Figli

Arguta e dettagliata analisi delle difficoltà di una coppia alle prese con l’arrivo del secondogenito, Figli di Mattia Torre, per la regia di Giuseppe Bonito, è una commedia amara e spassosa, in grado di restituire inquietudini e difficoltà del nostro tempo.

Inps, spaghetti e taccitua

Sara e Nicola sono sposati e innamorati. Hanno una bambina di 6 anni e una vita felice. L’arrivo del secondo figlio, però, scombina gli equilibri di tutta la famiglia svelando crepe nel loro rapporto e insoddisfazioni personali con risvolti tragicomici. Nonni stravaganti, amici sull’orlo di una crisi di nervi e improbabili baby sitter non saranno loro di aiuto. Tra l’istinto di scappare e la voglia di restare, Sara e Nicola riusciranno a resistere e a rimanere insieme? [sinossi]

Qualcosa sta forse finalmente cambiando nel panorama della commedia nostrana, almeno così lascia sperare la sortita in sala, in questo primo mese dell’anno 2020, di due film in qualche modo speculari, entrambi volti a raccontare vizi e virtù dell’italiano medio con la giusta dose di realistica amarezza. Se infatti Checco Zalone/Luca Medici ha inaugurato il nuovo anno con il suo spietato, politicamente scorretto e “diversamente impegnato” Tolo Tolo, ecco che con Figli, firmato dal compianto Mattia Torre e diretto dal sodale Giuseppe Bonito (Pulce non c’è) il medesimo spirito caustico trova spazio in un racconto forse meno inquietante, ma di certo assai verosimile nel suo tratteggiare difficoltà, disillusioni, ansie e tormenti del nostro tempo.

Già la locandina promozionale del film, in fondo, è indicativa: non il solito salotto Ikea (che pure è possibile rinvenire all’interno del racconto) con divano e famiglia disfunzionale assisa, bensì una coppia, corrucciata quanto basta, lanciata in una corsa liberatoria verso il nulla. Tornerà più volte nel corso di Figli questa brama di liberazione da una realtà quotidiana familiare e sociale impegnativa quando non sfibrante, e la meta, sempre lì disponibile – chi non ne ha una in casa? – è una finestra aperta sul vuoto sottostante. Si apre proprio con una plongée dall’esterno verso questa cornice domestica Figli, con un ironico incipit aereo à la Psycho,utile a farci intendere che là dentro c’è una realtà familiare distante dalla pubblicità d’antan del Mulino Bianco, con la quale tuttavia i due protagonisti sono, per beneficio generazionale, cresciuti negli aurei e ormai lontani anni ’80. Sara (Paola Cortellesi) e Nicola (Valerio Mastandrea) appartengono alla classe media nostrana, sono due lavoratori “normali”, privi di una rendita familiare ereditata e ora alle prese con l’arrivo del secondo figlio, in un Paese dove la natalità boccheggia da tempo, mentre gli anziani rappresentano l’unica, e probabilmente l’ultima, vera forza socialmente importante, perché conserva ancora il potere d’acquisto, qualche bene immobile, una pensione.

Non è un racconto di formazione Figli, nè un film la cui narrazione trova un compimento vero e proprio (no, niente salto dalla finestra, né happy ending monolitico), non avrebbe senso d’altronde che ci fosse, perché questa è una disamina, certo assai spassosa, di un’esistenza complicata, ben sventagliata dallo script di Mattia Torre in ogni suo aspetto.

Un’articolata sequenza a episodi ha l’onere di declinare, tra cliché noti e trovate più originali, le varie forme di famiglia contemporanea che di quando in quando ricorrono nel film, tra brame ecologiste e anti-tecnologiche, prolificità sfrenate in nome di una “vita secondo natura”, padri separati farfalloni pressati dal senso di colpa cattolico. In ottemperanza al genere comico nostrano, Figli oscilla costantemente tra l’utilizzo del cliché e trovate più ricercate e pertanto ficcanti, mentre cerca un equilibrio “altro” e “alto”, tra il particolare e l’universale, tra il nucleo familiare e la società, equilibrio che magari non sempre, va detto, scaturisce spontaneo dal racconto. Si pensi ai ricorrenti riferimenti all’Agenzia delle Entrate, spauracchio indiscusso del nostro tempo, che alla loro prima comparsa appaiono ben amalgamati nel racconto e nella situazione, poi diventano un po’ calati dall’alto. Eppure, grazie alla brillante inventiva di cui fa sfoggio lo script, Figli procede agile, raccoglie sonore risate, provoca una sincera e innegabile identificazione con i suoi protagonisti. Anche il ricorso alla doppia voice over dei due protagonisti a tratti può apparire esornativo, ma la brillantezza del testo delle loro confessioni – Figli è tratto dal monologo teatrale di Torre dal titolo I figli invecchiano – riesce a redimere ogni sospetto la forzatura.

D’altronde di materiale valido ce n’è tanto in questo film, a partire dai due interpreti, ai quali si perdona bonariamente qualche smorfia espressiva di troppo, tutto sommato giustificata di fronte a una realtà fatta di improbabili baby sitter (geniale il tormentone della tata ciociara con il suo “uovo alla cocca”), amici giornalisti pronti a pontificare mentre vengono scudisciati senza sosta dai figli maschi (l’ottimo Stefano Fresi), nonni edonisti e dai numerosi hobby. Tornano poi i volti noti della serie Boris (Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Andrea Sartoretti, Massimo De Lorenzo), di cui Torre è stato uno degli autori, la loro presenza in questa che doveva essere la sua prima regia in solitaria, assume una portata sentimentale, affettuosa, di commiato dall’amico prematuramente scomparso. Mentre certo un’alzata di sopracciglio da parte dello spettatore ci sta tutta quando si fa strada l’improvvisa “marchetta” a Eataly e al suo fondatore, con tanto di cameo di Oscar Farinetti.

Forse però il momento più alto di Figli lo si può ravvisare nel doppio monologo figlia vs madre e viceversa, un compendio impeccabile dello stato attuale della compagine sociale dell’Italia contemporanea, divisa tra quarantenni con (o senza) prole che lottano per conquistarsi un salario e la relativa sopravvivenza, contrapposti a pensionati più o meno epicurei che hanno beneficiato e continuano a beneficiare di un benessere che forse non tornerà più. Altro colpo di genio, nonché ulteriore segnale della presenza di uno sguardo nient’affatto banale sulla realtà, è poi la sequenza a episodi che stigmatizza quanto nel tergere la bocca del bambino, la terza passata genitoriale sia sempre la più violenta, con tutte le connessioni psicanalitiche del caso. Nel corso della visione di Figli, e oltre, non si può fare a meno di pensare quanto con Mattia Torre si sia perduto un sapido, pungente narratore delle umane miserie dell’oggi, non resta che confidare nei superstiti della sua squadra (quella di Boris, per intenderci), di cui questo film, in fondo, data la dipartita dell’autore, è il frutto più maturo e promettente: un racconto a più voci, sfaccettato, eppure centrato sul suo argomento, in grado di parlare a noi e di noi.

Info:
Il trailer di Figli.
La scheda di Figli su sito di Vision Distribution.

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