Mother and Son

Mother and Son

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Rimasto per oltre sei anni chiuso nel cassetto del regista azero Hilal Baydarov e solo negli ultimi mesi presentato in giro per i Festival di tutto il mondo insieme agli altri due episodi della sua trilogia sulla famiglia, Mother and Son intercetta le ultime miracolose schegge di un cinema impossibile e che non esiste più, fuori dal tempo e dallo spazio pur essendo fatto di tempi e di luoghi, polveroso come le steppe native e silenzioso come la solitudine quotidiana. Un cinema piccolo e puro, familiare, di sguardo e di sapida introspezione filosofica, intriso della malinconia sentimental-geografica di Reitz e figlio della miglior tradizione di Paradžanov, di Malyan, di Ozu e dichiaratamente di Sokurov. Al 31mo Trieste Film Festival nel Concorso Documentari.

Die andere andere Heimat – Chronik von Mutter und Sohn

Nell’Azerbaigian rurale, una madre accoglie il figlio tornato a casa dopo otto anni di assenza. Nel lento ritmo della vita di campagna, le loro conversazioni personali e filosofiche sono interrotte da silenzi e pause riflessive. [sinossi]

In principio furono un paio di rifiuti. Un paio di no secchi, a posteriori qualitativamente incomprensibili ma purtroppo ai limiti del fisiologico per un qualsiasi esordiente senza produzione, sparati in faccia dai primissimi Festival cinematografici ai quali un giovanissimo Hilal Baydarov aveva timidamente provato a proporre i titoli della sua trilogia sulla famiglia. Tre lungometraggi, nell’ordine Birthday, questo Mother and Son giunto come un’epifania nel Concorso Documentari del 31mo Trieste Film Festival e l’altrettanto magnifico When the Persimmons Grew già all’ultima Torino in TFFdoc Internazionale, realizzati insieme oltre sei anni fa nello spazio di un pugno di mesi, e proprio a causa di quei primi rifiuti tenuti per quasi tutto questo tempo di depressione, dubbi e ripensamenti chiusi in un cassetto. Film realizzati in diverse stagioni, e quindi colori differenti del paesaggio, rigorosamente in famiglia e rigorosamente nella casa materna in quel misconosciuto paesino natale del regista sperso per le praterie dell’Azerbaigian più polveroso, che sono tanto dichiaratamente stratificazioni e variazioni sullo stesso tema di solitudine, mancanza, attesa, tempo, luogo e alienazione da decidere di farli partire tutti dal medesimo spunto ultraminimale, in cui la vera madre del regista aspetta il figlio destinato a tornare e prima o poi a ripartire fra i lunghi silenzi, gli idilli sulla quarta corda di Bach e una babele sonora fuori campo di parole probabilmente mai dette e di discorsi probabilmente mai affrontati. Una linea di trama essenziale e gracilissima per una serie di film in cui non succede (e non deve succedere) praticamente nulla, ma nei quali nel procedere delle stagioni, delle parole e degli sguardi, così come nelle calcolate variazioni di ritmo fra un (non) racconto e l’altro, sono le anime dei protagonisti ad evolversi nelle differenti direzioni filosofiche prese dalla finzione dei diversi titoli, nelle magari opposte stratificazioni che li permeano, nei distinti strati della continua analisi di Baydarov su se stesso e sul linguaggio della propria autorialità marcata, rigorosa, sentimentale, poeticissima.

Sono state le Visions du Réel di Nyon a “scoprire”, solo lo scorso anno, Hilal Baydarov e il suo cinema fuori dal tempo e dallo spazio pur essendo letteralmente fatto di tempi e di luoghi, e a consentirgli per lo meno in ritardo (ma gli anni del regista sono ancora solo 32, il futuro è ancora potenzialmente molto lungo) la meritata considerazione e circuitazione per i Festival di tutto il mondo. Perché è un cinema sublime e per molti versi miracoloso quello di Baydarov, fatto praticamente con nulla per diventare finestra sul quotidiano attraverso i corpi e le reiterazioni, lo scorrere del tempo e gli spazi abituali o non più abituali, le durate di ogni singola inquadratura e l’intensità di ogni singola emozione. Un cinema che non esiste più, fatto della contemplazione dei minimi gesti della vita e della profondità psicologica di un’introspezione, fatto dei luoghi in cui si è nati e di quel filo invisibile che sempre terrà ogni uomo legato alla propria terra. Un cinema che a relativamente pochi chilometri di distanza dalla loro Armenia intercetta le ultime schegge impossibili, o forse proprio i fantasmi, di Sergej Paradžanov e di Henrik Malyan, per innestare ciò che rimane delle loro fissità allegoriche e delle loro seducenti e strabilianti suggestioni emotive negli spazi/tempi di Tarkovskij e nelle ripetizioni quotidiane dei gesti di Ozu, nella solitudine di Antonioni e nello scorrere naturale dei ritmi delle stagioni di Franco Piavoli, nella centralità del luogo nativo come se la steppa azera fosse una novella Schabbach nell’Hunsrück di Edgar Reitz e nell’espressività di Aleksandr Sokurov, omaggiato sin dal titolo di Mother and Son dichiaratamente omonimo di quello realizzato nel ’97 dal grande autore russo.

A differenza della proiezione/personaggio che impersona in Mother and Son, nasce da perfetto autodidatta Hilal Baydarov, avvicinatosi alla settima arte per pura passione e per necessità espressiva solo dopo gli studi in tutt’altra direzione e la laurea in matematica e informatica, conseguita dopo essere stato spinto verso la città proprio da quella madre che, nella (più o meno) finzione “documentaria” di tutti e tre i film, ne piange e ne soffre la mancanza. Solo dopo aver sviluppato da solo una propria ben precisa idea di poetica si è iscritto alla Film Factory di Sarajevo diretta da Béla Tarr, frequentata senza particolare entusiasmo e senza esserne più di tanto influenzato, ed è probabilmente da quella deludente esperienza che prende le mosse il suo Hilal alter ego cinematografico che, nel capitolo centrale della trilogia, è un ex studente di cinema eterno insoddisfatto ed eterno indeciso, incapace di portare realmente a termine un solo obiettivo in tutta la sua vita compreso il percorso “artistico” di studi, eppure perfettamente conscio di poter realizzare un film solo tornando a casa, nei luoghi dell’infanzia – «riuscire o morire in Azerbaigian», dove quella madre da anni lo aspetta. Perché probabilmente, più ancora che sul regista, sono proprio sulle radici, sul tempo e sulla madre tutti e tre i film del progetto di Baydarov, su quella donna di campagna che è ormai un tutt’uno con la sua casa e con i suoi paesaggi, su quel sentimento di assoluto strazio che è proprio tanto di chi è andato via dalla propria terra quanto di chi è ci è sempre rimasto immobile, aspettando il ritorno di un figlio (o due, come nel caso di When the Persimmons Grew che di Baydarov ha coinvolto anche il fratello) da riaccogliere con il volto sempre più rugoso e con la fisicità sempre più stanca. Mother and son inizia, proprio come gli altri episodi, con l’attesa della madre, con i suoi giorni tutti uguali di una vita tutta uguale, con la sua solitudine fra uova, moscerini e nidi d’uccello sempre nuovi e sempre identici sui tetti. C’è il suo divano, ci sono i suoi ambienti, ci sono le sue abitudini, c’è il suo corpo, ci sono i suoi vestiti, c’è il suo volto, c’è la sua malinconia. Quadri fissi di pochi secondi che sono teoria e pratica del ritmo, della durata, del luogo, dello sguardo, frammenti di tempo che in qualche modo annullano il presente cristallizzandosi nell’atemporalità dell’eterno.

È primavera, pochi mesi dopo l’inverno di Birthday e pochi prima dell’estate che sarà destinata a diventare nuovo inverno nel successivo When the Persimmons Grew, e la campagna regala colori e profumi polverosi aspettando che sia in qualche modo lo stesso tempo – cinematografico – a diventare il mezzo di trasporto attraverso lo spazio per riportare finalmente Hilal a casa. Fra cinguettii e assordanti silenzi la figura della madre si trascina quotidianamente per i campi, per i muretti, per il cimitero, per la stalla, per il pozzo. Cura gli animali e riscalda il ferro da stiro, cammina lungo i binari e poi torna a casa, cucina, si lava e si spazzola i capelli, dà da mangiare alle pecore, e mai smette per un solo istante di attendere trepidante l’arrivo di ogni treno, sperando che in dote le riporti quel figlio che non sembra non tornare mai e che invece una sera come tante, silenzioso e triste, si ripresenta dopo otto lunghi anni con un luogo da riscoprire, con una madre da ritrovare, con una famiglia con cui riavvicinarsi, con un film da girare. Non serve quasi parlare, a madre e figlio, basta esserci, basta vedersi, basta riabbracciarsi nella tundra polverosa, fra gli alberi e i campi, fra i recinti e le siepi. Basta respirare la stessa aria, basta ri-vivere gli stessi spazi e quel sentimento inafferrabile di un legame inspiegabile ed eterno. Basta riscaldare l’intesa e l’affetto, basta percepire finalmente la tanto agognata compagnia di chi si ama, basta ricominciare a ridere insieme senza motivo apparente, ma solo perché almeno per un attimo si è realmente felici.

Solo così possono nascere quelle «inquadrature umane» espressamente cercate da Baydarov, impossibili da cogliere in qualsiasi altro luogo, con cui trasmettere nella solitudine almeno una scaglia di esistenza, un barlume vitale di quel valore assoluto che è l’amore, mentre i dialoghi in voce off, prima immaginati a distanza nella mancanza e ora vissuti guardandosi teneramente negli occhi dopo l’epifania del ritorno, scandiscono concreto e astratto, fatica persino ad alzarsi dal letto e depressione cosmica, pessimismo e continua frustrazione nella ricerca di un’estasi che si percepisce come inutile, ma soprattutto il rapporto profondissimo con il luogo, l’intensità dei sentimenti, l’uomo e il suo cinema che cercano finalmente di liberarsi dall’embrione e iniziare a volare. Dall’odiare il proprio viso così mediocre sullo schermo fino alle pareti (non) specchio su cui vedere finalmente immagini di sé prive di ipocrisia ed egocentrismi, il metacinema e la teoria iniziano a entrare timidamente nei (pochi) dialoghi di Mother and Son e progressivamente si fanno stratificazione, ragionamento sempre più compiuto su forma e linguaggio, dichiarazione pensata e sofferta di un’autorialità già straordinariamente definita. Baydarov cerca, anche nelle aperte confessioni della sua voce fuori campo, un film che sappia innestare un significato nei significanti di ogni immagine, che mostri la verità oltre il sipario, che sappia usare lo sguardo come sogno e la parola come letteratura. Con la consapevolezza che le immagini possono influenzare l’uomo alla ricerca del senso della vita, e che di certo suggestionano un regista nella ricerca di se stesso, del suo cinema, della sua straordinaria sensibilità. Non resta che immergersi a bocca aperta in un immaginario, in un mondo, in un luogo, nella pura magia della vita portata sullo schermo. Non resta che attendere, come la madre attende amorevolmente il suo Hilal, la prossima manifestazione di un cinema sublime, impossibile, che sembra non potere esistere e che invece è lì sullo schermo. Da afferrare, da vivere, da pensare. Da abbracciare, come un figliol prodigo che finalmente riappare incorniciato dalla porta.

Info
Il trailer internazionale di Mother and Son.

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