Barriera di carne – La porta del corpo

Barriera di carne – La porta del corpo

di

Omaggiare la memoria di Jō Shishido, venuto a mancare a 86 anni, significa in larga parte ricordare anche il genio di Seijun Suzuki, tra i registi più eretici di una nazione che della rappresentazione eretica del reale ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. All’interno della schiera di gioielli partoriti da Suzuki e interpretati da Shishido c’è anche Barriera di carne – La porta del corpo, in cui la messa in scena del noir diventa l’occasione per raccontare la disperazione e la dissoluzione del Giappone sotto il giogo militare statunitense.

Notte fonda del Giappone

Il Giappone nell’immediato dopoguerra è una nazione ferita nell’orgoglio e assoggettata dal giogo militare statunitense. In questo scenario quattro prostitute decidono di costituire un gruppo in modo da potersi difendere e da tutelare i loro guadagni. Assecondando il volere della leader del gruppo, Komasa Sen, le quattro decidono di adescare solo clienti giapponesi, ripugnate dall’idea di rapporti intimi con i soldati statunitensi. Un giorno nel loro covo si rifugia Shintaro, un reduce della guerra… [sinossi]

Barriera di carne – La porta del corpo (l’originale 肉体の門 è traducibile alla lettera come “cancello fisico”) non è tra i titoli più visti all’interno della filmografia di Seijun Suzuki: schiacciato da La giovinezza di una belva umana, Deriva a Tokyo, Elegia della lotta e soprattutto La farfalla sul mirino – il film che consacrò Suzuki a livello internazionale e allo stesso tempo lo fece licenziare in tronco dalla Nikkatsu, con tanto di proteste collettive in Giappone da parte del sindacato dei registi e degli autori cinematografici –, questo prezioso noir che sorpassa fin dai titoli di testa i confini troppo stretti del noir è stato se non dimenticato quantomeno collocato in una posizione di retroguardia. L’occasione per riscoprirne la poliedrica ricchezza, e per rileggerlo, la dona il ricordo di Jō Shishido, venuto a mancare a 86 anni compiuti da poco più di un mese. Shishido, che in occidente in pochi conoscono – ma dopotutto lo star system al di fuori di Hollywood è sempre stato argomento poco trattato, e la situazione si fa più ingarbugliata se ci si sposta in oriente, dove la critica europea va letteralmente in crisi, faticando a uscire dall’ottica esclusivamente autoriale: un discorso complesso, che meriterebbe di essere affrontato e che nasconde, al proprio interno, il sottile ma persistente puzzo di razzismo, etnico e culturale – è stato un idolo delle folle, ma soprattutto un attore che non si è mai piegato all’immagine piatta e bidimensionale che la Nikkatsu (il sistema giapponese riprendeva il concetto hollywoodiano di major, con gli attori che firmavano un contratto non per il film, ma con la casa di produzione) avrebbe voluto costruire per lui. Un eretico, esattamente come Suzuki con il quale girerà sotto il marchio Nikkatsu cinque film, per poi tornare a collaborare nel 1977 nello splendido 悲愁物語, Hishū monogatari, vale a dire A Tale of Sorrow and Sadness. Dieci anni dopo il fondamentale La farfalla sul mirino Suzuki e Shishido sono entrambi indipendenti: quattro anni dopo il licenziamento di Suzuki, nel 1971, Shishido lascia la Nikkatsu in grave crisi finanziaria e decisa a investire soprattutto nel campo del roman porno.

Per quanto Barriera di carne – La porta del corpo deva molto a Shishido, anche in relazione al suo successo di pubblico, non va dimenticato come l’apparizione in scena del divo si abbia solo dopo circa mezz’ora dall’inizio del film. Si citavano dianzi i titoli di testa, che sono contrappuntati da una serie di disegni in cui il corpo femminile, nudo e privo di difese, giace a terra. Il simbolo di desiderio dello sguardo maschile ridotto a carne da macello, attraverso tratti vividi in cui è il concetto della violenza a risaltare immediatamente agli occhi. La donna è un oggetto, sottolinea Suzuki fin da prima che le immagini costruiscano la sua narrazione: è un oggetto dell’uomo e non può che esserne la prima e principale vittima. Vittima di un sistema maschile che vive nell’eterna dicotomia tra vincitori e vinti, tra dominatori e dominati. L’ambientazione del film basta a sottolineare una volta di più l’intento politico sempre presente nel cinema di Suzuki, anche nelle sue regie all’apparenza più astratte o – si perdoni la paronomasia, che andrebbe utilizzata con grande parsimonia – distratte. All’indomani della disfatta bellica, in una Tokyo che si è salvata per miracolo dal bombardamento atomico che non ha invece risparmiato Hiroshima e Nagasaki, quattro prostitute si mettono in proprio costituendo un clan: un modo per rendersi indipendenti dal racket della prostituzione gestito dagli uomini ma anche per tutelarsi a vicenda, difendendosi. Il loro covo è un edificio bombardato e diroccato. Se l’elemento dell’emancipazione dal dominio maschile è già presente nell’incipit, Suzuki (che lavora su una sceneggiatura scritta da Goro Tanada a partire da un celebre romanzo di Taijirō Tamura) rincara la dose: le prostitute si concedono infatti solo a clienti giapponesi, rifuggendo qualsiasi tipo di rapporto con l’invasore statunitense, i cui militari gestiscono di fatto la città. Dopo aver scelto di gestire in proprio la mercificazione del corpo, le donne capitanate dalla volitiva e dura Komasa Sen si pongono una volta di più contro l’ordine costituito: da un lato negano il potere maschile giapponese, impedendo alla yakuza di dominarle, dall’altro compiono lo stesso con quello statunitense, proibendo loro il godimento erotico.

In questo scenario, in cui il noir è già di per sé ridimensionato a favore di uno sguardo storico che non ha paura di confrontarsi con la contemporaneità: quando il film esce nelle sale, nel maggio del 1964, la protesta per la firma del “trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone” del gennaio del 1960 è ancora forte e diffusa – dopotutto si prolungherà fino ai caldi mesi del 1968, con le manifestazioni organizzate dallo Zengakuren, la “Federazione dell’Autogoverno Studentesco del Giappone”, come racconta con dovizia di particolari l’incipit di United Red Army di Kōji Wakamatsu –, e la popolazione ha una memoria fresca della presenza delle truppe americane su suolo nipponico, terminata nel 1951 con il Trattato di San Francisco. Solo all’apparenza scisso tra la modernità del linguaggio e l’arcaismo del pensiero nipponico, Suzuki firma un’opera traslucida, violentissima anche quando non mette in scena la violenza, in cui l’elemento maschile rappresentato da Shishido, il reduce di guerra che non cede alla realtà politica e ferito si nasconde nel covo delle ragazze, è una volta di più distruttivo. È difatti Shintaro Ibuki, questo il nome del suo personaggio, a disgregare dall’interno l’organizzazione di mutua sussistenza creata dalle prostitute: ribaltando il concetto della femme fatale Suzuki mette in scena un “homme fatale”, che tramite la creazione del desiderio e della gelosia scatena un effetto domino che porterà con sé solo disperazione, dolore, e morte. Shishido è perfetto per il ruolo, con quelle guance tondeggianti – frutto della chirurgia estetica – che entrano in conflitto con una realtà dura, sporca, priva di speranza; ma gran parte del merito della riuscita emotiva del film va all’interpretazione di Yumiko Nogawa, Tomiko Ishii, Kayo Matsuo, e Satoko Kasai, splendide nella rappresentazione di una femminilità tarpata e resa merce ma mai disgregata in profondità. Attrici non sotto il giogo della Nikkatsu, perché nessuna delle donne sotto contratto accettò un ruolo così selvaggio, duro, violento, per di più nei panni di prostitute. L’eresia di Suzuki, dopotutto, non era facile da assimilare. Qui il grande cineasta mette in mostra una capacità rara nel saper mescolare movimenti di macchina rapsodici, improvvisi e imprevedibili con un’eleganza formale quasi astratta nella composizione del quadro. Una lotta tra ricomposizione e destabilizzazione che è forse il tratto più forte della sua poetica espressiva, e che lo rese il più popolare tra gli avanguardisti e il più estremo tra i registi commerciali. Impareggiabile.

Info
Barriera di carne – La porta del corpo, il tema musicale.

  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-01.jpg
  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-02.jpg
  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-03.jpg
  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-04.jpg
  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-05.jpg
  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-06.jpg
  • barriera-di-carne-la-porta-del-corpo-1964-seijun-suzuki-07.jpg

Articoli correlati

  • Saggi

    Seijun Suzuki, o del cinema eretico

    Lo scorso 13 febbraio è morto in un ospedale di Tokyo Seijun Suzuki; regista eretico tra gli eretici del cinema giapponese, ha legato il suo nome ad alcuni film di culto, da Pistol Opera a Elogio della lotta, oltre al capolavoro La farfalla sul mirino.
  • Cult

    pistol-operaPistol Opera

    di Dopo dieci anni di silenzio Seijun Suzuki torna alla regia per firmare una versione ancora più estrema del suo capolavoro La farfalla sul mirino. Fuori concorso alla Mostra di Venezia.
  • AltreVisioni

    Princess Raccoon

    di Superati gli ottant’anni, Seijun Suzuki dona un’ennesima dimostrazione di libertà formale, mettendo in scena un'operetta immaginifica e fuori da qualsiasi canone.
  • Cult

    A Colt is My Passport

    di Takashi Nomura dirige uno dei "mood action" più innovativi e coinvolgenti prodotti dalla Nikkatsu. Con un monumentale Jo Shishido. Al Far East di Udine nel 2005.
  • #tuttiacasa

    la farfalla sul mirino recensioneLa farfalla sul mirino

    di La farfalla sul mirino, noir eretico che disconosce e smentisce tutte le regole stantie del genere in una palingenesi pressoché totale, fu il film che portò la Nikkatsu a licenziare in tronco Seijun Suzuki, il regista che più di ogni altro aveva riempito le casse della casa di produzione.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento