Cattive acque

Cattive acque

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Con cattive acque Todd Haynes firma un solido film d’inchiesta, che racconta la vera storia dell’azione giudiziaria portata avanti in oltre un ventennio dall’avvocato Robert Bilott contro il colosso dell’industria chimica DuPont, che ha inquinato le acque di una cittadina del West Virginia sversandovi sostanze estremamente pericolose. Protagonista della vicenda un convincente Mark Ruffalo.

…ma alcuni sono più uguali degli altri

1998, Cincinnati. L’avvocato Robert Bilott è diventato socio di un importante studio legale che tra i propri clienti vanta grandi aziende e industrie chimiche. La sua vita cambierà dopo la telefonata di un allevatore di Parkersburg, West Virginia, dove vive la nonna di Bilott e dove l’avvocato ha umili origini che non ama ricordare: le mucche dell’allevatore si stanno ammalando e stanno morendo a una a una. Riluttante ma interessato alla faccenda, Bilott inizia a indagare e presto finirà per accusare un cliente che normalmente il suo studio difenderebbe: il colosso della chimica DuPont che ha inquinato le acque della cittadina sversando sostanze estremamente pericolose… [sinossi]

Un solido e documentato film d’inchiesta, legal sui generis (non sono molte, in fin dei conti, le scene in tribunale) fortemente voluto dal protagonista Mark Ruffalo, non a caso in veste anche di produttore: Cattive acque è un buon esempio di cinema civile che lascia l’amaro in bocca e legittimamente solleva dubbi e paranoie nello spettatore. Ruffalo, dopo aver letto l’articolo The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare (dal New York Times, 6 gennaio 2016), inizia a interessarsi della vicenda di Rob Bilott, avvocato di Cincinnati che ha scoperchiato uno scandalo immane e citato in giudizio le aziende chimiche DuPont, colossi del sistema affaristico americano e “figlie” di una delle famiglie più potenti e ricche degli Stati Uniti (la pregiata genìa ha cominciato con la produzione di polvere da sparo). L’attore coinvolge alcuni componenti del team de Il caso Spotlight (2015), il produttore esecutivo Jonathan King e gli sceneggiatori premi Oscar Tom McCarthy e Josh Singer (quest’ultimo sceneggiatore anche di The Post di Spielberg). Il progetto viene messo in piedi e solo successivamente viene coinvolto il regista che porterà in scena Cattive acque, l’insospettabile Todd Haynes (ma vale la pena ricordare il suo film Safe, del 1995, in cui i pericoli dei composti chimici sono centrali) che accetta e porta in dote non solo il “suo” eccellente direttore della fotografia, quell’Edward Lachman che ha firmato anche Erin Brockovich di Soderbergh, ma un’evidente cognizione di causa sul cinema d’inchiesta americano. Il risultato è un lavoro che potrà molto intrigare gli appassionati del genere, mentre potrà risultare meno appetibile per i non cultori.

Cattive acque guarda infatti a film come L’uomo della pioggia (1997) di Coppola, Insider (1999) di Michael Mann, Promised Land (2013) di Gus Van Sant, ma rivolge lo sguardo più indietro ricordando Silkwood (1983) di Mike Nichols e il dimenticato Conflitto di classe (1991) di Michael Apted che in originale si chiama Class Action. Ed è proprio in una class action (ancora in corso) che culminano le indagini partite dalla denuncia del 1998 di Wilbur Tennant, un allevatore di Parkersburg nel West Virginia morto di tumore nel 2002 (sua moglie lo seguirà due anni dopo), che aveva dovuto abbattere 190 mucche, tutte gravemente ammalate e che, inconsapevolmente, beveva anche lui acqua contaminata da Pfoa, sostanza chimica altamente nociva per la salute che la DuPont sversava nella discarica limitrofa al suo appezzamento. Le inchieste giudiziarie portate avanti con ostinazione e a sprezzo del pericolo da Robert Bilott dimostreranno che l’azienda era perfettamente consapevole del livello di avvelenamento cui stava sottoponendo la popolazione, le cui cause di risarcimento per morti e malattie sono ancora aperte. Cattive acque si snoda in un arco di quasi 20 anni, partendo da quella denuncia e arrivando fin quasi ai giorni nostri, in una sfida narrativa non sempre sostenibile. La difficoltà principale è di restituire un racconto avvincente in un arco di tempo così ampio e seguendo tutte le vicissitudini principali dell’indagine: la scommessa è solo parzialmente vinta grazie a una sceneggiatura che fa comprendere perfettamente e in ogni istante tutto ciò che accade, “tecnicismi” inclusi, mentre si arranca un po’ (forse anche più di un po’) nell’aderire a un personaggio, quel Bilott interpretato da Ruffalo, che non ha grande pregnanza umana e che fondamentalmente è funzione di un gesto eroico, quello del portatore di giustizia, che divora il personaggio in virtù del messaggio. Si fatica per esempio a essere davvero interessati ai suoi legami famigliari (la moglie è interpretata da Anne Hathaway) che punteggiano pigramente il film più per “dovere di cronaca” che altro, così come non è centratissima la figura di Tom Terp (Tim Robbins), il capo dello studio legale di cui Bilott è socio. Il film, realizzato con la consulenza del vero Billot, risente del fatto di dover probabilmente “rendere giustizia” a tutti i personaggi coinvolti nella vicenda, omaggiandoli in qualche misura, ma risultando così un po’ sovrabbondante e meno incisivo di quanto potesse essere.

Allo stesso tempo ci sono immagini e momenti che valgono più di tante parole, come i camera car sui cittadini di Parkersburg, veri e propri spaccati di persone/fantasmi abbandonate al proprio destino (e alla morte) in nome dell’interesse ferale per il profitto. Uno, in particolare, ha la capacità di raccontare in pochi secondi il ricatto cui tante persone sono sottoposte, ovvero la scelta tra morire di liquami tossici e inquinamento o restare disoccupate, orfane dall’industria che ti dà il pane (e non c’è certo un problema solo americano, basti pensare a Taranto): Haynes realizza un piccolo montaggio in cui mostra come tutto, a Parkersburg, sia della DuPont, datore di lavoro ed erogatore di servizi. A fare da controcanto c’è la scena in cui l’allevatore Wilbur Tennant (Bill Camp) urla a un elicottero che sorveglia la sua casa che quella è la sua proprietà: un grido di disperazione per suggellare una sfida già vinta tra chi detiene davvero il potere e la proprietà privata (anche della cosa pubblica) e il disperato cittadino che, pur credendo nel valore della proprietà, è di fatto espropriato di ciò che lui presume essere suo. In questi momenti il film diventa molto efficace e doloroso facendo emergere la sua natura convintamente politica: nessuna Amministrazione (Obama incluso ovviamente) ferma il potere del denaro, nessuna agenzia pubblica controlla davvero i grandi gruppi e tutti gli americani hanno diritto alla proprietà privata ma alcuni americani ne hanno assai più diritto degli altri. Se è stridente l’uso della hit Take Me Home, Country Roads di John Denver, collocata in un West Virginia sfregiato (sui titoli di coda si sente I Won’t Back di Johnny Cash), Haynes non indietreggia nell’innestare elementi quasi horror (il ricordo dei denti neri di una bambina in bicicletta) per fare uscire dal cinema lo spettatore con un forte senso di disagio. Anche perché il Pfoa – chiamato “la sostanza chimica eterna” visto che resta per sempre nei corpi degli esseri umani – è stata utilizzata per decenni dall’industria chimica in tutto il mondo (e a basso contenuto è ancora utilizzata).

Sicuramente imperfetto e di certo meno “autoriale” rispetto a tutti gli altri lavori di Haynes, Cattive acque non può essere visto prescindendo dal suo intento e dalle sue amare conclusioni. A differenza di altri “legal movie” o film d’inchiesta qui non c’è neppure la catarsi di una vera soluzione del caso, ancora in essere, e le azioni risarcitorie arrivano dopo 18 anni dal suo inizio: troppo tempo, troppi morti e soprattutto nessuna reale conseguenza per chi ha avvelenato inermi cittadini. Oggi sono diversi gli Stati americani che stanno agendo legalmente contro le industrie DuPont, che continuano a essere colossi della chimica e, sebbene disperse in tantissimi rivoli, rappresentano una delle famiglie più influenti del Paese. Di certo a Mark Ruffalo non devono stare granché simpatici, visto che in Foxcatcher – Una storia americana (2014) il suo personaggio veniva addirittura ucciso da John Eleuthère Du Pont, uno dei componenti minori e marginali – ma pur sempre milionario – di un rivolo della grande casata americana che, d’altro canto, non può certo andare particolarmente fiera della sua rappresentazione cinematografica.

Info
Il trailer di Cattive acque.

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