Blues di mezzanotte

Blues di mezzanotte

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Opera seconda che fu funestata da vari problemi tra John Cassavetes e la Paramount, insuccesso commerciale e critico, Blues di mezzanotte offre in realtà una pregnante metafora della dialettica tra creatività e industria che avrebbe attraversato tutta la carriera del regista. In programma domani, martedì 25 febbraio, alle 21 a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, per la retrospettiva organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e La Farfalla sul Mirino. In 35mm e a ingresso gratuito.

Blues anticipatorio

Leader di una piccola band jazz, Ghost si attira le antipatie del suo agente iniziando una relazione con la sua ex compagna, minando la stabilità del gruppo. [sinossi]

Dopo il folgorante esordio di Ombre, la prova dell’opera seconda poneva per John Cassavetes più di un problema, estetico e produttivo. Il passaggio a uno studio hollywoodiano (qui la Paramount) arrivò presto, nella carriera di Cassavetes, cogliendo probabilmente impreparato l’ancor (registicamente) giovane cineasta: Blues di mezzanotte, infatti, è opera molto più “pensata” e strutturata rispetto all’esordio, con una narrazione decisamente più armonica e meno episodica rispetto al film precedente. Un apparente assorbimento del regista nelle logiche del cinema industriale, che lo alienerà definitivamente dalle simpatie della Scuola di New York – di cui pure era considerato epigono – e segnerà l’inizio di un conflitto con gli ambienti produttivi hollywoodiani che accompagnerà Cassavetes per tutta la sua carriera. Di fatto, pur pensato in un’ottica molto più classica e narrativamente strutturata rispetto al suo esordio, Blues di mezzanotte non è precisamente il film che Cassavetes avrebbe voluto: i compromessi mandati giù furono tanti, a partire dai due protagonisti (il regista avrebbe voluto Montgomery Clift e la moglie Gena Rowlands). Critica e pubblico non apprezzarono, contribuendo al futuro relegamento del film al rango di opera minore.

Eppure, rivisto oggi, Blues di mezzanotte (in originale un Too Late Blues decisamente più calzante) offre più di uno spunto di riflessione interessante, sia inquadrato nel contesto hollywoodiano dell’epoca, sia alla luce dei futuri sviluppi della carriera del regista. La maggior compattezza della narrazione e l’organizzazione degli eventi in un climax – pur al netto di una catarsi che, nel finale, appare solo accennata – non escludono il fatto che il film restasse un corpo decisamente a sé nella Hollywood dell’epoca; un’industria che già aveva visto i germi di un rinnovamento tematico, figlio di una cultura che aveva assorbito le suggestioni della Beat Generation ma che ancora doveva attraversare la rivoluzione estetica e produttiva della New Hollywood. Così, Blues di mezzanotte, con la sua rappresentazione del quotidiano di musicisti spiantati, stretti tra le logiche di un’industria che vuole il suo pedaggio in termini di compromessi e appiattimento della creatività, e la (post)adolescenziale intransigenza del protagonista Ghost, risulta un film (imperfettamente) in anticipo sui tempi: curato nella confezione quanto intransigente nei concetti veicolati, classico nella messa in scena eppure (volutamente) dimesso nella resa spettacolare.

È facile, col senno di poi, vedere in Blues di mezzanotte una rappresentazione delle stesse difficoltà affrontate dal regista nel rapporto con gli studios, la dialettica tra intransigenza e necessità di compromesso che qui vengono incarnate dal rapporto tra i due amici/rivali Ghost (nome non scelto a caso) e Benny. La sovrapposizione del tema del film con le vicissitudini che la sua produzione attraversò, la coincidenza tra le vicende occorse fuori e dentro lo schermo, lo rendono in un certo senso un’opera (inconsapevolmente) metacinematografica. Eppure, anche preso a sé, il secondo film di Cassavetes mantiene quel magnetismo che gli deriva dalla sua rappresentazione minuta, quotidiana eppure assolutamente pregnante, di un contesto all’insegna della precarietà, esistenziale e sociale. Temi che qui restano stretti nel microcosmo di un gruppo di musicisti (e del contesto umano che a essi gravita intorno) legati da una fragile amicizia; temi che tuttavia successivamente, nella carriera del regista, si apriranno a un fuori di cui qui scorgiamo solo scorci (la nuova esistenza del protagonista come protetto di una ricca borghese, la discesa della sua ex compagna nella prostituzione). Ma, per embrionale che sia la costruzione di quel quotidiano (e delle sue nevrosi) che diventerà cifra stilistica del suo cinema, Cassavetes informa la parabola del suo protagonista di un dolente realismo, costellandola di squarci di una tenera e feroce love story, integrando al meglio il tono agrodolce della storia con le tonalità jazz della colonna sonora.

Il risultato di questo Blues di mezzanotte è un’opera che, pur nelle sue ellissi e in qualche passaggio troppo meccanico, ha l’unico, vero limite (in contraddizione col suo titolo originale) di essere giunta forse troppo presto: in anticipo sui tempi – quelli della New Hollywood e quelli del successivo mix di minimalismo e teatralità del cinema cassavetesiano – ma pur sempre precisa fotografia di un contesto e di una fase artistica. A ben vedere, tutt’altro che un’opera minore.

Info
La scheda di Blues di mezzanotte sul sito del Palazzo delle Esposizioni

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