Todos os mortos

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Marco Dutra e Caetano Gotardo dirigono a quattro mani Todos os mortos, racconto del passaggio del Brasile da impero a repubblica, dell’abolizione della schiavitù e di una società alto-borghese che, pur trattando a parole come pari i discendenti di coloro che arrivarono in catene dall’Africa non sa uscire dai propri culti, dalle proprie ossessioni, dalle manie. Un’opera affascinante, formalmente elegante, in concorso alla Berlinale.

I canti degli schiavi

Brasile, 1899. La schiavitù è stata abolita da poco. Dopo la morte della governante Josefina, le tre donne della famiglia Soares si sentono perse nella rutilante e modernissima São Paulo; la famiglia, un tempo latifondisti del caffè, è ora sull’orlo della bancarotta e fatica ad adattarsi alla nuova situazione. Allo stesso tempo la famiglia Nascimiento, che un tempo lavorava come schiava nella fattoria dei Soares, è ora libera solo di fatto, in una società che non vuole in nessun modo riconoscere un ruolo attivo alle persone di colore. [sinossi]

Che il cinema brasiliano stesse tornando a riappropriarsi delle potenzialità del racconto fluviale, del romanzo d’appendice e di quello figlio della letteratura romantica, lo si era già lo scorso anno a Cannes, dove era stato presentato in Un certain regard lo splendido La vita invisibile di Eurìdice Gusmão di Karim Aïnouz, che condensava decenni di vita di due sorelle e allo stesso tempo narrava di un Brasile quasi immobile, socialmente e culturalmente, incapace di scrollarsi di dosso abitudini secolari, pregiudizi, strutture famigliari obsolete e decadenti. Sotto questo punto di vista si muove esattamente nella medesima direzione anche Todos os mortos, prima regia a quattro mani per Marco Dutra e Caetano Gotardo (il primo conta in solitaria tre lungometraggi, il secondo due), inserita nel concorso della Berlinale 2020, prima edizione del festival tedesco sotto l’egida di Carlo Chatrian. Anche in questo caso, infatti, la cornice famigliare – con tutte le sue scorie e le sue negatività – serve a cogliere un momento di passaggio fondamentale per le sorti del Brasile: il 1899, quando si va oramai consolidando la Repubblica, forma statale che sostituisce il precedente Impero, ed è definitivamente tramontata l’epoca della schiavitù, abolita per legge nel 1888. Il Brasile imperiale, quello che ancora stringeva in un’ideale abbraccio mortifero il Paese più grande del Sud America con il lontano Portogallo, si trasformava in una terra “inter pares”, dove anche i figli, i nipoti e i pronipoti di chi arrivò sulle navi negriere dall’Africa, possono avere diritto di cittadinanza, essere considerati esseri umani e non più schiavi. Con una scelta temporale così netta e ricca di sottotesti, e un’ambientazione a San Paolo, insieme allo stato del Minas Gerais centro nevralgico del nascente Brasile democratico, Dutra e Gotardo giocano da subito a carte scoperte. Il loro Todos os mortos è un’opera fortemente metaforica, che sfrutta l’ambientazione storica per riflettere sulle distonie del Brasile odierno, dove una volta in più sotto la presidenza di Bolsonaro il termine democrazia deve essere scritto in corsivo. Non a caso i due registi lasciano che pur nella rappresentazione del 1899 gli esterni della città di San Paolo presentino le tracce evidenti dell’odierno, dai palazzi ultramoderni ai graffiti sui muri. Un segno di continuità con un passato che non merita di certo l’aggettivo mitico, e che Dutra e Gotardo raccontano ricorrendo quasi esclusivamente a figure femminili.

Il film, che si articola tra il novembre del 1889 (Festa della Repubblica) e il Carnevale del 1900, si apre sul canto di una donna di colore, serva in una casa signorile: è Josefina, la cui morte lascia in difficoltà la famiglia Soares, composta da tre donne. C’è la madre Isabel, anziana che vive con il ricordo immarcescibile del tempo che fu, e che si sente ancora un’Europea, per formazione culturale ed estrazione sociale, e ci sono le due figlie: una, Maria, si è fatta suora e l’altra, Ana, vive in casa con la madre, mostrando segni di instabilità mentale e vagheggiando ricordi di riti vudu compiuti nella loro piantagione di caffè dagli schiavi. Già, gli schiavi, coloro che sono stati eliminati due volte, entrambe per legge: la prima fisicamente, vittime della mano dura e priva di compassione di padroni che in loro vedevano solo carne da macello, e la seconda socialmente, perché se è vero che la Repubblica ha donato a milioni di persone quella dignità umana di cui erano state private, è altrettanto vero che la parità la si può percepire solo a parole, ma non nei fatti concreti di una società che è rimasta di fatto in mano alle famiglie che già gestivano il potere economico e politico. Viste le condizioni fisiche della madre, che dopo aver subito il contraccolpo per il decesso della fida Josefina prova anche lancinanti dolori alla schiena, Maria controvoglia acconsente di permettere ad Ana di richiamare nella casa di San Paolo – in cui vivono recluse, spaventate dalla modernità del mondo che si sviluppa solo pochi metri dopo la loro porta d’ingresso – Inà, una delle schiave che avevano alla piantagione e ha ottenuto la libertà. Inà, nella mente di Ana, dovrebbe far ricorso alla sua conoscenza degli spiriti per guarire la madre e allo stesso tempo per dare pace agli spettri degli schiavi massacrati che Ana dice di vedere ogni notte aggirarsi per la magione. Ma l’Africa è grande, come afferma Inà, e il culto è qualcosa che varia di area in area, a seconda dell’appartenenza culturale e geografica degli ex-schiavi…

Profondamente misterico ma racchiuso in un quadro sempre elegante e di grande nitore visivo Todos os mortos è un viaggio nella disgregazione di una società che si pretende moderna ma non sa minimamente scendere a patti con il proprio passato e affrontarlo. Storia di fantasmi della mente – e forse non solo, chissà –, quella narrata da Dutra e Gotardo è anche una riflessione sul concetto di fede, sul rapporto con l’immateriale, sul desiderio inappagato e forse inappagabile di sentirsi parte integrante di una società ancora chiusa ma formalmente aperta a tutte le possibilità della democrazia. Una società che balla la polka ma ancora vede nello spiritismo un demone teso a distruggere la purezza del cattolicesimo, e in cui un meticcio viene umiliato e costretto a vivere ai bordi, anche se appartenente a una famiglia “bene”. L’ingresso nel Novecento rappresenta anche il sogno di un Paese finalmente emancipato, ma le vanghe servono ancora per seppellire in giardino i discendenti degli schiavi, senza che nessuno ne sappia più nulla. E quando una donna del Diciannovesimo Secolo, uscita di senno, si aggira sperduta per la città è già il fantasma che si muove nella metropoli del Ventunesimo Secolo, senza che nessuno faccia caso a lei né senta il canto del bambino/schiavo, in quella lingua che i derelitti si portarono dietro dall’Africa, e che rappresenta ancora oggi l’ideale di una liberazione mai davvero avvenuta. Un film prezioso e ammaliante, straniante e doloroso, potentemente attuale.

Info
La scheda di Todos os mortos sul sito della Berlinale.

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