L’assassinio di un allibratore cinese
di John Cassavetes
Gangster movie sui generis, acuta riflessione sulla messinscena, L’assassinio di un allibratore cinese è una performance visiva disarticolata, nella quale Cassavetes cerca la verità di una prova attoriale, quella di Gazzara, che priva continuamente lo spettatore di ogni appiglio logico, di ogni opinione o giudizio morale sul suo personaggio. In programma domani, venerdì 14 febbraio, alle 21 a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, per la retrospettiva organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e La Farfalla sul Mirino. In 35mm e a ingresso gratuito.
L’omicidio come performance
Cosmo Vittelli, proprietario uno strip club, dovrà venire a patti con se stesso quando, per via della sua dipendenza dal gioco d’azzardo, si ritrova ad affrontare un gruppo di gangster, che gli offrono un’unica possibile via d’uscita. [sinossi]
«Con i personaggi di John Cassavetes l’emozione è sempre in prima linea, è al tempo stesso la loro croce e la loro salvezza», è così che Martin Scorsese presenta il regista greco-americano, ma nato come lui a New York, nel suo documentario A Personal Journey with Martin Scorsese Through American Movies (1995-1998). L’emozione prima di tutto, dunque, ma anche il lavoro dell’attore e dell’autore per raggiungerla, sono al centro della filmografia di Cassavetes, sempre intento a scrutare volti e corpi dei suoi interpreti in cerca di quel momento di estasi recitativa in cui si compie l’adesione al personaggio, fino alla perdita di sé, fino alla morte di sé. Ed è proprio questo, in fondo il percorso intrapreso dal protagonista di L’assassinio di un allibratore cinese (The Killing of a Chinese Bookie, 1976), un gangster movie sui generis, una profonda e acuta riflessione sulla messinscena e sul sacrificio che richiede.
Nato proprio a partire da una conversazione tra Cassavetes e Scorsese, il film è la storia di Cosmo Vittelli (Ben Gazzara), proprietario del night club losangelino Crazy Horse West, devoto al suo lavoro e alle sue spogliarelliste. Ha appena finito di pagare mazzette a uno strozzino, quando si reca nella bisca clandestina di Mort (Seymour Cassel) a Santa Monica e contrae un ingente debito. Mort e suoi scagnozzi hanno pronto il piano per recuperare il denaro: Cosmo dovrà uccidere un allibratore cinese che intralcia i loro affari.
Questa a grandi linee è la trama del film, declinata in tre differenti versioni disponibili. Quella lunga, (135′), presentata ora nella rassegna al Palazzo delle Esposizioni e oggetto di questo scritto, è uscita in sala nel 1976, ma viene subito ritirata per scarso gradimento di pubblico e critica. Nel 1978, Cassavetes stesso firma un nuovo montaggio, più breve (108′), con un incipit differente, l’editing diverso di alcune scene, meno spazio dedicato agli spettacoli e qualche aggiunta narrativa, come il fatto che Cosmo sia un reduce della guerra di Corea. Infine, c’è la versione italiana, ulteriormente scorciata (85′) dalla distribuzione nostrana e con un doppiaggio che aggiunge, tramite alcune voice over posticce, pruriginosi dettagli su sesso, droga e gangster inesistenti.
Può sembrare paradossale per un regista che ha fatto della libertà espressiva la sua personale “croce” di martirio, ma come ben sottolinea Franco La Polla in Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood (Il castoro, Milano, 2004) è proprio in L’assassinio di un allibratore cinese, dove l’autore si confronta con i gangli di un genere codificato quale il gangster movie, che emerge al meglio la sua poetica umanista, il suo studio sul personaggio/persona e sulla recitazione.
Sanamente affetto da una sintassi sincopata, che nega ogni climax drammatico o di azione vera e propria (si veda la sparatoria nel garage verso l’epilogo), L’assassinio di un allibratore cinese è un film pieno di significanti “sgrammaticature”, tra le quali si annoverano l’assenza di contro campo (il dialogo iniziale con lo strozzino al bar), improvvise ellissi, abbacinanti controluce e lensflare, long shot in interni ed esterni, spesso in teleobiettivo, dove il fuoco dell’immagine si perde nella perpetua ricerca del personaggio, del suo volto, delle sue mani. Quella di Cassavetes è una performance visiva disarticolata, in cerca della verità di una prova attoriale, quella di Gazzara, che priva continuamente lo spettatore di ogni appiglio logico, di ogni opinione o giudizio morale sul suo personaggio.
Eppure, a differenza di altre opere dell’autore, emergono qui almeno due temi portanti, legati tra loro, che rendono il film più coeso narrativamente e meno squisitamente performativo: ovvero il discorso sul denaro e quello dedicato proprio alla performance. Il primo serpeggia fin dal principio, in quella rovinosa serata alla bisca, quando si scopre cosa distingue Cosmo dai gangster di Santa Monica: la sua disinvoltura nei confronti del denaro, corroborata dalla netta affermazione che si tratti unicamente di «pezzi di carta». Questa argomentazione è in seguito amplificata dal monologo di uno dei malavitosi nella citata scena nel garage, è qui che il luciferino Flo (Timothy Carey) parafrasando Carl Marx, denuncia come i gangster capitalisti siano dipendenti dall’oppio dei popoli: i soldi. Cosmo è diverso, non lavora per arricchirsi, lui ogni singolo dollaro lo reinveste nel suo locale, a beneficio del suo gruppo di lavoro e dei suoi spettatori. Risiede proprio in questo la forza del personaggio e il senso ultimo del suo martirio, nella totale dedizione, anzi, devozione al proprio lavoro di metteur en scène. E in questo non è difficile riconoscere come Cassavetes miri a disvelare anche un discorso autobiografico.
In tal senso, L’assassinio di un allibratore cinese propone dunque una lettura multistrato: a un livello diegetico Cosmo Vittelli è un imprenditore e regista il cui unico scopo è la buona riuscita del suo lavoro e di quello del suo staff, stessa pratica in cui, a un livello extradiegetico, ha sempre eccelso Cassavetes. Pertanto la scena in cui i malavitosi impartiscono a Cosmo l’ordine di uccidere l’allibratore, con dovizia di indicazioni (attoriali) atte a guidare la messinscena del crimine, assume anch’essa un significato metaforico. Al “ruolo” che Cosmo si è scelto se ne va a sovrapporre un altro, indesiderato, governato dal capitalismo “oppiaceo” dei gangster, che incarnano, come lo stesso Cassavetes ebbe a dichiarare, proprio quei produttori hollywoodiani dai quali, dopo l’infelice esperienza di Blues di mezzanotte e Gli esclusi, è caparbiamente fuggito.
E allora, il monologo conclusivo di Cosmo/Gazzara diventa qui un monito per gli attori (e autori) di ieri e di oggi: essere a proprio agio in un ruolo, questo è tutto, dedicandosi con fiducia al proprio mestiere e al pubblico. È da questa fondamentale onestà che nasce l’emozione – la cui frontalità è stata ben stigmatizzata da Scorsese – nei film di Cassavetes, il cui lascito risiede in una libertà creativa che lascia arrivare dritto in faccia allo spettatore l’amore per il proprio lavoro, che oggi come ieri che riceviamo, senza fare troppa fatica, semplicemente guardando i suoi film.
Info
La scheda di L’assassinio di un allibratore cinese sul sito del Palazzo delle Esposizioni
- Genere: drammatico, erotico, gangster movie, noir
- Titolo originale: The Killing of a Chinese Bookie
- Paese/Anno: USA | 1976
- Regia: John Cassavetes
- Sceneggiatura: John Cassavetes
- Fotografia: Al Ruban, Mitch Breit
- Montaggio: Tom Cornwell
- Interpreti: Al Ruban, Alice Fredlund, Arlene Allison, Azizi Johari, Ben Gazzara, Ben Marino, Carol Warren, Catherine Wong, David Rowlands, Derna Wong Davis, Donna Gordon, Eddie Shaw, Elizabeth Deering, Frank Buchanan, Frank Thomas, Gene Darcy, Haji, Harry Governick, Jack Ackerman, Jack Krupnick, Jason Kincaid, John Finnegan, John Kullers, John Pappas, Kathalina Veniero, Meade Roberts, Mike Skloot, Miles Ciletti, Morgan Woodward, Robert Phillips, Seymour Cassel, Sonny Aprile, Soto Joe Hugh, Timothy Carey, Trisha Pelham, Val Avery, Vincent Barbi, Virginia Carrington, Yvette Morris
- Colonna sonora: Bo Harwood
- Produzione: Faces Distribution
- Durata: 135'








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