersi in una lunga serie di gioielli, brillantissimi esempi di commedia mai allineata al potere, e all’egemonia culturale. Tra questi un posto di rilievo lo ricopre Vieni avanti cretino, il più consapevole e compiuto omaggio all’arte attoriale di Lino Banfi.

La sua soddisfazione è il nostro miglior premio

Roma. Pasquale Baudaffi è un detenuto appena uscito dal carcere romano di Regina Coeli; ad accoglierlo è il cugino Gaetano, un impiegato nell’ufficio di collocamento che tenta di aiutarlo per un percorso di reinserimento onesto nella società; propone dunque a Pasquale svariate attività lavorative, che però si scontrano con un uomo a dir poco goffo… [sinossi]
Il padre eterno quando fece il mondo
lo disegnò quadreto però gli venne tondo
e poi sbagliò dell’uomo il modellino
il primo venne dritto ma l’altro un po’ cretino
se tu sei cretino lo sai solo tu
quando uno è scemo, è scemo pure nel Perù
il padre eterno allora un po’ sudeto
si tolse uno stivale e fece il nostro Stato
ed erano ottocento cittadini
seicento deputeti e duecento cretini
lo dice il padrone al contadino:
oh oh vieni avanti cretino
risponde l’operaio al suo padrone:
oh oh, oh oh vieni avanti frescone
Lino Banfi, Vieni avanti cretino
Filomeña muy hermosa,
è scappata da Canosa
Filomeña galupeira
è passata da Noceira
E con todo il mio tormiento,
l’ho ciercada nel Salento
una noche pien de pioggia
l’hanno vista pure a Foggia
Lino Banfi, La canzone di Filomeña

Il decennio che va dal 1977 al 1987 è il regno quasi incontrastato di Lino Banfi. Tra Oriazi e Curiazi 3-2 di Giorgio Mariuzzo e Com’è dura l’avventura di Flavio Mogherini il comico pugliese partecipa infatti a quarantuno film, legandosi in maniera particolare ad alcuni registi quali Sergio Martino, Mariano Laurenti, Michele Massimo Tarantini, ma non disdegnando sortite su set più ambiziosi, come testimoniano ad esempio Dio li fa e poi li accoppia di Steno, Il commissario Lo Gatto di Dino Risi e, soprattutto, Vieni avanti cretino di Luciano Salce. Il 17 dicembre scorso sono trascorsi esattamente trent’anni dalla morte prematura – ad appena 67 anni – di Luciano Salce, e in un certo senso stupisce, oltre a indignare, la generale indifferenza con cui è stata accolta la triste ricorrenza. Basterebbero infatti anche i soli Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi, primi due capitoli della saga dedicata alle disavventure del ragioniere interpretato da Paolo Villaggio, per giustificare un posto di primaria importanza nel pantheon cinematografico nazionale. Ma Salce è stato un cineasta colto, raffinato, sublime bacchettatore del (mal)costume italiano, amante del paradosso e del grottesco, fautore di un eterno ribaltamento della prassi, delle abitudini canoniche, dell’ovvio. Dagli esordi brasiliani con Uma pulga na balança e Floradas na serra fino a titoli iconici e perennemente survoltati quali Il federale, La cuccagna (con protagonista un dolce e volutamente spaesato Luigi Tenco), La pecora nera, o Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, non si può non cogliere la persistente volontà di mettere alla berlina il sistema nel suo complesso, senza apparentamenti ideologici manichei. Questo anarchismo raggiunge il proprio apice in veri e propri capolavori tellurici quali Colpo di Stato, Alla mia cara mamma nel giorno del mio compleanno e Il… Belpaese, amarissimo ritratto dell’Italia sul finire degli anni Settanta che potrebbe apparire come il riflesso deforme e psichedelico di Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli. In mezzo a questo parterre de roi si potrebbe correre facilmente il rischio di ridurre Vieni avanti cretino al ruolo di opera minore, cui non prestare particolare attenzione. Il motivo? Sempre lo stesso, la partecipazione nel ruolo principale di Lino Banfi. Anzi, di più: perché il film, scritto dallo stesso Banfi insieme a Roberto Leoni e Franco Bucceri, è interamente costruito attorno all’attore pugliese. E questa, agli occhi di una critica preordinata e di una visione predigerita, è una colpa difficile da emendare.

C’è un secondo elemento che potrebbe far storcere il naso ad alcuni, e riguarda la composizione narrativa del film, architettato per funzionare a semplici sequenze comiche, collegate le une alle altre da un canovaccio labile, mero escamotage per niente elaborato. Pasquale Baudaffi è finalmente uscito di prigione grazie a un’amnistia generale, e suo cugino – interpretato da Franco Bracardi – che lavora nell’ufficio di collocamento, si impegna per trovargli colloqui con la speranza di vederlo reinserito nel contesto sociale. Le gag riguardano dunque la disperata e goffissima ricerca di Pasquale, alle prese con i possibili impieghi più disparati, da guardiacaccia comunale a garagista, da cameriere a tenore spagnolo. Eppure solo uno sguardo disattento o superficiale potrebbe scambiare Vieni avanti cretino per un puro e semplice contenitore di scenette. Già solo l’incipit, che mostra Banfi presentare al pubblico il film mentre si trova in camerino – che si rivelerà essere una squallida toilette – dopo che sullo schermo sono già apparsi roboanti nomi per il cast (Marlon Brando, Bo Derek, John Travolta), basta a riconoscere la mano di Salce, la sua sapida presa di posizione contro la classe egemone, e il potere in ogni sua forma, fosse anche quella delle divinità hollywoodiane. Se questo non fosse sufficiente ci si potrebbe poi concentrare sulla scena della tentata evasione di Pasquale, inconsapevole dell’amnistia, in compagnia dell’ultracentenario Abate Faria, il carcerato del Castello d’If che ne Il conte di Montecristo educa il compagno di cella Edmond Dantès.
Tutto, in Vieni avanti cretino, anela all’anarchismo, pur reso nella sua forma più ridanciana, sarcastica, perfino di grana grossa (si veda il segmento in cui Pasquale deve evitare che il capo di suo cugino lo scambi per un omosessuale, parte della società verso cui il padrone nutre un profondo odio). Una lunga e articolata sarabanda per mandare all’aria il potere, le sue sordide abitudine, quella buona borghesia che di buono ha solo ed esclusivamente il conto bancario, e spesso neanche quello. I vari passaggi di Pasquale di lavoro in lavoro sottolineano con sempre maggior forza l’alienazione dell’individuo, l’asservimento a regole sociali inique, l’accettazione di ogni dogma: c’è anche la richiesta del favoritismo durante il colloquio.

Ma a suo modo Pasquale – interpretato in modo pirotecnico, e sublime, da Banfi – è refrattario alla società, è il “cretino” che non ha neanche consapevolezza della propria connaturata cretineria. Il suo è un corpo in sovvertimento, che si muove nell’ibridazione senza trovare una propria forma che sia però consona ai dettami della società. La sua stessa fisicità è un continuo equivoco, lui che si reca in uno studio dentistico pensando di essere entrato in una casa chiusa, o che continua a ordinare al bancone del bar in cui lavora dei caffè impensabili (con humor, con utopia, freddo e corretto, bollente e dolcissimo), o ancora che finisce vestito da donna al cospetto di uno che non “tollera gli uranisti”. Lui che irrompe in una sfarzosa festa spagnola intonando “Filomeña muy hermosa, è scappata da Canosa”, o che termina un’accesa discussione con annessi schiaffoni con un prete del suo paese d’origine prima in un dialetto strettissimo – che “costringe” Salce a ricorrere ai sottotitoli in arabo – e poi sentenziando tra sé e sé, mentre l’amico d’infanzia si allontana, “Terrone maledetto, che poi, chi cazzo lo conosce?”. Negli anni Ottanta, in pieno mito dell’arricchimento nella Milano da bere (si pensi a opere pur curiose come Un povero ricco di Pasquale Festa Campanile o Saxofone, esordio alla regia di Renato Pozzetto), Salce concentra lo sguardo su un morto di fame e sulla sua cronica incapacità a farsi assumere – o a tenere un impiego. Perché il corpo proletario è in continuo sommovimento, anche quando il cervello non mostra barlumi di consapevolezza. La dimostrazione definitiva di tutto ciò la si ha nell’ultimo segmento del film, forse quello più celebre e citato. Pasquale viene assunto in una fabbrica di cibernetica, dove il suo capo, il dottor Tomas, gli affida un carico di lavoro all’apparenza semplice – ma sempre complicato da aggiunte, omissis vari ed eccezioni di sorta – ma totalmente alienante. La macchina è sempre uguale a sé, e l’uomo deve adattarvisi. Il padrone però ora è conciliante (come il Megadirettore Galattico nel finale di Fantozzi), e non fa che ripetere che “La sua soddisfazione è il nostro miglior premio”. Qui inizia una duplice sfida: quella del corpo proletario contro la macchina e quella, ben più ardua e forse impossibile da vincere, del corpo proletario contro il corpo padronale, altrettanto anarchico ma in grado di esercitare l’anarchia avendo sottomano il sistema statale. Un’ottica quasi pasoliniana. Nella sfida a distanza contro il dottor Tomas, nel cui ruolo si esalta un caratterista dimenticato come Alfonso Tomas, Vieni avanti cretino raggiunge il punto di ebollizione, e di non ritorno. La farsa non ha fine, può solo esplodere, e così Luciano Salce entra direttamente in scena e trascina Banfi di fronte al plotone d’esecuzione. Perché solo la fucilazione può mettere fine al corpo comico, virus rivoluzionario naturale, e quindi ancor più pericoloso dell’ideologia. Purtroppo dopo Vieni avanti cretino, anche per i problemi fisici che lo condurranno alla morte nel 1989, la carriera di Salce ha un arresto doloroso e inaspettato: su Vediamoci chiaro e Quelli del casco, le sue due ultime regie, è meglio non interrogarsi più del necessario.

Info
Il trailer di Vieni avanti cretino.

  • vieni-avanti-cretino-1982-luciano-salce-01.jpg
  • vieni-avanti-cretino-1982-luciano-salce-02.jpg
  • vieni-avanti-cretino-1982-luciano-salce-05.jpg
  • vieni-avanti-cretino-1982-luciano-salce-03.jpg
  • vieni-avanti-cretino-1982-luciano-salce-04.jpg

Articoli correlati

  • Cult

    Fantozzi RecensioneFantozzi

    di Il ragioniere più famoso del cinema italiano torna a prendere vita sullo schermo nell'omaggio offerto dalla Festa del Cinema di Roma 2015 per il quarantennale della sua uscita in sala.
  • DVD

    Slalom RecensioneSlalom

    di Tentativo di variazione italiana sulla moda anni Sessanta degli 007, Slalom di Luciano Salce cerca di piegare a sfruttamento massivo la figura di Vittorio Gassman, puntando tutto (troppo) su di lui. Per la prima volta in dvd per CinemaItalia e CG.
  • Venezia 2004

    Colpo di stato RecensioneColpo di stato

    di Uno dei segreti più scottanti della cinematografia italiana sommersa: Colpo di stato di Luciano Salce, oggetto misterioso indegnamente condannato all'invisibilità dai tempi della sua fugace apparizione in sala nel 1969. A Venezia 2004 per la retrospettiva Storia Segreta del Cinema Italiano.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento