Zeus Machine. L’invincibile

Zeus Machine. L’invincibile

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Zeus Machine. L’invincibile è la nuova fatica (il termine non è casuale, come si vedrà) di David Zamagni e Nadia Ranocchi, vale a dire Zapruder. Una liberissima interpretazione/rappresentazione delle dodici fatiche di Ercole che diventa l’occasione, una volta di più, per riflettere sul concetto di spazio, di tempo, di arena e di teatro. Di cinema, e delle sue mutevoli potenzialità. Al Forum della Berlinale dopo essere stato presentato al festival milanese Filmmaker.

Miti e macchine (im)mortali

Questa è la storia inedita della vita mitologica di Ercole, l’eroe delle fatiche. La narrazione delle sue avventure si svolge in un flusso discontinuo di eventi che celebrano le fatiche declinandole in forme nuove e contemporanee attraverso dodici episodi interpretati da altrettanti Ercole. Al principio lo vediamo galleggiare attorno all’orbita terrestre in attesa di toccare terra per entrare in azione, lo ritroviamo poi nelle pose di un lottatore e in quelle di un futuro torero. Il succedersi degli esempi ci restituisce la natura mutevole e circolare del mito, macchina inesorabile che intreccia la sua esistenza con la narrazione infinita delle proprie gesta: la mitologia. [sinossi]

Inizia nello spazio, il nuovo film di David Zamagni e Nadia Ranocchi, insieme a Monaldo Moretti (impegnato alla fotografia) Zapruder Filmmakersgroup: dopotutto quel titolo, Zeus Machine. L’invincibile, non lascia troppo spazio al dubbio. La macchina di Zeus, che partorisce l’invincibile, non può essere costretta solo sulla terra, a vedersela con la gravità, con lo spazio limitato, con il tempo che procede sempre e solo in una direzione. Inizia nello spazio, Zeus Machine, con un Ercole Farnese fluttuante a cui è concessa persino una parvenza di voce narrante – che verrà quindi immediatamente zittita – per introdurre lo spettatore nella sarabanda visiva che prenderà corpo nell’ora e un quarto successiva. In realtà lo spettatore è stato già reso edotto da una scritta nera su sfondo beige, che recita: «Questa è la storia inedita della vita mitologica di Ercole. Non troverete collegamenti con quanto è stato scritto in precedenza sull’eroe, noi lo abbiamo preso così come ci è stato lasciato dal cinema peplum, un super uomo dal destino già scritto, condannato a colossali fatiche. Si dice che il mito sia nato per rappresentare l’irrappresentabile attraverso un racconto senza fine, e che quindi sia costretto a tornare sempre dove non è mai stato. La sua esistenza è intrecciata con la narrazione infinita delle proprie gesta: la mitologia, ovvero la storia della sua storia. Senza mitologia non ci sarebbe mito. E viceversa. In questo film troverete una serie di casi sul mito di Ercole; 12 reperti archeologici estratti dal presente». Ci sono due elementi chiave che traspaiono, ponendosi immediatamente in risalto, in questa presentazione: l’idea che l’immagine riproducibile dell’eroe greco sia solo quella filtrata dal meraviglioso cinematografico, nella logica spettacolare d’antan del peplum, e il fatto che le dodici fatiche siano rintracciabili, e quindi in qualche misura rappresentabili, nel contemporaneo, senza dover fingere il proprio tempo – quello accadrà, in un paio di frammenti, ma l’annichilente peso del classico verrà smaltito ricorrendo a uno scontro tra sosia e addirittura al gioco per l’infanzia “un, due, tre… Stella!”.

Come si sarà intuito Zeus Machine si articola attraverso dodici segmenti, che rincorrono, smentiscono e forse in alcuni casi saggiamente ridicolizzano le fatiche eraclee. Così la cattura del toro di Creta può riecheggiare nell’allenamento di un giovanissimo torero, alle prese con un go-kart modellato apposta con tanto di finte corna, e l’idra si rivelano essere due belle bisce, catturate da un’intrepida ragazzina che si aggira solitaria per i boschi. Chi ha dimestichezza con i lavori di Zapruder non faticherà a rintracciare la riflessione sulle forme del cinema, sulla tecnica come parte integrante della costruzione dell’immaginario, e dunque della possibilità di trasformare un organo del pensiero nel più duraturo dei miti, anche se di cartone. Così come il già citato peplum può resistere all’usura del tempo grazie all’immarcescibile forma classica, talmente perfetta da essere cinema senza dover compiere alcuno sforzo, allo stesso modo lo sfasciacarrozze e chi lavora in uno smorzo non può che avere il volto sempiterno nella sua giovinezza di James Dean. Il cinema, quale che sia il grado di realismo che lo permea, trova sempre il modo di esprimere la propria forza primigenia, anch’essa spaziale – e cosmica, ça va sans dire –, in grado di andare al di là delle forme precostituite e predigerite. Ranocchi e Zamagni compiono un’operazione ardita e profondamente intellettuale, eppure capace di rintracciare, escludendo la verbalizzazione dei concetti, una purezza dell’immagine che sembra sempre più smarrita in questi tempi in cui la parola ha sostituito di fatto la dialettica.

Le dodici fatiche si tramutano in dodici frammenti che rammentano allo spettatore la poliedricità dello sguardo umano, e del senso ultimo delle cose. La fatica può essere quella degli atleti che si preparano all’agone, ma anche quella di un benzinaio che passa dal desiderio alla paura nell’arco di pochissimi minuti. Dopotutto il tempo è una concezione libera da vincoli, e se il movimento steadycam sui busti marmorei può permettersi “solo” un paio di minuti di durata l’evento clou, che è anche il climax emotivo ed espressivo del film, vale a dire la performance della conquista di un albero della cuccagna musicata dal vivo dai Zeus! (e chi, altrimenti?) tenutasi nel 2016 durante il festival di Sant’Arcangelo di Romagna, si protrae da solo per oltre un quarto d’ora. Un segmento, quest’ultimo, che trasmette anche da solo lo strapotere espressivo e di senso – dell’immagine, del cinema, del mito e della sua rappresentazione – di un lavoro stratificato che non perde mai l’occasione di sorprendere, e di scartare di lato, sposando l’installazione video allo slapstick, la dimensione ludica alla speculazione sul visibile, e le sue responsabilità. Punto d’arrivo e ripartenza dell’esperienza artistica Zapruder, e in una qualche misura sua summa poetica, Zeus Machine. L’invincibile è un’opera preziosa, colta e popolare a un tempo. Il cinema italiano, o quel che ne resta, ne aveva bisogno.

Info
Zeus Machine. L’invincibile sul sito della Berlinale.

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