Le sel des larmes

Le sel des larmes

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Le sel des larmes è il ventiseiesimo film diretto da Philippe Garrel in oltre cinquant’anni di carriera, e ripercorre senza alcun istinto alla nostalgia molti dei temi ricorrenti nella sua poetica. Un’opera minore? Probabile, ma l’ennesima dimostrazione della sensibilità e della facilità sincera nel far cinema di un autore imprescindibile.

Gli amori del giovane Luc

Luc è a Parigi per sostenere l’esame d’ingresso alla scuola di ebanisteria Boulle. Conosce Djemila a una fermata dell’autobus. La loro storia d’amore dura lo spazio dei due giorni che Luc passa a Parigi: tornato in provincia, dove vive con il padre che fabbrica casse da morto, ritrova l’amore del liceo Geneviève, e instaura una relazione con lei nell’arco di qualche mese. Ma a Boulle è stato preso, e dovrà tornare a vivere a Parigi, dove l’attende l’infermiera Betsy… [sinossi]

Il lungo, immenso romanzo umanista che Philippe Garrel scrive per immagini capitolo dopo capitolo da oltre cinquant’anni si arricchisce di un nuovo segmento con Le sel des larmes, con cui il cineasta transalpino torna alla Berlinale (in concorso) a trentasette anni di distanza dalla proiezione straordinaria de L’Enfant secret, proiettato nell’allora Germania Ovest quattro anni dopo la sua effettiva realizzazione. Un evento, a suo modo, per un cineasta che ha fissato la sua residenza, nel corso dei decenni, tra Venezia e Cannes. Dopo aver concentrato gli ultimi tre film (La gelosia, L’ombre des femmes e L’amant d’un jour) in una sorta di trilogia Garrel appare ancora incapace di distaccarsi da quelle forme, da quei corpi, da quei volti. Se è vero che il cinema di Garrel è spesso stato innamorato delle stesse situazioni, ma anche degli stessi interpreti, va detto che Le sel des larmes mostra un fiato più corto e affannoso, quasi che la narrazione stagnasse in una zona poco areata, e viziata. Allo stesso tempo è però impossibile, e ingiusto, porre questo nuovo film su un terreno diverso da quelli che lo hanno preceduto: e se di opera minore è legittimo parlare, ed è così che il film è stato generalmente percepito a Berlino dopo le proiezioni stampa, è indubbio che perfino un lavoro all’apparenza maggiormente trascurabile consente di leggere in filigrana la grandezza espressiva, e il fortissimo afflato poetico di Garrel. Se ci si dovesse fermare alla mera storia, si dovrebbe puntare l’accento sull’ennesimo personaggio maschile sciupafemmine e nei fatti egoista, e sull’oramai solita moltiplicazione delle sfaccettature femminili. Luc, l’aspirante ebanista che vive in campagna con il padre – che lavora a sua volta il legno, e progetta solo casse da morto – e dovrebbe andare a studiare a Parigi, nella prestigiosa Boulle, si trova a flirtare con successo con tre ragazze estremamente diverse tra loro: c’è Djemila, più infantile e non pronta ad avere rapporti sessuali, Geneviève, l’amore dei tempi del liceo con cui in provincia si potrebbe pensare di metter su famiglia, e l’infermiera Betsy, che non si vergogna a proporre una relazione che comprenda anche l’amico di sempre Paco.

È soprattutto nella dialettica tra l’elemento maschile e quello femminile che Garrel dimostra di appartenere a una generazione di cineasti che sta entrando – o è già entrata – nella terza età. Ma se può apparire antica l’ottica con cui Garrel vede le relazioni amorose, ancorate all’immagine che ne diede la Nouvelle Vague, lo sguardo è tutt’altro che sorpassato, o fuori dal tempo. L’occhio di Garrel, cui si sovrappone oramai in maniera quasi automatica quello di Renato Berta – straordinario direttore della fotografia, che con il suo bianco e nero ha segnato in profondità l’estetica garreliana –, è ancora lucidissimo, e pronto a scarti di senso e di ritmo che lasciano senza fiato. L’esempio migliore lo dona la bellissima, per quanto breve, sequenza in discoteca, che segna la prima uscita ufficiale di Luc con la disinibita Betsy: lì, in quei brevi passaggi che rimandano a una sequenza abbastanza simile de L’amant d’un jour, si percepisce la ricchezza espressiva di Garrel, la sua voglia di raccontare l’umano senza edulcorazioni di sorta, senza censure preventive nei confronti di comportamenti immaturi, instabili, a volte persino irrazionali. Così procedendo la sua commedia, a tratti anche spassosa, si tinteggia di timbriche oscure, e in controluce si può intravvedere il vero senso del film, vale a dire l’accettazione della finitezza umana, sia da un punto di vista etico e “spirituale”, sia prettamente fisico e temporale. E, nonostante una scelta di cast meno chirurgica del solito – il volto mono-espressivo di Logann Antuofermo non aiuta a empatizzare con il personaggio di Luc, di suo già sufficientemente problematico –, e una percepibile stanchezza nel racconto (quanto appaiono forzate alcune scelte del tutto non naturali, come l’incontro notturno con dei fascistelli ubriachi), Le sel des larmes raggiunge il suo obiettivo, quello di svelare una volta in più la debolezza umana, la sua fragilità, l’apparente corazza della conquista che si sgretola di fronte alle improvvise giravolte della vita. E della morte.

Info
Il trailer de Le sel des larmes.

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