Odio l’estate

Odio l’estate

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A quattro anni di distanza dal disastroso Fuga da Reuma Park tornano al cinema Aldo, Giovanni e Giacomo con Odio l’estate. In un’evidente ricerca del tempo perduto ritrovano la collaborazione con Massimo Venier (interrottasi oltre tre lustri addietro con Tu la conosci Claudia?) e firmano, un po’ a sorpresa, una delle loro opere più convincenti, sia nella scrittura che nella confezione. Il merito va anche distribuito alle interpretazioni di Lucia Mascino, Carlotta Natoli, Maria Di Biase e un sulfureo Michele Placido.

Tre uomini

Aldo Baglio è un meridionale trapiantato da tempo immemore a Milano; sempre alle prese con qualche acciacco fisico, è sposato e ha tre figli, due gemelline e un adolescente che è stato pizzicato a rubare un motorino abbandonato. Giovanni Storti porta avanti il negozio di famiglia, interamente dedicato al cuoio: è sposato e ha una figlia diciottenne. Giacomo Poretti è un dentista con uno studio molto bene avviato, è sposato e ha adottato il figlio della moglie. Le tre famiglie hanno ben poco in comune, eppure saranno costrette per un disguido a passare un’intera vacanza insieme nella stessa casa, su un isolotto della costa italiana. [sinossi]

Li avevamo lasciati al Reuma Park, ospizio che accoglieva e reprimeva una commedia oramai geriatrica, fuori da ogni canone del tempo – proprio e altrui –, spaesata e rimbambita, priva di qualsiasi logica, economica o artistica che fosse. Aldo, Giovanni e Giacomo, a venti anni dal loro esordio e con nove scorribande cinematografiche (oltre a due non certo indispensabili riprese degli spettacoli teatrali sul grande schermo, con Anplagghed al cinema e Ammutta muddica al cinema), sembravano lì a danzare il passo d’addio, in un’autocelebrazione stanca, vetusta, priva di mordente, perfino arteriosclerotica. A suo modo rappresenta dunque una sorpresa Odio l’estate, decima possibilità per gli spettatori di incontrare i loro tre beniamini sullo schermo: una sorpresa perché non solo il film sentenzia una volontà di ritorno al passato abbastanza evidente – a partire dalla scelta del regista, come si vedrà tra poco –, ma anche perché allo stesso tempo per la prima volta si ha l’impressione che la tessitura narrativa non sia solo un orpello privo d’importanza per far rifulgere le qualità comiche dei tre, ma possa garantire una propria consistenza, una propria forza, un proprio motivo d’esistere. Una svolta che con ogni probabilità garantirà incassi decisamente superiori a Fuga da Reuma Park, disastroso persino sotto questa voce (il film guadagnò al botteghino meno di 3 milioni di euro, almeno 10 milioni in meno rispetto al peggior risultato economico del trio nelle precedenti sortite in sala). Per quanto sia improprio pensare che con Odio l’estate si stia assistendo a una nuova fase del cinema di Aldo, Giovanni e Giacomo – anche perché i tre faticano in ogni caso a staccarsi dalla tipizzazione dei loro personaggi – non si può che salutare con soddisfazione la scelta di porre un punto e a capo, tentando di rintracciare le traiettorie che li avevano reso così popolari.

Come si scriveva poc’anzi Aldo, Giovanni e Giacomo non rinunciano in nessun modo alla scrittura base dei rispettivi personaggi: ecco dunque l’indolente e un po’ pavido Aldo, il precisissimo e logorroico Giovanni, il pedante e insicuro Giacomo. Ecco anche la loro diversa estrazione, che va dal proletario Aldo all’uomo di successo – più o meno – incarnato da Giacomo. Tutto potrebbe far pensare a una struttura narrativa fin troppo classica per i film che li hanno visti protagonisti: i litigi e i dissidi destinati a svanire di fronte all’amicizia che li lega, un viaggio al sud – o comunque lontano da Milano – per rinsaldare i rapporti e una figura femminile spesso sfuggente e in ogni caso attraente per tutti e tre a fungere da fantasma dell’immaginario, epicentro del desiderio inappagato perché inappagabile. Un canovaccio fin troppo abusato su cui poi innestare le scenette comiche, i punti fermi delle rispettive capacità mimiche. A partire dalla voce narrante affidata ad Aldo, Odio l’estate sembra da subito incardinato su questi binari, ma si tratta di un depistaggio, per quanto ovviamente parziale. Sì, c’è un viaggio al sud – in una non meglio precisata isola, ma la presenza dell’Apulia Film Commission fa supporre possa trattarsi delle Tremiti –, ma ognuno di loro lo compie con la propria famiglia. Taglia corto, il film, e il viaggio si riduce solo a un tratto d’autostrada con Aldo, appassionato cultore della musica di Massimo Ranieri, che intona per la moglie e i figli Se bruciasse la città. I rispettivi tipi, irrigiditi in figure solinghe e desiderose di relazioni mai avute o perdute – la loro filmografia straborda di mogli fedifraghe e compagne oramai distaccate –, hanno tutti una famiglia, non sono più costretti a trovare la propria identità nella fusione con gli altri due. Questo passaggio, che può apparire secondario, è in realtà il motore di una maturazione anche nel linguaggio cinematografico che fa sì che Odio l’estate risulti l’unico vero film narrativamente compiuto del trio con l’eccezione del solo Chiedimi se sono felice, distante oramai venti anni esatti.

Non è un caso che questa maggiore capacità narrativa – e dunque introspettiva: i personaggi hanno veri traumi da dover affrontare, dal fallimento genitoriale a quello strettamente economico, per non parlare di magagne giudiziarie che poco hanno a che fare con il prison-movie vagheggiato nell’incipit di Così è la vita – giunga con il ritorno in cabina di regia di Massimo Venier. Autore anche televisivo, tra gli altri delle annate più gloriose della Gialappa’s Band, Venier fu da subito il sodale di Aldo, Giovanni e Giacomo, scrivendo con loro e dirigendo i primi cinque film, da Tre uomini e una gamba fino a Tu la conosci Claudia?; tentato anche in seguito allo scisma dai tre da una commedia garbata, non urlata e poco prossima alla trivialità (una collezione non indimenticabile, in ogni caso, nel quale spicca l’interessante e molto sprecato Generazione 1000 euro, che azzardava uno spaccato sociale crollando poi in abitudini obese e stanche), Venier torna qui nelle vesti del tessitore, tappando i buchi e cercando di tenere unita una narrazione che rischierebbe la dispersione. Anche fraseggi apparentemente spuri, come la ricerca del cane scomparso sull’isola, servono in realtà a saldare i rapporti tra i personaggi. Certo, si avverte uno strappo evidente quando Aldo, Giovanni e Giacomo devono, quasi per contratto, restare da soli e affrontare una “trasferta” (a Follonica, per recuperare il figlio adottivo di Giacomo scappato di casa), ma la dolce mestizia con cui viene rimessa in scena una celeberrima sequenza di Tre uomini e una gamba – a sua volta debitrice di Marrakech Express di Gabriele Salvatores –, con tanto di ricorso sonoro alle note di Che coss’è l’amor di Vinicio Capossela, o con cui si “concede” ad Aldo il gesto con le mani ad anticipare “miiii… Non ci posso credere!” di fronte a un cartellone che invita a un concerto a Santa Marinella di Massimo Ranieri (impegnato in un cameo), permettono di contestualizzare e comprendere la scelta. Anche perché il controcampo e controcanto sulle tre consorti, a loro volta finalmente dotate di una psicologia e di traumi e di riflessioni su di loro e sull’esistente, inspessisce ulteriormente la trama. È come se Aldo, Giovanni e Giacomo, dopo il desiderio di fuga della tardo-adolescenza – cardine dei primi film – e il ricorso sistematico solo allo sketch che aveva oramai debordato fino a dominare ogni singolo fotogramma delle ultime sortite cinematografiche, fossero finalmente diventati adulti, in grado di osare là dove la commedia gentile tende a fermarsi, come testimoniano la sottile cattiveria con cui è tinteggiato il maresciallo dei carabinieri interpretato da Michele Placido, per esempio, ma anche l’attrazione carnale o l’amore giovanile non solo di baci e sguardi a distanza tra i giovani Davide Calgaro e Sabrina Martina. Sulle note celeberrime di Estate di Bruno Martino, dal cui testo è stato estrapolato il titolo del film, non si mette in scena solo la gioia dell’amicizia, ma si racconta la solitudine quotidiana, l’incapacità di dominare la propria vita e di dimostrare agli altri l’affetto che richiedono, e che forse meritano. Queste ombreggiature, per niente cancellate nel corso del film, sono l’ultima e forse più grande sorpresa, in grado di nascondere a loro volta quelle piccole o medie increspature del racconto, e omissioni o dimenticanze che sia.

Info
Il trailer di Odio l’estate.

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