Undine

Con Undine Christian Petzold torna in concorso alla Berlinale per raccontare una storia d’amore pronta a sfociare nel soprannaturale, in una rilettura del dramma sentimentale che si tinteggia di folklore germanico.

Amori acquatici

Undine è una giovane storica che lavora come guida museale a Berlino. All’Humboldt Forum, il luogo che conosce meglio in città, sta svolgendo le sue mansioni con l’angoscia che Johannes, che ha intenzione di lasciarla, se ne sia andato dal caffè del museo. Infatti non c’è più. Ma fa la sua apparizione Christoph, un palombaro venuto a visitare il museo… [sinossi]

Il primo merito che va riconosciuto a Christian Petzold è quello di non smettere mai di indagare le possibilità dell’immaginario; il suo nono film, ad appena un paio di anni da Transit – malamente tradotto in italiano con La donna dello scrittore – ecco Undine. Là dov’era la memoria del reale a farla da padrona ora si trovano avvisaglie di favole, retaggi di cultura ancestrale e popolare che filtrano attraverso la cortina visionaria e si scontrano con un moderno che sembra non trovare più posto, all’interno delle sue narrazioni, per tutto quello che scontorna i campi del credibile. Basta la prima lunga macrosequenza di Undine per rendersi conto della capacità decostruttiva di Petzold, e della sua volontà di aprire il fianco al meraviglioso, al fascino del misterico: Undine, la storica che fa la guida museale a Berlino, è seduta a un caffè con Johannes, l’uomo che ha deciso di lasciarla. “Se tu mi lasci per lei non potrai che morire, ricordatelo”, farfuglia con lo sguardo spiritato e un po’ perso nel vuoto la ragazza, che poi chiede all’ex compagno di aspettarla lì al bar mentre lei svolge il suo lavoro. Ma quando torna, durante la pausa, Johannes non è più lì. Undine lo cerca tra i tavoli, e quindi entra nel caffè: lì una voce la chiama, una voce che sembra provenire dal fondo di un acquario, dove fa bella mostra di sé la miniatura di un palombaro. Entra nel caffè un altro uomo, Christoph, che è rimasto ammaliato dalla presentazione di Berlino di Undine e dalla sua avvenenza, e proprio mentre stanno parlando l’acquario si rompe in mille pezzi e i due vengono invasi dall’acqua, quasi sommersi mentre i pesci rossi agonizzano sul pavimento. Un lungo incipit che merita di essere raccontato a parte, perché racchiude al proprio interno un potere quasi mitico, la capacità di lavorare sulla morfologia della fiaba senza ricattare il reale, ma fondendovisi con una profonda naturalezza. In molti, al termine della proiezione stampa del film alla Berlinale, dove è stato presentato in concorso (un’abitudine per Petzold, alla quinta partecipazione alla corsa per l’Orso d’Oro), hanno mostrato un certo imbarazzo, quello che sovente accompagna i film che osano sfondare il muro immaginario che divide il naturale dal soprannaturale.

Perché Undine è in tutto e per tutto una fiaba, come dopotutto testimonia il nome scelto per la protagonista. Undine è un personaggio centrale all’interno della cultura germanica, una sorta di predecessora della Sirenetta di Andersen, uno spirito dell’acqua che si innamora di un comune mortale. La protagonista del film di Petzold non è di per sé uno spirito (anche se…), ma incarna in ogni modo un mondo che sta progressivamente svanendo: cultrice della storia berlinese, Undine è la testimonianza di una città che solo fino a trent’anni fa era ancora divisa in due settori, uno capitalista e l’altro socialista, entrambi con dei piani urbanistici e architettonici scelti per esaltare l’ideologia di riferimento. È in qualche modo Berlino la protagonista occulta della vicenda, questa città modernissima che ha costruito sulle sue stesse macerie storiche, unificando due mondi tra loro in collisione attraverso un altro atto di distruzione, quello del Muro che divideva la parte est da quella occidentale. Berlino è il cuore pulsante della vicenda, come la Sprea, il fiume che lo attraversa. Berlino è come l’acqua, eternamente in movimento, cangiante e impalpabile a un tempo. E così è anche Undine, donna pronta a dispersioni oniriche, a fughe nel sogno/incubo. Petzold gioca con gli elementi e appronta una messa in scena a tratti sorprendente, cogliendo i dettagli più invisibili eppure duraturi: i frammenti di acquario sulla pancia di Undine, una macchia di vino che sembra sangue sul muro dell’appartamento, l’apparizione di un enorme pesce gatto – il Grande Gunther, così lo chiamano Christoph e i suoi sodali di immersione – nelle acque torbide del fiume.

Petzold, fine tessitore di narrazioni umane prossime a sfociare nella schizofrenia, ordisce la trama di una storia d’amore assoluta, con punte di deliquio e digressioni al limitar del comico, e lo fa mettendo sempre al centro una fede cieca nelle possibilità del cinema, dell’immagine come ancora di salvezza contro le turpitudini del reale. Così nell’acqua c’è ancora tempo per il sogno delirante de L’Atalante, ma è solo un vagheggiamento e nulla più. Se si torna a galla si accetta la vita, con tutti i suoi dolori. Ma si può ancora stringere in mano la miniatura di un palombaro, che neanche la rovinosa caduta al suolo riesce davvero a frantumare. Tra un incipit folgorante e un crescendo finale da mozzare il fiato per l’emozione Petzold conferma di essere uno dei pochi cineasti tedeschi della sua generazione in grado di creare mondi narrativi, e di conoscere il senso intimo dell’immagine, il suo peso specifico, la sua eterna liquidità.

Info
Il trailer di Undine.

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