Volti

Quarto lungometraggio di Cassavetes, concepito come un ritorno alla concezione di Ombre, ma in un contesto da upper class, di personaggi di mezza età, tra cinismo e incomunicabilità. In programma domani, domenica 16 febbraio, alle 21 a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, per la retrospettiva organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e La Farfalla sul Mirino. In 35mm e a ingresso gratuito.

Scene da un matrimonio

Richard e Maria sono una coppia ormai finita. L’uomo dichiara alla moglie la sua intenzione di divorzio e passa la serata con altri uomini d’affari e prostitute. La moglie invece si vede con le amiche e con un playboy conosciuto in un bar. [sinossi]

«Cassavetes non rappresenta la mia migliore esperienza con un attore, se devo essere onesto. Il suo film, Volti, è uscito nello stesso anno di Rosemary’s Baby. A lui piaceva improvvisare, a me no. Non si sentiva a suo agio nel ruolo. […] è stato un supplizio. Non voleva nemmeno che le sarte lo vestissero: preferiva restare con le sneaker ai piedi. Gli toglievi le sneaker e cominciavano i problemi di recitazione». La collaborazione tra Roman Polanski con John Cassavetes è passata alla storia come una delle più travagliate per un regista che vuole il controllo assoluto, bocciando ogni proposta dell’attore. Una testimonianza che in negativo segna la filosofia del cineasta di origine greca, il suo “anti-cinema”, il suo rifiuto del cinema classico di regia.

Volti (Faces) è il suo quarto lungometraggio per il grande schermo, concepito con l’idea di tornare a fare un’operazione come quella di Ombre, un film costruito con l’improvvisazione degli attori partendo da un esile canovaccio che, come quello del primo film, riguarda un momento post-coitale: cosa succede dopo la passione erotica di due personaggi e cosa li ha portati a finire a letto insieme. E in questo caso c’è la scoperta dell’amante da parte del marito, che lo mette in fuga, che si vede così avvantaggiato nei suoi progetti di divorzio.

L’America degli anni Sessanta di Cassavetes non è più quella del fermento artistico newyorkese di dieci anni prima, è l’America di una upper class ipocrita e patriarcale, dominata dall’incomunicabilità, una società decadente – come sottolineato da uno dei titoli pensati per il film, The Dynosaurs – posto che questo è il nostro giudizio. Cassavetes non giudica mai i suoi personaggi, sui quali empatizza: esprimono aspetti della sua stessa personalità, come di quelle degli attori, buona parte non professionisti o alle prime armi, presi dall’entourage del regista che lavorava come in un home-movie tra amici. Al set partecipò anche un giovanissimo Steven Spielberg come assistente che porta caffè e sigarette ai membri della ristrettissima crew.

L’America di Volti è quella che vive un uomo di mezza età, ormai trasferitosi a Hollywood dove lavora nello star system, come pure la moglie Gena Rowlands. Ma il film comincia proprio con il cinema, con il protagonista che giunge a una saletta di proiezione privata a mostrare il film a persone della produzione che ragionano solo in termini di incassi. Un incipit che mostra la sfiducia di Cassavetes per il sistema e allo stesso tempo sancisce il suo immedesimarsi nella figura di Richard, dandogli l’incarico di regista. Segue il fascio primario della proiezione e i titoli di testa di Volti. Il cinema torna nelle tante citazioni, tutte nel senso di una presa di distanza di un cinema altro. Da La dolce vita, film menzionato nella saletta iniziale, a Bergman che Richard evita per non deprimersi, al ritratto di Edgar G. Robinson in una delle pareti riccamente decorate.

In una fase della scrittura, Cassavetes aveva concepito Volti per il teatro. E il retaggio di questa concezione è evidente nella struttura sostanzialmente da Kammerspiel, in un’atmosfera chiusa, dove la musica è soltanto diegetica, ambientato in due interni e in locali da ballo, con la divisione in due atti, il primo a predominanza maschile, con la donna come ricettacolo sessuale, il secondo in ruoli opposti. Una drammaturgia piatta alla Čechov. Se l’autore russo rappresentava gente tutta intenta a «mangiare, bere, amare, camminare, a portare la propria giacca», i personaggi di Cassavetes, i dinosauri, passano il tempo a fumare, bere, raccontare barzellette o filastrocche, a disquisire dell’elezione di Nixon o del terremoto in Perù, esibirsi in canzoncine in un generale clima di noia e di incomunicabilità. Una drammaturgia dove distillare i momenti di tensione.

Girato in 16mm, in bianco e nero sporco, con piani sequenza anche molto lunghi, Volti dimostra l’insofferenza dell’autore per la fotografia, per la composizione dell’immagine che veda i corpi degli attori in posizioni prestabilite. La mdp deve seguire gli attori, liberi, e non viceversa. Cassevetes usava due operatori, uno per le scene principali e il secondo per i dettagli o altro. Magistrale in questo senso la staffetta tra l’occhio che segue Richard mentre torna a casa ed entra nella stanza da letto e il punto di vista, sul tetto, che coglie la fuga dell’amante seminudo fin nel suo allontanarsi da lontano. E in questo realismo Cassavetes riesce a concepire situazioni oniriche o realtà alternative, nella scena in cui il montaggio alterna Richard che gioca da solo a biliardo e lo stesso, contemporaneamente, a letto affettuosamente con la moglie. Sappiamo, dal contesto del film, che la seconda non può essere vera.

Ancora una volta il cinema di Cassavetes è instabile, liquido, sformato. E il film passa attraverso vari montaggi, per approdare, da una versione di tre ore a quella definitiva, fissata, di 130′. Ma Cassavetes ne aveva anche concepita una da otto ore. I tempi forse erano prematuri per simili operazioni alla Lav Diaz, ma lo spontaneismo estremo dell’autore indipendente americano non è così lontano dalla concezione di abbracciare il tempo propria dell’autore filippino.

Info
La scheda di Volti sul sito del Palazzo delle Esposizioni

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