Uppercase Print

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Il cinema di Radu Jude continua a muoversi, con prolificità sorprendente, tra la riflessione teorica e la necessità di affrontare la Storia rumena, e di metterla in scena. Uppercase Print, presentato nel programma di Forum alla Berlinale, è un esempio perfetto di questa attitudine, mescolando le riprese d’archivio con una rappresentazione teatrale degli atti della polizia segreta negli anni della dittatura di Ceaușescu.

La nazione segreta (e morta)

Nel 1981 slogan di gesso scritti con lettere maiuscole iniziarono ad apparire negli spazi pubblici nella città rumena di Botoşani. Chiedevano la libertà, alludendo agli sviluppi democratici che si stanno verificando nei paesi gemelli socialisti della Romania o semplicemente chiedendo miglioramenti nella fornitura di cibo. Erano opera di Mugur Călinescu, che all’epoca era ancora un liceale e il cui caso è documentato negli archivi della polizia segreta rumena. La regista teatrale Gianina Cărbunariu ha creato uno spettacolo documentario basato su questo materiale. [sinossi]

Su L’Ordine nuovo, nel marzo del 1921, Antonio Gramsci scriveva: «L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari». L’illusione è anche ciò con cui hanno quotidianamente da fare i cineasti, coloro che per vocazione o per mero lavoro devono lavorare con l’immagine e sull’immagine, ragionando sui motivi, i modi e i tempi in cui l’audiovisivo può, attraverso un meccanismo che ha del meraviglioso, raggiungere la verità, o almeno una delle verità possibili. Non sono poi così tanti i registi, in questi anni di crisi ideale prima ancora che economica, che dimostrano la coerenza e la pervicacia di proseguire un percorso ostico, ma fondamentale, che permetta di ricostruire il vero attraverso la dichiarazione esplicita del falso. Non sono molti perché agire in questo modo significa svelare a se stessi prima ancora che agli altri l’impossibilità di accettare l’immagine come veicolo di verità. Muovendosi un po’ tra Welles e Debord si deve arrivare a comprendere che mentire equivale già a dichiarare una verità. Tra i pochi, pochissimi autori di cinema che elaborano con le loro opere speculazioni sul peso dell’immagine e sulla sua presunta realtà automatica, va trovando un sempre maggiore coraggio Radu Jude, quasi quarantatreenne regista rumeno del tutto ignorato in Italia ma ad esempio assai di frequente presente nelle selezioni locarnesi e berlinesi. Prima di Tipografic majuscul, vale a dire Uppercase Print (questo il titolo scelto per la vendita internazionale), dalle parti di Potsdamer Platz erano già stati avvistati The Happiest Girl in the World, Everybody in Our Family, e Aferim!, con cui nel 2015 vinse l’Orso per la miglior regia. Quest’anno, insieme ad Uppercase Print la sezione Forum osputa anche Ieşirea trenurilor din gară/The Exit of the Train, documentario diretto a quattro mani con Adrian Cioflâncă. Nove lungometraggi nell’arco di un decennio, per un’evoluzione artistica che ha del miracoloso: nove tasselli per ritrovare un senso alla propria patria, quella Romania che è uscita dal ventennio di presidenza di Nicolae Ceaușescu catapultata direttamente in un’Europa dalla velocità dettata dal ritmo del Capitale. Una nazione morta, allo sbando, priva di un senso di sé, del proprio passato quanto del presente, e ovviamente del futuro. Partendo dalle forme cinematografiche più consone e di prassi Jude si è progressivamente in un teoretico dello sguardo e dell’immagine, in una posizione che lo avvicina, più di tutti nel ricchissimo panorama rumeno (da Puiu a Mungiu, da Muntean a Sitaru, solo per citare alcuni nomi) a Corneliu Porumboiu. Ma se Porumboiu, come testimonia anche l’ultimo ed eccellente La Gomera, utilizza ultimamente le forme del genere per eradicare il falso dal vero – e viceversa, ça va sans dire – Jude si muove tra materiali apertamente in contrasto tra loro, trovando nella dialettica anche forzata il grimaldello per sbandellare le porte dell’ovvio.

In questo senso Uppercase Print appare una volta di più un tassello fondamentale, come già lo era stato neanche due anni fa lo straordinario I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians, presentato dapprima a Karlovy Vary e quindi, per i cinefili italiani, al Torino Film Festival. Jude parte stavolta da un testo teatrale, quello che dà anche il titolo al film e che è firmato dalla drammaturga Gianina Cărbunariu. Un lavoro astratto, profondamente intriso dello straniamento brechtiano e del senso della Storia dello stesso autore tedesco. Questo testo, che in un avvincente e dolorosissimo crescendo recita i verbali sul caso di Mugur Calinescu, viene messo in scena da Jude rispettando i canoni dello spettacolo teatrale, lavorando in modo ancor più astratto sulle luci, sulle composizioni scenografiche – poche, parche e precise al millimetro –, sulla recitazione del tutto priva del benché minimo appiglio naturalista. Ma il testo di Cărbunariu, per quanto intenso e geniale, non potrebbe bastare da solo a trovare il vero senso profondo di Uppercase Print. Che non riguarda il già citato Calinescu (un sedicenne che venne arrestato e interrogato perché, nel 1981 e con il mondo dell’est Europa in subbuglio con la richiesta di maggiori garanzie democratiche ai Paesi del Patto di Varsavia, lanciava slogan di protesta con dei gessetti sui muri di Botoșani, cittadina della Romania moldava), vittima di un sistema studiato fin nei minimi dettagli per soffocare qualsiasi istinto non tanto verso l’occidente quanto verso l’indipendenza di pensiero in quanto tale. Perché Calinescu è solo l’esempio più lampante ed evidente della distonia della Romania socialista: il vero contraltare lo dà l’informazione di regime, che Jude rimanda attraverso un montaggio di telegiornali, riprese di concerti, pubblicità, programmi educativi, eventi sportivi. Lì, in quella sequela di immagini vere, cronache reali che dimostrano la loro falsità ideologica, forma precostituita e predigerita che può e deve veicolare un solo e unico linguaggio, deflagra con ancora maggiore potenza il discorso di Jude sulla verità della Storia e della nazione rumena. Il cortocircuito che viene a crearsi nell’entrata in collisione del vero falsificato e del falso verificato (e verificabile) produce un’opera densissima, tra le riflessioni teoriche più struggenti – perché la Storia non fa prigionieri, e intere generazioni sono state spazzate via come il povero Calinescu – degli ultimi anni. Il documentario di The Dead Nation e il meta-qualsiasi-cosa già sperimentato in I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians si fondono, spingendo ancora più in là il percorso artistico, politico, filosofico e linguistico di un autore imprescindibile, ma ancora criminosamente sconosciuto al di fuori della strettissima cerchia di addetti ai lavori. E quel finale, che in qualche modo annulla ogni residua speranza di progresso, certificando come nel passaggio tra regime comunista e democrazia occidentale non sia cambiato assolutamente nulla, ma si sia semplicemente sostituito il sistema statale con il libero mercato, reprimendo in ogni caso il pensiero indipendente, resta nella mente. E vi resterà a lungo.

Info
Uppercase Print sul sito della Berlinale.

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