1917

1917

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In corsa per dieci statuette (regia, film, sceneggiatura, fotografia e via discorrendo), salutato con trascinante entusiasmo dalla critica statunitense, forte di un comparto tecnico-artistico di primissimo livello, 1917 di Sam Mendes guarda con apprezzabile equilibrio al cinema classico e al grande pubblico, offrendosi agli spettatori come programmatica esperienza immersiva e come utile (?) promemoria degli orrori bellici. Lontano dal rigore teorico sokuroviano, dallo spessore politico dei war movie dei vari Milestone, Kubrick o Renoir, ma anche dalla grandeur spesso sterile di Iñárritu, 1917 è più vicino al cinema mirabolante di Skyfall e Spectre che alle ambizioni autoriali di Revolutionary Road.

Salvate il soldato Bryan

Armati di mappe, torce, pistole lanciarazzi, granate e pochi viveri, i caporali Schofield e Blake devono attraversare la terra di nessuno e trovare il fratello maggiore di Blake, un tenente del 2° Devon. Hanno ricevuto ‘ di dirigersi a sud-est, fino a quando non raggiungeranno la cittadina di Écoust, dove dovranno individuare il battaglione appostato nel Bosco di Croisilles, consegnare al Colonnello Mackenzie una lettera da parte del Generale Erinmore e salvare così centinaia di commilitoni da morte sicura… [sinossi]
Volevo percorrere ogni passo al fianco di questi ragazzi, sentire ogni loro respiro,
ed è per questo che, insieme al direttore della fotografia Roger Deakins,
ho realizzato 1917 come un’esperienza totalmente immersiva.
Abbiamo concepito il film in modo tale da avvicinare il pubblico
il più possibile alla vicenda dei protagonisti.
È stato il lavoro più emozionante della mia carriera.
– Sam Mendes

Forse non dovremmo scomodare le trincee di Milestone (All’ovest niente di nuovo) e Kubrick (Orizzonti di gloria). E non dovremmo nemmeno tirare in ballo il miracoloso piano sequenza di Arca Russa di Aleksandr Sokurov. In fin dei conti, 1917 e Sam Mendes hanno altre necessità, altri obiettivi. Sì, certo, tutto si regge su un unico ideale – ma finto – piano sequenza. E, ancor più ovvio, il fronte occidentale di Kubrick, Milestone e Mendes è il medesimo, lo spirito umanista più o meno lo stesso. Cambia però il contesto storico-produttivo, come è cambiato quello estetico-spettatoriale. Forse dovremmo guardare più alla retorica visiva e narrativa dei film Marvel per cogliere i lati positivi, ma anche i limiti, di un’opera ambiziosa ma giudiziosa come 1917.

Più delle giunture tra i vari piani sequenza o dell’ellissi temporale notturna, che valgono per eventuali riflessioni teoriche, a definire 1917 sono l’utilizzo delle musiche e la caratterizzazione dei soldati tedeschi. Dei terribili soldati tedeschi. A differenza dell’indigeribile The Painted Bird, maldestramente travestito da capolavoro klimoviano, 1917 non cerca mai di negare la sua componente spettacolare e popolare e soprattutto non ricorre – per poi tradirli platealmente – a cliché autoriali. La scelta del piano sequenza è infatti fisiologica, legata alla narrazione della trincea e al coinvolgimento degli spettatori – in questo senso, Mendes non sembra voler inseguire le dinamiche videoludiche, è semmai l’universo videoludico (da Call of Duty i giù) a essere tra i principali punti di riferimento di buona parte degli spettatori, abituati oramai all’integrità e all’immersività della simulazione. In nome di questa integrità e immersività si intrecciano perciò i piani sequenza e l’invasiva e ridondante colonna sonora, come funzionale risulta la semplificazione della narrazione: i tedeschi cattivi ci riportano a logiche marveliane, alle vastissime platee e ai sorrisi compiaciuti di Hollywood e dintorni, allontanandoci definitivamente dalle scomode complessità di Sokurov, Kubrick o Klimov.

Figlio del proprio tempo, 1917 cerca semmai di declinare in una diversa forma le mirabilie di Dunkirk, nella ben riposta speranza di replicarne il successo critico e di botteghino. Anche in questo caso, il parallelo tra Mendes e Nolan deve essere preso con le pinze. I punti in comune tra i due cineasti britannici sono infatti relativi e la riflessione sullo spazio e sul tempo di Nolan scava un netto solco tra le due pellicole.
È meno bigger than life il cinema di Mendes, solo in parte novello alfiere della gloriosa tradizione dei film di guerra britannici. Se Nolan sembra sempre proiettato verso il futuro, verso personali declinazioni della Settima Arte, Mendes percorre strade più sicure, guardando ai classici e al loro spirito umanista e cercando di adattarli alle visioni e alle aspettative di oggi. È un po’ così 1917, con un occhio rivolto a Clive Candy e l’altro ben piantato sulla componente spettacolare ed emotiva, sulle possibilità tecniche ed espressive del cinema contemporaneo.

Come ha già ampiamente dimostrato con Revolutionary Road, Mendes riesce a far tesoro del cinema d’antan e delle sue successive rielaborazioni, finendo per rievocare nella splendida sequenza notturna di Écoust-Saint-Mein i prodigiosi cromatismi di War Horse. Debitore su più fronti di Spielberg, compresa la difficilmente clonabile maestria di Salvate il soldato Ryan, il film di Mendes mantiene le promesse, cerca costantemente di coinvolgere emotivamente e visivamente lo spettatore, ci trascina tra trincee, cuniculi, campi di battaglia. Al lavoro certosino di Mendes e Roger Deakins manca solamente la volontà di essere altro, di confrontarsi davvero coi giganti, di sfidare Kubrick o Sokurov, Klimov o Renoir. Un limite? Il vero limite, forse, sono le dieci nomination e tutte le aspettative che si portano dietro.

Info
Il trailer di 1917.

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