Imprevisti digitali

Imprevisti digitali

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Imprevisti digitali è la nuova commedia diretta a quattro mani da Benoît Delépine e Gustave Kervern, che come d’abitudine sfruttano i tempi comici per lanciare una invettiva (gentile, ma non per questo vacua) contro il capitalismo. Spassoso, soprattutto nella sua prima metà, e tragicamente attuale. In concorso alla Berlinale.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per i big data

In un sobborgo di provincia, tre vicini vengono a patti con le conseguenze del nuovo mondo dei social media. Marie, che vive dell’assegno di famiglia di suo marito, ha paura di perdere il rispetto di suo figlio a causa di un sex tape registrato a sua insaputa. Bertrand non riesce dire di no alle telefonate pubblicitarie e sta lottando per proteggere sua figlia, vittima di bullismo online. Christine, dopo aver perso tutto a causa della sua dipendenza da serie TV, si chiede perché la sua valutazione come pilota Uber non stia decollando. Questi tre combattenti solitari non sono in grado di trovare una soluzione ai loro problemi da soli – fino a quando non uniscono le forze per dichiarare guerra ai giganti della tecnologia. [sinossi]

Si avverte ancora, anche se con meno virulenza rispetto ad alcuni anni fa, la diffidenza con cui parte del mondo della critica presente ai festival si approssima alle (sempre poche) commedie selezionate. Lo stesso pregiudizio e lo stesso senso di smarrimento che accompagna d’altro canto i film che si dilettano in maniera aperta con il “genere” senza filtrarlo attraverso la lente dell’autorialità. C’è un senso di colpa che grava come un macigno sull’accreditato quando si trova a tu per tu con una commedia: quello derivante dal fatto di ridere, quasi che così facendo si stesse mettendo in dubbio la serietà dell’intera arte cinematografica. Nulla di così bizzarro o “nuovo”, a ben vedere, basti pensare al fatto che attorno a questa speculazione ruota buona parte del senso e della narrazione de Il nome della rosa di Umberto Eco, ambientato addirittura in un monastero benedettino del Quattordicesimo Secolo. Dopotutto, si sa, il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e il pensiero che vede il divertimento come un aspetto accessorio, se non direttamente deteriore, dell’arte è ben più diffuso di quanto si possa immaginare. Partendo da questa riflessione assume un valore ancora maggiore la presenza in concorso alla Berlinale 2020 di Effacer l’historique (trasformato dalla distribuzione italiana nello scipito e anonimo Imprevisti digitali), il nuovo film diretto a quattro mani da Benoît Delépine e Gustave Kervern, due cineasti che hanno trovato ospitalità a Potsdamer Platz già in passato, con la presenza al festival di Mammuth e Saint-Amour. Due habitué che fanno del sarcasmo e della lettura delirante della società capitalista il punto fermo della poetica espressiva, unici alfieri in questa settantesima edizione dell’antica arte della commedia, almeno per quel che concerne la competizione principale (meriterebbe un discorso a parte, in tal senso, The Woman Who Ran di Hong Sangsoo). Una volta di più l’occasione è quella di sfruttare le situazioni comiche per gettare uno sguardo pessimista e doloroso sulla società contemporanea francese, dominata dal Capitale e dal Capitale soffocata, portata a un passo dalla morte.

In Imprevisti digitali a farla da padrone è la messa alla berlina della tecnocrazia: la Francia descritta da Delépine e Kervern, come sempre periferica e fuori dalle mappe del potere, è schiava delle app, e vive di un’economia completamente fittizia. Il film concentra l’attenzione su tre personaggi chiave, vicini di casa che se la passano decisamente male: Marie è disoccupata e non fa nulla per trovare un’occupazione, vive sola da quando il marito l’ha lasciata portandosi via il figlio adolescente e per smuovere la sua pericolante economia mette in vendita sui siti qualsiasi cosa abbia dentro casa, compreso l’unico sofà e il letto in cui dorme ogni notte; Bertrand gestisce una ferramenta che non vive la sua fase di maggior espansione e vive con la figlia, che viene regolarmente bullizzata a scuola senza che lui abbia modo di intervenire, nonostante abbia spedito un numero ragguardevole di lettere a Facebook, a Palo Alto, per chiedere di rimuovere il video che hanno girato i compagni di classe della pargola; Christine infine ha perso tutto, marito e lavoro compreso, a causa della sua dipendenza dalle serie televisive (il compagno l’ha lasciata dopo House of Cards), e ora cerca malamente di riciclarsi come autista per Uber. Tutti e tre hanno un rapporto conflittuale con la tecnologia, perché Christine paga il fatto di ricevere sempre e solo una stella di giudizio dai suoi clienti, mentre Marie ha passato una notte con uno sconosciuto incontrato in un bar che ha filmato di nascosto il loro rapporto e ora la ricatta, minacciando di inviare il video al figlio con cui disperatamente – e goffamente – sta cercando di riallacciare un rapporto. Cosa fare per combattere lo stato delle cose?

La prima metà di Imprevisti digitali è un fuoco di fila di situazioni comiche, intuizioni e idee brillanti, sia nella descrizione della quotidianità dei tre che nel mondo che li circonda (il rider agé e sfiancato dalla fatica che porta le casse d’acqua a casa di Marie e rischia di essere rovinato perché il caffè ha sporcato il suo foglio di consegna: la sua uscita di scena, disperato e inconsolabile, dice più sullo stato delle cose nell’occidente malato di capitalismo e privo di protezioni sociali di quanto non possano fare molti studi sull’argomento). Tra l’ossessione di Bertrand per la voce di una centralinista che dice di telefonargli dalle Mauritius per vendergli una nuova veranda – le Mauritius sono il luogo di nascita di Kervern –, e la monetizzazione di ogni singolo gesto, nella ricerca disperata di economizzare anche il minimo centesimo, i due registi colgono in profondità il senso di instabilità e mancanza di obiettivi che rappresenta il minimo comun denominatore della classe media progressivamente spogliata di ogni bene e ridotta a essere proletariato da un giorno all’altro. Il film si concentra infatti su quella parte di Francia che ha voltato le spalle al Partito Socialista – dopo che lui aveva voltato le spalle a loro, promuovendo leggi ultra-liberiste che hanno prodotto vera e propria macelleria sociale – decretandone la crisi terminale, anche se i tre protagonisti di Imprevisti digitali sono rimasti nel campo della sinistra, senza cedere alle lusinghe di Le Pen e della sua accolita di post-fascisti. Quando il gioco si fa, forse inevitabilmente, maggiormente meccanico l’ingranaggio mostra un minimo di usura, ma va detto che l’ispirazione non viene mai completamente meno a Delépine e Kervern, anche se la svolta che vuole Marie in volo verso Los Angeles e Bertrand in Irlanda (ma in realtà vuole raggiungere le Mauritius per conoscere finalmente quella voce telefonica che l’ha così emotivamente turbato) sembra disperdere il potenziale politico della vicenda a favore di una concentrazione sulle situazioni intime di due dei personaggi che lascia il tempo che trova. Anche qui, comunque, c’è modo di notare l’intelligenza dei due cineasti, in grado di ragionare su un passaggio che troppo spesso viene sottostimato, o perfino ignorato: anche il più potente marchingegno virtuale ha, in un modo o nell’altro, origine da un luogo fisico, e da un oggetto tangibile, e dunque distruttibile. Nella sua tensione a rendere materiale ciò che ci si è abituati a considerare privo di fisicità Imprevisti digitali compie un balzo in avanti notevole, sempre corroborato dalle ispirate interpretazioni di Blanche Gardin, Denis Podalydès e Corinne Masiero, e in questo caso anche dalla scelta di contrappuntare il film con molti brani di Daniel Johnston. Un modo tenero per omaggiare un geniale cantautore scomparso troppo presto.

Info
La scheda di Imprevisti digitali sul sito della Berlinale.

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