Berlin Alexanderplatz

Berlin Alexanderplatz

di

Ci vuole del fegato per pensare di poter attualizzare, e dare nuovo senso, a Berlin Alexanderplatz, già capolavoro narrativo (per mano di Alfred Döblin) e quindi capolavoro cinematografico e televisivo con Rainer Werner Fassbinder. Ci ha provato il tedesco di origine afgane Burhan Qurbani, con un film interminabile e pretenzioso che vorrebbe raccontare l’immigrazione clandestina. Una delle punte più basse del concorso della Berlinale.

Il naufragio del cinema

Francis è sopravvissuto alla sua fuga dall’Africa occidentale. Quando si sveglia su una spiaggia nel sud dell’Europa, è determinato a vivere una vita regolare e dignitosa da ora in poi. Ma finisce nell’odierna Berlino, dove un apolide senza permesso di lavoro viene trattato senza pietà. Francis inizialmente resiste a un’offerta di spaccio di droga nel parco di Hasenheide, ma poi subisce l’influenza di Reinhold, il suo amico nevrotico e dipendente dal sesso che lo accoglie. [sinossi]

Per smontare pezzo per pezzo questa versione contemporanea di Berlin Alexanderplatz basterebbe riprendere in mano il romanzo che Alfred Döblin pubblicò nel 1929, negli anni della Repubblica di Weimar, o ripassare con gli occhi le quindici ore del lavoro televisivo di Rainer Werner Fassbinder, diretto nell’instabile 1980 con al governo socialdemocratici e liberali. Ogni singola pagina del libro, e ogni singola inquadratura della miniserie sarebbero sufficienti a ridurre al silenzio il lavoro – pure molto ambizioso, come si vedrà in seguito – di Burhan Qurbani, regista di origine afgane che ha scelto di utilizzare come chiave di lettura del testo l’Europa di oggi, e la tragedia dei migranti che periscono a migliaia nel mar Mediterraneo. Si salva, ovviamente, Francis, il Franz Biberkopf di questa nuova versione, in un mare che ha la sua dominante rossa a causa delle luci delle imbarcazioni di soccorso. Il rosso. Qurbani sceglie per il suo film questo colore come appiglio estetico ed emotivo per colpire in faccia lo spettatore, costringerlo a partecipare alla notte sempre più criminale di Francis, che non ha il permesso di soggiorno e vive a Berlino come immigrato irregolare, iniziando dunque a delinquere. Si potrebbe già eccepire su una siffatta scelta – l’immigrato che è costretto, quasi fosse inevitabile, a infrangere la legge anche nella sua azione e non solo per via dei vincoli legali di cui è vittima. Dopotutto il Franz di Döblin e Fassbinder (ma anche di Phil Jutzi, che nel 1931 diresse un primo adattamento del romanzo, con Heinrich George, Maria Bard, Margarete Schlegel e Bernhard Minetti come protagonisti) era già un criminale, avendo passato quattro anni di prigione a Tegel come omicida. Ma forse conviene non addentrarsi in un ginepraio da cui sarebbe poi difficile uscire, ed è in ogni caso apprezzabile la scelta di Qurbani di prendere un romanzo fondamentale per il modernismo germanico, esempio fulgido e forse irraggiungibile di Großstadtroman (letteralmente “romanzo cittadino”), per utilizzarlo come grimaldello per scoperchiare il nido di vespe del contemporaneo. La stessa biografia di Qurbani, figlio di immigrati afgani, potrebbe poi suggerire i motivi di una scelta simile.

Eppure è oggettivo come il Berlin Alexanderplatz presentato in concorso alla settantesima edizione della Berlinale – impossibile dopotutto trovargli una collocazione diversa nel palinsesto del festival, nel novantesimo compleanno del romanzo e nel quarantesimo del lavoro di Fassbinder – rappresenti in tutto e per tutto un’occasione sprecata. Non basta d’altro canto prendere un attore nativo della Guinea-Bissau come Welket Bungué, che pure si dona anima e corpo al personaggio, e raccontare a distanza i bassifondi della capitale tedesca per attualizzare un testo così stratificato e colmo di senso. A mancare a Qurbani non è tanto l’idea, per quanto superficiale essa possa essere, ma il linguaggio per veicolarla: teso a un’estremizzazione del discorso, come se tirare la corda equivalesse a possedere una poetica espressiva, il regista si muove nevrotico e fa vivere la stessa nevrastenia ai suoi personaggi. Tutto è esasperato, esagerato, urlato a perdifiato, in un frastuono continuo che serve esclusivamente a distogliere l’attenzione dello spettatore dalla vacuità alla quale sta assistendo. Tra luci – già si è detto della dominante rossa, che pervade anche ogni singolo metro quadro di Berlino, sia in interni che in esterni –, scene madri a profusione, e una voce fuori campo non solo con poco da aggiungere a ciò che si vede ma anche fin troppo abusata, Qurbani smarrisce l’intelligenza narrativa di Döblin preferendo rincorrere tutti i cliché possibili e immaginabili del noir, dalla rappresentazione del femminile (dicotomica senza eccezioni: o dark lady dannate e dannanti o crocerossine pure e resistenti alle vessazioni), e facendo di Berlin Alexanderplatz un feuilletton a uso e consumo di un pubblico che non ha più voglia di domandarsi granché, e pretende azione, sangue e sesso, non necessariamente in quest’ordine.

Inguainato in una forma narrativa che si dilunga senza alcuna necessità oltre le tre ore di durata, Berlin Alexanderplatz è la testimonianza più diretta e priva di filtri della crisi dell’immaginario nell’occidente consacrato al dio Netflix, e alle piattaforme in generale. Pur essendo pensato in tutto e per tutto per l’uscita cinematografica, il film di Qurbani (di lui qualcuno ricorderà i mediocri Shahada e We Are Young. We Are Strong) ha ritmi, abitudini e tagli dell’inquadratura propri del linguaggio delle serie televisive. Questo dettaglio crea un paradosso a pochi passi dal lisergico: mentre Fassbinder nel 1980 dimostrava, lavorando per il piccolo schermo, che il mezzo non determinava il linguaggio, creando una totale immersione nell’immaginario cinematografico, Qurbani riesce nell’esatto opposto, riducendo una storia che dovrebbe meritare l’aria libera del grande schermo a un film televisivo, con i climax emotivi e narrativi già pronti per essere preceduti – o seguiti – dagli stacchi pubblicitari. E a nulla, ma proprio a nulla, valgono eventuali e del tutto supposte “buone intenzioni”.

  • berlin-alexanderplatz-2020-burhan-qurbani-01.jpg
  • berlin-alexanderplatz-2020-burhan-qurbani-02.jpg
  • berlin-alexanderplatz-2020-burhan-qurbani-03.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Berlinale 2020

    Berlinale 2020 significa non solo che il festival taglia il prestigioso traguardo delle settanta edizioni, ma anche che l'era di Kosslick è oramai alle spalle, ed è iniziata quella di Carlo Chatrian. Un nuovo corso che non voler smonta l'anima del festival, ma apre a mondi che finora avevano solo lambito Potsdamer Platz.
  • Roma 2014

    We Are Young. We Are Strong.

    di Racconto corale sulla peggio gioventù protagonista delle rivolte xenofobe di Rostock nel 1992, We Are Young. We Are Strong punta tutto sui virtuosismi registici di Burhan Qurbani, che però lo portano fuori strada. Al Festival di Roma 2014.
  • AltreVisioni

    Shahada RecensioneShahada

    di Shahada, nonostante i buoni propositi e l'indubbia perizia tecnica, è un film che accumula i classici difetti dell'opera prima e del progetto costruito a tavolino.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento