Siberia

Siberia

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La Siberia in cui è recluso e si reclude Clint, il protagonista del nuovo film di Abel Ferrara, è un luogo della mente, un posto dove affrontare e confrontarsi con gli spiriti del proprio passato. Abbandonando la dimensione metropolitana il cinema del regista statunitense da tempo di stanza a Roma trova nuovi modi per affrontare il trauma, il dolore del sogno e della memoria. In concorso alla Berlinale numero settanta ha risvegliato sentimenti molto distanti tra loro, ma possiede una forza primigenia impossibile da frenare.

My Little Runaway

Clint è un uomo distrutto che vive in solitudine in una tundra gelata. In questo isolamento non riesce però a trovare né l’evasione né la pace. Una sera inizierà un viaggio in cui dovrà confrontarsi con i propri sogni, i ricordi e le visioni, cercando così di attraversare il buio per raggiungere la luce. [sinossi]
I’m a-walkin’ in the rain
Tears are fallin’ and I feel the pain
Wishin’ you were here by me
To end this misery.
Del Shannon, Runaway

Che strade tortuose percorre il cinema di Abel Ferrara, fuggiasco come il Clint alla ricerca di sé, della ricostruzione della propria memoria in una baita desolata e sperduta in Siberia (o almeno così si dice). Strade mai allineate, strade ricolme di crocicchi, di punti di svolta, di ritorni indietro. Abbandonata New York a favore di Roma, abbandonato il mondo in cui è cresciuto e nel quale è stato svezzato, Ferrara è oggi un regista impossibile da definire, teso verso la ricerca della messa in scena non tanto della colpa – che ossessionava il suo cinema più virulento nella Grande Mela –, quanto dell’accettazione della propria esistenza, della propria finitezza, dell’impossibilità di arginare il mondo o di gestirlo in qualunque maniera. Chi ci ha provato, a farsi attraversare dal mondo o a dominarlo, come Pier Paolo Pasolini da un lato e Dominique Strauss-Kahn dall’altro, è stato spazzato via. Tutto il mondo dopotutto è destinato a essere solo un pallido ricordo, come Ferrara presagiva già nel largamente incompreso 4:44 Last Day on Earth, che venne presentato alla Mostra di Venezia e ricevette per lo più sguardi compassionevoli, quegli sguardi che il mondo della critica lancia verso i grandi del passato che sembrano non essere più in grado di muoversi nel presente, di comprenderlo. Quegli sguardi oggi, a quasi un decennio di distanza, si sono fatti più aciduli, crudeli, privi di compassione. E così Abel Ferrara con Siberia sembra destinato a un piccolo martirio critico alla Berlinale, dove è stato selezionato per la corsa all’Orso d’Oro da Carlo Chatrian e dal suo staff. Gli si rimprovera di essere slabbrato, perennemente sull’orlo del crinale che divide il trash dal sublime, disperatamente estremo. Gli si rimprovera, in buona sostanza, di essere vivo e di volerlo dimostrare attraverso un cinema che non sia mai succube del tempo presente, non sia annientato dalle mediocrità dell’oggi, non accetti di essere ridotto a maniera solo per sollazzare gli istinti borghesi di parte dell’uditorio. Perché Siberia è un film slabbrato, e su questo non ci sono dubbi; errabondo, come il suo protagonista, e sporco, ansa del fiume in cui si sono concentrate tutte le scorie di una vita, di un immaginario, di un creatore di universi.

Abel Ferrara abbandona la dimensione metropolitana cui spesso è stata ricondotta la sua poetica. Questo suo nuovo film, che in qualche modo fa il paio con Tommaso (presentato a Cannes lo stesso maggio, ma di fatto girato e portato a termine mentre si sviluppava il lunghissimo periodo di post-produzione di Siberia, che è un progetto assai più ambizioso), non soffre d’horror vacui e vive nelle montagne innevate dell’Alto Adige, nel deserto messicano, tra neve e fuoco, in un’opposizione continua di elementi che riflette una volta di più la forastica anima di Clint, un Willem Dafoe che si presta a entrare nell’anima del suo amico e sodale non necessariamente interpretandolo ma dandogli comunque un corpo ulteriore. Dafoe quasi come un doppelgänger, un doppio che ha la possibilità di vagare, di muoversi nello spazio. Anche se solo con la mente, visto che il corpo è recluso (si è recluso) in una piccola stamberga nel bel mezzo del nulla, in Siberia. Lì Clint gestisce un emporio, dà da bere alle figure che vi entrano, e che sembrano semplici spiriti: una vecchia russa con la nipote incinta, per esempio. Retaggi di memoria, spettri del passato e del desiderio che Ferrara accumula uno accanto all’altro, sovrapponendoli con scelte ardite, al limitar del punk: ecco infatti che un amplesso con una bella orientale può trasformarsi in un rapporto a pochi passi dall’incesto con l’anziana madre. Nel vincolo che lega Clint – e Ferrara – all’universo femminile si avverte un nuovo fremito, platealmente esasperato e semplificato (i nugoli di rapporti sessuali messi uno di fianco all’altro sono una scelta esteticamente discutibile), perché nella mente di Clint non c’è troppo spazio per le stratificazioni.

Parlato in una babelica sovrapposizione di lingue che non hanno bisogno di traduzione – un po’ perché Clint pare capirle comunque tutte, un po’ perché il senso non può più passare attraverso la dialettica, superata dal confine fisico oltre il quale si è spinto l’uomo – Siberia è un viaggio alla ricerca della desertificazione dei propri eccessi, ma che è possibile svolgere solo ripercorrendo quegli stessi eccessi. La purificazione passa non per il cilicio, come sarebbe stato un ventennio fa per Ferrara, ma per gli innumerevoli stadi dell’umano, quasi che la baita sia l’ultimo avamposto prima della wilderness/Nirvana. E infatti Ferrara gira un vero e proprio film d’avventure, un western disadorno con gli inuit al posto dei nativi e l’inferno (interiore, ma anche visibile) al posto della frontiera. Demone che combatte i suoi stessi demoni, Clint è un uomo semplice, che può essere raccontato con una ballata rock’n’roll – Del Shannon e la sua clamorosa Runaway – e riducendo al minimo i contrasti. Il bianco della neve, il rosso del sole e del fuoco, una slitta trainata da cani neanche si stesse in un romanzo di Jack London. Chiudere gli occhi di fronte al cinema di Ferrara, voltare la testa dall’altra parte magari scuotendola in segno di preoccupazione o dispiacere significa non accettare la forma quando cerca la propria nudità consapevole di lambire l’osceno. Senza paura. Delirante ed eccessivo, Ferrara è ancora lucidamente in grado di chiedersi quale sia la forma che può acquisire il cinema, ora che tutto è filmabile e tutto – forse – è filmato. In attesa della fine del mondo, o di un nuovo cliente nella baita al di fuori da ogni cosa, e quindi in ogni cosa.

Info
La scheda di Siberia sul sito della Berlinale.

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