Together

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Nel giorno della scomparsa, a 92 anni, di Lorenza Mazzetti, non si può non tornare con la mente a Together, tra le sue poche regie quella divenuta più celebre, anche per la sua capacità di contribuire alla nascita del Free Cinema britannico insieme a O Dreamland di Lindsay Anderson e Momma Don’t Allow di Karel Reisz e Tony Richardson. Un lavoro mirabile, acutissimo e in grado di liberare l’immaginario inglese.

East End

Londra, East End. Due operai sordomuti si fanno compagnia, vivono insieme, sono inseparabili. Il loro paesaggio quotidiano è quello delle immense gru che scaricano la terra sui barconi del Tamigi… [sinossi]

Con la morte di Lorenza Mazzetti, avvenuta ieri all’età di novantadue anni, non scompare solo una testimone della strage della famiglia Einstein a Rignano sull’Arno dell’agosto del 1944, e neanche solo un’intellettuale alla perenne ricerca del senso dell’esistente, e del suo sviluppo. A scomparire non è neppure “solo” la brillante artista, la regista, la scrittrice, la pittrice, l’interprete junghiana dei sogni per il settimanale comunista “Vie nuove”. Con Lorenza Mazzetti muore un pezzo considerevole del Ventesimo Secolo, l’ultima memoria vivente di quell’epoca brevissima e fondativa che è stata sintetizzata nella formula “Free Cinema”. Dopo Tony Richardson, Lindsay Anderson, Karel Reisz, John Schlesinger (e gli Angry Young Men John Osborne, John Braine, Alan Sillitoe, Harold Pinter), anche di Mazzetti non resta più memoria che non sia quella filtrata attraverso l’arte, la parola scritta, l’immagine dipinta o ripresa. Il Novecento muore, e lascia spazi immensi non colmati, vuoti, intercapedini che impediscono lo sviluppo di una dialettica forte e compiuta. La morte di Lorenza Mazzetti è una tragedia che va anche al di là della già dolorosa perdita umana: è l’immagine fin troppo evidente di una dispersione dell’umano che è l’orrido in cui si è gettata la società contemporanea, oramai assorbita completamente dalle ferali regole del Capitale, incapace di volgere lo sguardo al di là del proprio naso. Certo, ci si può parzialmente consolare ragionando sul lascito del Free Cinema, sull’impatto che ebbe sulla società anglosassone, un impatto che mostra i suoi riverberi tutt’oggi – si pensi alla carriera di Ken Loach, solo per fare un esempio –, ma è indubbio che quella stagione è oramai definitivamente leggibile solo ed esclusivamente al passato remoto. Una stagione in cui Mazzetti svolse un ruolo di primaria importanza, anche si fatto la sua carriera registica sarà brevissima e rischia anche per questo motivo di rimanere oscura alla maggior parte delle persone: fu lei stessa ad abbandonare l’idea di continuare a partecipare alla costruzione di un immaginario attraverso la macchina da presa dopo essere stata coinvolta da Cesare Zavattini nel progetto collettivo Le italiane e l’amore. Era il 1961, oltre Manica il Free Cinema ribolliva – così come in Francia scalpitava la generazione di Godard – e Mazzetti, a poco più di trent’anni, dava l’addio alla regia. Lasciando un paio di regie mirabili (Together, ma anche l’esordio K, omaggio alle metamorfosi kafkiane) e la fondazione di un intero movimento.

Perché Together, insieme a Momma Don’t Allow di Karel Reisz e Tony Richardson e O Dreamland di Lindsay Anderson, è il film che l’Experimental Film Fund del British Film Institute programmò al National Film Theatre di Londra il 5 febbraio del 1956, come manifesto programmatico di una nuova idea di cinema, figlia dell’esperienza neorealista italiana e decisa a muoversi in direzione di una riscoperta della “realtà”. Una realtà che fosse quotidiana, libera come l’estetica di un cinema non più cattedratico, in un rifiuto del classicismo a favore di una riscoperta del contemporaneo. Con Momma Don’t Allow Reisz e Richardson spingono gli spettatori per una ventina di minuti in un sabato sera qualsiasi all’Art and Viv Sanders’ Wood Green Jazz Club, nell’estremo nord di Londra (nel borgo di Haringey, per l’esattezza, là dove un tempo si estendeva il parco di Tottenham); in poco più di dieci minuti il pubblico di O Dreamland può visitare un parco divertimenti nel Kent, con le più antiche montagne russe di tutto il Regno Unito. Lorenza Mazzetti osa di più, in tutti i sensi. Non solo la durata di Together si estende fino quasi a raggiungere l’ora, ma il suo è anche il film più strutturato narrativamente, più composito, meno strettamente descrittivo. Se Richardson, Reisz e Anderson, pur animati da una verve registica dirompente, si “limitano” a osservare il reale, ponendosi in una rispettosa forma documentazione, Mazzetti fa irrompere nella tessitura visiva un lirismo che da un lato guarda al réalisme poétique di Vigo, Renoir e Carné, e dall’altro preconizza il cinema operaista di cui sarà cantore fondamentale Loach – il cui esordio televisivo è nei primi anni Sessanta, mentre al cinema arriverà nel 1967 con Poor Cow. La macchina da presa di Mazzetti ha sempre una posizione netta, politicamente ed esteticamente, ma non rinuncia mai alla dialettica con ciò che sta accadendo in scena. C’è in ogni caso un punto di contatto fortissimo tra i tre lavori: la voglia di scavalcare la barriera tra le classi, di abbatterla non per vezzo ma per necessità sociale.

Se O Dreamland se ne andava fino a Marget, nel Kent, e l’estremo nord londinese è il campo di battaglia a colpi di jazz di Momma Don’t Allow, Mazzetti compie una scelta altrettanto radicale, e ambienta Together nell’East End, la Londra più povera e malfamata. Quella zona della metropoli che però, rispetto al ben più benestante West End, si fregia di parlare ancora cockney e non l’inglese privo di inflessioni della City: una lingua verace, popolana e “antica” da contrapporre a quella pulita ma tutta concentrata sull’economia, sull’affaristica, sul concetto di profitto. Questa romantica digressione manca completamente nel film, perché Mazzetti concentra la sua attenzione su due operai sordomuti. La rivendicazione di autenticità più forte della zona dunque viene meno, lasciando il campo a un lavoro solo all’apparenza muto, ma in realtà brulicante di suoni, di vociare di bimbi, di canzonette e filastrocche, di urla scomposte e caotiche nei pub. Ci sono due città, in Together, e due marginalità. La prima è quella di classe, della classe operaia, il sottoproletariato che è ultimo tra gli ultimi, vessato, guardato con disprezzo, umiliato, e che parla una lingua incomprensibile. La seconda marginalità è ancora più estrema, perché possiede tutti i connotati della prima e vi aggiunge addirittura la diversità, l’incapacità di proferire verbo, di emettere suoni. Questa dicotomia, tra rimbombo caotico e silenzio spiazzante, è una delle chiavi di volta del film di Mazzetti, che contrappone a una città rumorosissima il gentile e affettuoso silenzio dei protagonisti (a interpretarli lo scultore scozzese – figlio di italiani – Eduardo Paolozzi, nome centrale della Pop Art, e il pittore Michael Andrews) e introduce un movimento lirico in un contesto strettamente reale, e pulsante umanità. Per niente prona al precetto descrittivo Mazzetti, che dopotutto aveva preso ispirazione dal racconto The Glass Marble di Denis Horne, che collabora anche alla regia, si concede anche un climax narrativo spiazzante e sconvolgente, una deflagrazione improvvisa e inattesa che una volta di più torna a rammentare alcuni finali à la Loach – si pensi a Riff Raff, per esempio. A muoversi sempre, immote, sono solo le enormi gru che caricano terra sui barconi del Tamigi, unico orizzonte per un popolo operaio che non ha di fronte a sé nessun’altra prospettiva. Oltre sessant’anni più tardi l’East End è stato rivalutato, c’è la Docklands Light Railway per raggiungere il centro, e hanno costruito anche qualche grattacielo. Seguendo i dettami della gentrificazione il popolo è stato sospinto via, più in là, sempre verso il confine esterno. Il Novecento è morto, e il suo successore non sembra avere buone intenzioni. Ci vorrebbe una nuova rivoluzione cinematografica in grado di raccontarlo, e di immortalarlo.

Info
Together su Youtube.

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