Once in Trubchevsk

Once in Trubchevsk

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La cittadina di Trubchevsk, nella parte sudoccidentale della Russia europea, diventa parte per il tutto ancora una volta nel cinema di Larisa Sadilova. Vi ambienta questa volta un apologo che trova la favola scavando nella quotidianità dei rapporti di coppia. Dopo l’anteprima al Certain Regard di Cannes, Once in Trubchevsk è nel Concorso lungometraggi del Trieste Film Festival 2020.

La via progressista al matriarcato

Nelle piccole città nulla rimane segreto a lungo. Per quanto qualcuno cerchi di nascondere l’infedeltà, la verità prima o poi viene a galla. E così bisogna prendere una decisione: iniziare una nuova vita insieme oppure confessare e sperare nel perdono. Questa è la scelta che i protagonisti di questa storia sono chiamati a fare. [sinossi]

Nella Selezione Ufficiale dell’ultima edizione del Festival di Cannes, l’ultimo film di Quentin Tarantino non era l’unico ad avere “c’era una volta” nel titolo: concorreva al Certain Regard anche questo Once in Trubchevsk della cineasta russa Larisa Sadilova, al sesto lungometraggio di finzione, tre dei quali ambientati in questa piccola cittadina. Le radici dell’incipit favolistico non potrebbero essere più diverse: se per Tarantino in C’era una volta … A Hollywood la narrazione cinematografica si appropria della Storia per rinarrarla ed eternarla in forma mitopoietica, Sadilova tiene il reale sullo sfondo e vi cala i suoi personaggi prototipici, che esemplificano attraverso le loro (semplici) azioni un’intera società, un intero mondo, quasi un secolo di storia patria guardata a piramide invertita, dalla parte del popolo. Viene da pensare a un film nostrano abbastanza dimenticato, Bruciati da cocente passione di Giorgio Capitani, del 1976: l’infedeltà coniugale tra vicini di casa, gli incontri fugaci andando al lavoro, le “strane” coppie formate da Cochi Ponzoni/Catherine Spaak e Aldo Maccione/Jane Birkin non differiscono molto dagli incroci fedifraghi che incontriamo a Trubchevsk. La quotidianità proletaria e operaia (o meglio, operosa), la ripetitività soffocante della routine, l’irrompere di un amore da romanzo d’appendice a smuovere le acque. Rispetto al film di Capitani, però, Sadilova aggiunge un fondamentale elemento: rende il suo film una rappresentazione della condizione femminile in Russia dal secondo dopoguerra a oggi, con un occhio al domani, attraverso le generazioni.

Questa è la vera forza di un’opera che non eccelle sul piano stilistico, dando l’impressione più volte di puntare all’illustrazione più che alla rappresentazione, ma che è diretta da una cineasta con un gran senso del ritmo, dell’alternanza tra totali e primi piani, dei tempi da concedere alla sequenza per arrivare ad una compiuta conclusione (è anche montatrice, a quattro mani con Gleb Dragajcev). Anna ed Egor, lei ricamatrice privata che vende a Mosca i suoi manufatti, lui autotrasportatore, vivono l’una accanto all’altro, si amano, ma sono sposati con altre persone. Lei prende la corriera per andare in città, scende dopo qualche curva, sale sul camion di Egor, aspetta che porti a destinazione la sua merce, per poi consumare fugaci amplessi un po’ dove capita. Lei è pronta, decisa, vuole lasciare figlia e marito (e, ad un certo punto, lo fa), lui no, mente, svicola, spergiura, di dire la verità non riesce nemmeno ad immaginarlo. Abbastanza inspiegabilmente, se non con la voglia di fuga da un marito/padre oppressivo e da una suocera inflessibile, Anna lo aspetta, tentenna, si isola. Non per sempre.

Sadilova presenta, durante i titoli di testa, la stradina dove abitano i nostri protagonisti, delinea i contorni del luogo dove tutto ha inizio e fine. Due famiglie, simili e diverse tra loro come ogni famiglia del mondo, la moglie devota di Egor (personaggio emotivamente irrisolto, non per caso, perché incapace di ripensarsi al di fuori del contesto familiare), il marito di Anna, nerboruto e dall’impiego non specificato, ancora succube della vecchia madre. Partiamo proprio dai personaggi di donne anziane incontrate lungo l’ora e mezza scarsa di proiezione, per andare ad analizzare il cuore del film. La padrona della casa dove Anna va ad abitare dopo la sua fuga si prodiga in un racconto dettagliato alla domanda: “Ma lei ricorda i tempi di guerra?”. Durante il racconto, la macchina da presa acquista nervosa mobilità, e gira traballante intorno alla donna: una squarcio sul passato, sulla Storia, attenta all’unità stilistica del film e “perturba” la visione, forse l’idea di messa in scena più interessante dell’intero lavoro. In un altro momento, la stessa vecchia donna regala una lezione di convivenza coniugale folgorante nella sua semplicità, che assomma la sopportazione di eventuali maltrattamenti alla manipolazione sapiente della volontà del coniuge, generalmente non difficile da ottenere. Anna, che ascolta il discorso, ha rotto le catene del matrimonio per impelagarsi in un ulteriore rapporto complesso, per divenire di nuovo dipendente dalla volontà di un uomo. Abbiamo assistito, nelle pieghe del racconto, a una rappresentazione della condizione femminile in senso riformista, alla battaglia quotidiana per la rivendicazione di un’identità e per il mantenimento della stessa all’interno della coppia. Non basta, non può bastare, e il finale lo certifica.

Come un altro grande film sempre presente a Cannes 2019, Il Paradiso probabilmente di Elia Suleiman, si chiude su di “loro”, sulle nuove generazioni, si apre una finestra sul futuro. Nella festa folkloristica finale, dove ritroviamo Anna in divisa dell’Armata Rossa pronta ad intonare un canto tradizionale, la macchina da presa si sposta su gruppi di giovani ragazze, allegre, con il cellulare stretto tra le mani, con lo sguardo fiero e sbarazzino: faranno comunità, esprimeranno solidarietà l’una verso l’altra, si determineranno da sole senza l’obbligatorio patrocinio maschile. Compiranno, insomma, il passo successivo, porteranno a termine la riforma; una speranza, un vaticinio, un augurio. Larisa Sadilova, mettendo in scena le tribolazioni amorose di donne (fino ad ora) schiacciate e costrette ad appiattirsi su posizioni di rincalzo, guarda il sole alla fine del tunnel. Un gran peccato che non si concentri anche un po’ di più sulla forma in cui presentare il suo accorato apologo, per larghi tratti insufficiente.

Info
La scheda di Once in Trubchevsk sul sito del Trieste Film Festival

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