Piccole donne

Piccole donne

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Va riconosciuto il coraggio a Greta Gerwig per aver deciso di affrontare una volta di più (la sesta a Hollywood) Piccole donne, il capolavoro letterario di Louisa May Alcott. Giocando sui tempi narrativi la giovane regista cerca di far sua una materia che resta in ogni caso troppo grande per le sue effettive capacità narrative e di messa in scena. Non disprezzabile, in ogni caso, e irradiato da alcune eccellenti interpretazioni, a partire da quelle fornite da Saoirse Ronan e Florence Pugh, rispettivamente nei ruoli di Jo e Amy.

Ritorno a casa March

Jo March, che si è trasferita a New York inseguendo il sogno di diventare una scrittrice, ripensa alle sue sorelle: l’immatura ma vitale Amy, la saggia primogenita Meg, la timida pianista Beth. Con loro è cresciuta, in attesa del padre al fronte durante la Guerra di Secessione, insieme alla genorosa e altruista madre. E ripensa anche a Laurie… [sinossi]

Sono oltre centocinquanta anni che Piccole donne è entrato a far parte della storia della letteratura statunitense, e mondiale. Pubblicato nel 1868 – nel 1869 era già in stampa il secondo volume, Piccole donne crescono – il capolavoro di Louisa May Alcott si erge, al termine del conflitto fratricida fra nord e sud del Paese, come ultima resistenza di quel fenomeno letterario che prese il nome di “American Renaissance”, e durante il quale furono redatti testi fondamentali della cultura ottocentesca quali Moby Dick di Herman Melville, Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David Thoreau, La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, Uomini rappresentativi di Ralph Waldo Emerson, e ovviamente Foglie d’erba di Walt Whitman. Opere in grado di porsi a un tempo come pura narrativa (o poesia) e speculazione filosofica, punto di partenza – insieme a precursori quali Washington Irving, William Cullen Bryant, e James Fenimore Cooper – del grande romanzo americano, quell’immenso infinito corpo letterario che attraversa gli Stati Uniti scavandovi tunnel per sprofondarvi all’interno. Poche opere letterarie, ciononostante, posseggono la grazia, la naturale e mai forzata verve narrativa, e la straripante carica umana e psicologica di Piccole donne. Se ne accorsero da subito anche i lettori, visto che la prima stampa andò esaurita in un battibaleno, rendendo Alcott, che all’epoca aveva trentasei anni, una romanziera famosa in tutta la nazione, una nazione in cui le donne ricoprivano un ruolo tutt’altro che secondario nella scrittura (si pensi al successo de La capanna dello zio Tom, pubblicato da Harriet Beecher Stowe nel 1852, o a quello degli editoriali scritti ogni settimana per il New York Ledger da Fanny Fern). Un credito che Alcott, e la sua opera magna, riscuotono ancora oggi, nonostante un paio di calcificazioni critiche che nei fatti ne depotenziano l’impatto. Sì, perché Piccole donne è considerata oramai dai più una lettura per donne. Anzi, tanto per non snaturare il titolo del romanzo, per donne “piccole”. Una lettura per bambine, quasi un testo didattico – cosa che in effetti è, ma non certo riferito solo al genere femminile – con cui affrontare i primi anni di scuole elementari. Si potrebbe specificare come Alcott avesse predisposto una tetralogia, di cui due titoli – i più celebri – dedicati alla famiglia March, e altri due pensati per indagare di più il mondo pubescente maschile (Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, rispettivamente pubblicati nel 1871 e nel 1886), ma sarebbe con ogni probabilità fiato sprecato. Piccole donne viene sistematicamente semplificato, riducendone di molto la portata politica, spesso fin troppo sottostimata, e la capacità di leggere il proprio tempo e intervenire in modo vivace nel dibattito culturale e civile.

In questo senso un’operazione come quella condotta in porto da Greta Gerwig, alla sua seconda regia dopo il successo di Lady Bird, sembrerebbe muoversi nella direzione più appropriata. Gerwig si lancia nel mondo di Jo March e delle sue sorelle sovvertendo il tempo narrativo del romanzo, aggiungendo una duplicità implicita nel testo ma non evidenziata (si racconta contemporaneamente la vita di Alcott, alla ricerca di un editore nella già tentacolare New York, e ciò che accade nel romanzo, facendo in modo che i piani della storia si sovrappongano senza soluzione di continuità; escamotage reso grazie al fatto che Saoirse Ronan interpreta sia l’autrice che Jo – dopotutto il romanzo stesso è in larga parte autobiobrafico), cercando di partecipare a un agone contemporaneo, per quanto del tutto rispettoso dell’opera originale. Sceglie di concentrare la propria attenzione, oltre che su Jo, su Amy, in una qualche misura attribuendo un ruolo persino superiore a quello del racconto a un personaggio maschile, vale a dire Laurie, il vicino di casa che è innamorato non corrisposto di Jo e troverà la sua “consolazione” proprio nella sorella minore. Insomma, la giovane cineasta e attrice tenta di far suo un testo enorme – difficile da maneggiare per chiunque, se è vero che l’unico adattamento cinematografico davvero convincente è quello diretto nel 1949 da Mervyn LeRoy, con June Allyson nel ruolo di Jo, Elizabeth Taylor in quello di Amy e Janet Leigh a interpretare Meg –, e per riuscire nella sfida punta tutto sulla dinamica. Lavora di scomposizione e ricomposizione, quasi a suggerire che tutto il mistero del cinema sia nella manipolazione possibile del tempo e dello spazio. Per quel che concerne la volontà di inserire in scena anche la stessa Alcott va detto che già la versione del 1994 (diretta a sua volta da una donna, l’australiana Gillian Armstrong) operava nella medesima prospettiva, aggiungendo alla storia dettagli della vita privata della scrittrice.
Tutta questa corsa a perdifiato tra passato e presente, memorie che tornano nel sonno ad agitare una Jo addormentatasi sul treno che la sta riportando a casa, e via discorrendo, non trova però altro senso se non quello del movimento in quanto tale, sic et simpliciter. Gerwig sa senza dubbio come organizzare una sequenza – anche se alcune scelte lasciano perplessi: si veda in tal senso il modo in cui viene gestita la trasferta transoceanica di Amy e Laurie, francamente priva di profondità anche nell’utilizzo delle inquadrature – ma non sembra al contrario possedere uno sguardo proprio. Rincorre la sua libertà espressiva perdendosi dietro un gioco con lo spazio-tempo che non intacca minimamente la monolitica potenza del testo e non lo riesce a modernizzare. Perché Piccole donne è già moderno, è già contemporaneo. Nel 1868, nel 1933, nel 1949, nel 1994, nel 2020. Se Louisa May Alcott ha saputo dare vita a un’opera universale, così sincera e in grado di scandagliare le psicologie tra loro così diverse delle quattro sorelle – e della madre, e di Laurie, e della zia, e del signor Laurence –, Gerwig non sa uscire dall’immaginario più consono, in qualche modo dimostrando una lettura parziale del testo.

Una parzialità che non si rintraccia tanto nelle scelte narrative – le continue ellissi servono anche a ridurre l’impatto emotivo di alcune sequenze, come quella della morte della povera e sfortunata Beth –, quanto in tutto ciò che si è deciso di elidere dalla rappresentazione per immagini. Non è ciò che è in campo a determinare la posizione di Gerwig, quanto semmai ciò che in campo avrebbe potuto esserci e non vi si trova. Come già scritto la regista decide di focalizzare l’attenzione in particolar modo su Jo e su Amy: la scrittrice che con la perseveranza riesce a far materializzare il proprio sogno, e l’aspirante pittrice che dopo un viaggio in Europa, tra l’Italia e la Francia, comprenderà di non avere sufficienti qualità per competere in quella disciplina. Gerwig opera una scelta, e sceglie le artiste di casa March. Per far questo sacrifica Beth, della quale non mostra neanche la ritrosia nel suonare in presenza d’altri (e viene meno quasi completamente lo struggente rapporto tra lei e l’anziano signor Laurence, che con la morte della giovane è come se perdesse di nuovo la figlia), ma soprattutto relega in una posizione defilata, e dal colorito quantomai sbiadito, Meg. La sua “colpa”, con ogni probabilità? Quella di aver rinunciato a recitare per sposarsi con lo squattrinato Brooke. Peccato che nel suo ipotetico elogio della libertà individuale femminile – lodevole rimarcarlo – Gerwig dimentichi che anche quella di Meg per Alcott è una scelta netta, forte, perfino eversiva: in una famiglia così poco prona ai dettami della società la scelta apparentemente borghese di Meg risulta quasi un gesto rivoluzionario. Fuori dalla norma.
Così come è fuori dalla norma, nel romanzo, l’innamoramento di Jo nei confronti di Friedrich Bhaer, l’insegnante tedesco conosciuto in città, assai povero e molto più anziano della ragazza. Gerwig manda tutto all’aria, sceglie per interpretarlo Louis Garrel, che è francese (nel 1933 il ruolo era toccato all’ungherese Paul Lukas, nel 1949 all’italiano Rossano Brazzi, nel 1994 all’irlandese Gabriel Byrne: magari prima o poi qualcuno si accorgerà che anche i tedeschi sanno recitare), bellissimo e nel film neanche così povero, tanto da potersi permettere una balconata a teatro mentre Jo è nello spazio destinato ai posti in piedi. Normalizza tutto a favore di un pubblico addomesticato da un immaginario sempre più ristretto, convinto di essere chissà quanto barricadiero e invece del tutto consono alle esigenze del sistema.

Con questo non si pensi che Piccole donne non abbia anche dei meriti, a partire dalla recitazione. Laura Dern, per quanto sacrificata nel ruolo della madre, è sempre un piacere per gli occhi, e il discorso è ancor più valido per Meryl Streep, che interpreta la zia. Di Garrel si è già scritto – troppo sbagliato il ruolo per poterlo interpretare con reale convinzione –, mentre Timothée Chalamet, che aveva già una particina in Lady Bird, continua il suo percorso di formazione dopo Chiamami col tuo nome e Un giorno di pioggia a New York, dimostrando le proprie qualità. Ma l’attenzione com’è ovvio si concentra sulle quattro sorelle. Eliza Scanlen (Beth) è al suo secondo film per il cinema dopo Babyteeth, visto a Venezia e nel quale moriva, proprio come qui: al di là di questo dettaglio bizzarro, un’interpretazione senza infamia e senza lode. Emma Watson non dona grande spessore a Meg, ma va ribadito come la sceneggiatura non le venga in nessun modo in aiuto, avendo letteralmente falcidiato il personaggio. Saoirse Ronan è brava come al solito, mette fuoco nel personaggio di Jo com’è tradizione, ma riesce anche a conferirle uno spessore tragico e melanconico non comune, senza eccedere mai nei tratti melodrammatici. La vera sorpresa però è Florence Pugh, strepitosa Amy, così deflagrante da renderla credibile tanto nei panni della diciassettenne quanto in quelli della dodicenne: dopo Midsommar di Ari Aster un’altra interpretazione sublime, dominata da un’espressività fuori dal comune, e non stucchevole. Meriterebbe – lei sì – una nomination per i prossimi Oscar. Impossibile infatti non chiudere facendo riferimento alle vibranti polemiche che hanno accompagnato negli Stati Uniti l’annuncio delle nomination per i Golden Globe, con il film praticamente snobbato (solo due nomination, poi rimaste inevase, per Ronan e la colonna sonora di Alexandre Desplat, piuttosto canonica e priva d’ispirazione a dire il vero). Nella doverosa battaglia per la parità salariale e di trattamento professionale tra registi uomini e registe donne non si dovrebbe dimenticare che il film compiuto resta come testimonianza del lavoro svolto. Greta Gerwig non è, al momento, una cineasta dotata di un proprio sguardo: maneggiando una materia personale, come in Lady Bird, aveva dimostrato maggiore dimestichezza, ma il confronto con un capolavoro conclamato della letteratura è stata una sfida troppo ardua da affrontare. Il problema è che è impossibile fare un “brutto” film partendo da Piccole donne, ma allo stesso tempo è assai improbabile portare a termine un ottimo film. Per riuscire nell’intento bisognerebbe possedere la forza di trascendere l’immagine, lavorando sull’aspetto pittorico come elemento di rispecchiamento delle psicologie: bisognerebbe riuscire in ciò che fece Martin Scorsese con L’età dell’innocenza o ancor più Jane Campion con Ritratto di signora. Due film che hanno la capacità di far uscire il “discorso” (sulle regole della società, sul femminile) dalle immagini. Viceversa Gerwig organizza immagini piane – non piatte, ma prive di una forza primigenia – per poi arricchirle con un discorso, anche politico sul ruolo della donna, che è tutto verbale, e non cinematografico. È tutta qui, a ben vedere, la differenza.

Info
Il trailer di Piccole donne.

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