Il grande imbroglio

Il grande imbroglio

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Ultimo film firmato da John Cassavetes, opera dalla gestazione complicata e sfortunata, Il grande imbroglio è una moderna screwball comedy che satireggia l’American Way of Life e che si pone anche come parodia del noir classico. Con Peter Falk e Alan Arkin. In programma domani, giovedì 20 febbraio, alle 21 a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, per la retrospettiva organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e La Farfalla sul Mirino. In 35mm e a ingresso gratuito.

An Alan Smithee Film

Padre di tre gemelli appassionati di musica classica, l’integratissimo assicuratore Leonard Hoffman è tartassato dalla moglie che vuol mandare a tutti i costi i figli a Yale malgrado i costi elevatissimi da sostenere. A Leonard capita l’occasione di fare un bel po’ di soldi facili quando viene convocato dall’affascinante Blanche, intenzionata a stipulare un’assicurazione sulla vita di suo marito, il cardiopatico Steve Rickey. Una volta firmata la polizza, Leonard e Blanche ordiscono un piano per uccidere Steve, ma l’imbroglio si rivela poi per doppio, triplo, quadruplo… [sinossi]

Il grande imbroglio (1985), ultimo film firmato da John Cassavetes, è anche un gran pasticcio, uno di quei progetti sfortunati che spesso negli Stati Uniti finiscono per essere firmati sotto il falso nome di Alan Smithee. Cassavetes ne assunse la regia in corso d’opera dopo l’abbandono di Andrew Bergman, anche autore della sceneggiatura nascostosi poi nei titoli di testa dietro lo pseudonimo di Warren Bogle. Per Cassavetes, già malato, Il grande imbroglio costituiva un’esperienza quasi inedita, alle prese con un progetto cinematografico di cui non si fosse occupato anche della scrittura. Sembra poi che in fase di postproduzione il film sia stato sottratto alle sue mani, dando luogo a un montaggio finale poco fedele alla volontà del regista. Cassavetes finì dunque per disconoscere il film, e i 93 minuti del prodotto finito, passati in mezzo a una selva di mani e ingerenze, risultano abbastanza sorprendenti nella loro capacità di mantenere comunque una certa dignità di confezione.

Con ogni evidenza il film nasce anche sulla riproposizione di una coppia brillante di attori che insieme avevano già raccolto un buon successo; Peter Falk e Alan Arkin, di nuovo a fianco uno dell’altro dopo l’esperienza di Una strana coppia di suoceri (Arthur Hiller, 1979) la cui sceneggiatura era stata confezionata non casualmente sempre da Andrew Bergman. È dunque probabile che, una volta avvenuto l’abbandono del set da parte di Bergman, Falk abbia spinto per coinvolgere l’amico Cassavetes nella lavorazione del film. L’idea di fondo, ridotta ai suoi minimi termini, è di fatto la stessa del precedente film di Hiller: contrapporre su un fondo di parodico cinema di genere (spy o noir) l’estroversa eccentricità e spregiudicatezza del personaggio di Falk alle frustrazioni borghesi di un uomo rigido e timoroso, perfettamente integrato nel sistema sociale, incarnato da Arkin. Il grande imbroglio si pone anche come omaggio e aggiornamento della tradizione cinematografica autoctona, in particolare delle pazzie della screwball comedy. Le armi della screwball sono qui riservate alla stessa storia del cinema, visto che per buona parte lo script di Il grande imbroglio gioca in chiave parodica con due capisaldi del noir americano: La fiamma del peccato (Billy Wilder, 1944) e Il postino suona sempre due volte (Tay Garnett, 1946), dei quali la poco credibile dark lady Beverly D’Angelo assume anacronisticamente anche gli sfarzosi costumi.

La messa in burla del noir americano, sia pure gustosa, non appare comunque particolarmente aggressiva, mentre risulta abbastanza efficace un più generale approccio satirico nei confronti dell’American Way of Life, con punte di acido grottesco riservate al mito del denaro, all’identità tra uomo e lavoro, alla sicurezza nazionale e al terrore verso l’Altro culturale, alla facile e salvifica eroicizzazione riservata all’uomo qualunque, soprattutto alla spietata separazione classista all’interno della piramide sociale a stelle e strisce. A poco a poco la costruzione narrativa rivela le sue maschere e le sue scatole cinesi, affidandosi a un continuo avvicendarsi di messinscene dentro ad altre messinscene, in cui la finzione più frequente è riservata alla morte, esorcizzata dall’iterato ritorno in vita del personaggio di Falk sotto vesti sempre diverse. Da metà in poi il film si dipana per svolte narrative schizoidi, mostrando spesso anche la corda riguardo a logica e coerenza – e in questo può darsi che la lavorazione tormentata abbia avuto un peso decisivo.

In questo bizzarro guazzabuglio parodico/satirico, resta in realtà anche qualcosa che può essere ricondotto alla figura di John Cassavetes secondo una linea prettamente autoriale. Riguarda soprattutto la messinscena, che a sprazzi propone soluzioni estetiche piuttosto riconoscibili. Spesso infatti i ritmi delle sequenze si allungano e si affidano a un inessenziale chiacchiericcio in cui resta traccia anche dell’overlapping dialogue. Data la cornice parodico-satirica, si tratta di un gioco attoriale intorno al dialogo e all’interazione in scena che piega più verso il conclamato surreale, e tuttavia l’occhio di Cassavetes emerge con forza anche in certi brevi brani di raccordo narrativo, dove lo zoom pedinante e i primissimi piani disinquadrati, catturati a volte da inusuali punti macchina, si traducono in materia di un’immediata identificazione stilistica. Resta in tal senso molto indicativa la sequenza finale, allungata a macchina fissa fin dentro ai titoli di coda. I cinque personaggi principali siedono tutti in fila, assistono a un concerto di musica classica (il Mozart di Eine kleine Nachtmusik, dominante in tutto il commento musicale), si compongono in una simultaneità che è collettiva e individuale, si scambiano battute che conservano una propria specifica funzione narrativa ma che al contempo si disperdono anche in una modalità puramente informale e inessenziale. È una sequenza magistrale, puro Cassavetes. Testimone di se stesso anche nelle occasioni meno prevedibili.

Info
La scheda de Il grande imbroglio sul sito del Palazzo delle Esposizioni

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