DAU. Natasha

Molti sono stati i mugugni al termine della proiezione per la stampa di DAU. Natasha, in concorso alla Berlinale. Mugugni inevitabili, probabilmente, perché Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel hanno messo in scena un’opera conscia del suo essere ostica, respingente, persino fastidiosa nel suo reiterato lavoro su ciò che deve essere in campo. Parte di un progetto mastodontico, che prevede centinaia di ore di girato, DAU. Natasha è un viaggio nella dittatura sovietica messo in scena attraverso la dittatura della macchina da presa, con attori non professionisti e una volontà di ragionare sul reale che sfonda qualsiasi limite e vincolo sociale e morale. Cinema monolitico, gloriosamente divisivo, di cui ci sarà sempre un gran bisogno.

Le donne della mensa

Natasha e Olga lavorano nella mensa di un istituto di ricerca sovietico segreto. Questo è il cuore pulsante dell’universo DAU, tutti entrano qui: impiegati dell’istituto, scienziati e ospiti stranieri, come Luc Bigé. Natasha inizia una relazione con lui, ma non prima che lei e Olga parlino a lungo dell’amore, il che li mette a dura prova. Nella sua vasca da bagno e durante i giochi di bevute gioviali, Natasha medita sui suoi amanti e descrive il francese come “gentile”. Ma interviene il servizio segreto, guidato da Vladimir Azhippo. [sinossi]

Mugugni prima sommessi poi sempre più facili da percepire, fughe dalla sala durante la proiezione, sguardi sperduti al riaccendersi delle luci. Uno scenario già visto molte volte ai festival, e che quando si ripete si ripresenta sempre nelle stesse forme, con le medesime modalità. Chi l’aveva già visto sapeva a quale destino sarebbe andato incontro DAU. Natasha, segmento di un progetto monstre diretto a quattro mani dai russi Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel (entrambi nati quando ancora esisteva l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) presentato in concorso alla settantesima edizione della Berlinale. Innanzitutto è necessario lodare il coraggio mostrato da Carlo Chatrian e dal comitato di selezione: dover allestire la prima edizione di una kermesse storica dopo una reggenza ventennale come quella di Dieter Kosslick presenta delle evidenti difficoltà, e in molti avrebbero con ogni probabilità optato per una partenza “morbida”. Invece Chatrian, pur assecondando alcune traiettorie quasi automatiche – in particolar modo verso il cinema tedesco, come dimostra la presenza in concorso degli assai dimenticabili My Little Sister e Berlin Alexanderplatz –, ha portato a Berlino autori cui il pubblico germanico era completamente disabituato, da Victor Kossakovsky a Mariusz Wilczyński. E ha osato quello che per molti sarebbe apparso inosabile, permettere a DAU. Natasha di concorrere per l’Orso d’Oro. Non che il film in questione abbia molte chance, sia chiaro, perché la sua natura divisiva, già così evidente al termine della proiezione stampa, si ravviverà anche nelle sedute della giuria; eppure proprio a Berlino, con la sua natura di festival pensato per il pubblico e non solo per gli addetti ai lavori – quali sono invece sia Cannes che Venezia – è fondamentale che si abbia l’ardire di scuotere gli spettatori con opere che non solo non si muovono nei territori di prammatica, ma si lanciano a peso morto sul pubblico, rischiando di provocare sconquassi. E in un’epoca asettica e anestetizzata come quella attuale un piccolo grande shock audiovisivo è sempre da considerare salvifico.

Chiunque abbia buona memoria ricorderà Ilya Khrzhanovskiy per la presentazione, quasi sedici anni fa, di 4 alla Mostra di Venezia, all’interno della prima edizione delle Giornate degli Autori (una programmazione affascinante, che mise in fila uno accanto all’altro Rønnow–Klarlund e Gaglianone, Meadows e Bisatti); un’opera che lasciò interdette molte persone, schiacciate di fronte a un film che si prendeva gioco dello spazio-tempo dilatandolo e comprimendolo a proprio piacimento, lavorando sui dialoghi in maniera estenuante, ai limiti della sopportazione. Chiunque abbia buona memoria non dovrebbe faticare a entrare in DAU. Natasha, perché l’indole di Khrzhanovskiy è rimasta la stessa. Ma cos’è, nei fatti DAU? Qui alla Berlinale, nel fuori concorso si trova anche DAU. Degeneratsia, girato a quattro mani dal regista con Ilya Permyakov: mentre il film in concorso dura solo due ore e venticinque minuti, Degeneratsia si protrae fino alle sei ore di durata. Entrambi i film fanno parte di un progetto megalitico (e forse anche un po’ megalomane, ma il termine non va inteso necessariamente nella sua accezione negativa), che Khrzhanovskiy ha allestito fin dal 2009, quando occupò gli studi cinematografici in dismissione di Charkiv, in Ucraina (città nota per la sua immensa Majdan Svobody, vale a dire piazza della Libertà, la sesta più grande d’Europa), per convogliarvi filosofi, matematici, perfino mistici, e cercare di analizzare il concetto dell’uomo nuovo. Da questa idea nasce e si sviluppa DAU, un oggetto audiovisivo di oltre 700 ore di durata, su cui Khrzhanovskiy ha intenzione di lavorare creando una dozzina, o forse anche più, film diversi tra loro, mescolando centinaia e centinaia di personaggi. Questa bizzarra creatura, che ha l’aspetto di un esperimento degno di uno scienziato pazzo della letteratura gotica moderna, parrebbe cercare di rimettere in scena le turpitudini commesse dal Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti, volgarmente noto come KGB, e in parte lo fa: lo si evidenzia nella sequenza che ha per protagonista, insieme all’onnipresente Natasha, il capo dei servizi segreti Vladimir Azhippo. Eppure, nella sua rilettura dell’URSS negli anni dello stalinismo, si avverte qualcos’altro. Qualcosa di molto più interessante. Il progetto allestito dal quarantacinquenne regista russo non è solo mastodontico per le dimensioni complessive – a Parigi si è tenuta un’installazione di dodici dei film, con risultati a quanto si racconta sconvolgenti –, ma assume un valore particolare perché rimette in gioco il concetto di arte performativa, e cerca di ritrovare le coordinate del passato attraverso il vero.

Potrebbe anche bastare forse la scelta di affidarsi, pur in un’opera così complessa sotto il profilo interpretativo, ad attori amatoriali, non professionisti: non lo è Natalia Berezhnaya (che dà voce e corpo a Natasha), non è lo l’astrologo Luc Bigé, non lo è neanche l’eccellente Olga Shkabarnya, che pure con il corpo è abituata a lavorare – vi basterà fare una rapida ricerca video sui motori di ricerca online per capire da soli di cosa si sta parlando. Persone normali che Khrzhanovskiy, in puro stile gulag (ci si perdoni l’accostamento) ha deportato su questo immenso set, in cui chiunque doveva improvvisare per ore, per giorni, per settimane. Improvvisare vite inventate, scritte sulla carta, e improvvisarle così a fondo e per così tanto tempo da renderle vere, più vere della realtà stessa. Questo passaggio, che irrompe sullo schermo fin dalla primissima sequenza, rappresenta a suo modo un atto quasi rivoluzionario, che coglie però nella sua totalità lo Zeitgeist: nell’epoca della verità esibita a ogni pie’ sospinto, con il riprodursi di quotidianità lanciate in pasto ai follower, spettatore (in)consapevoli dell’ovvio, l’unica arma del cinema è quella di raccontare narrazioni artificiose ricorrendo alla totale sincerità dei suoi interpreti. Non ha torto Khrzhanovskiy quando afferma che le situazioni mostrate nel film sono false, ma che i sentimenti che muovono gli interpreti sono tutti immancabilmente veri. In questa modalità di rappresentazione eterna e infinita di sé ogni atto, dalla violenza fisica – i litigi tra Natasha e Olga nella cucina della mensa, per esempio – all’atto sessuale, non può che essere vero, non può che superare il filtro della rappresentazione per riappropriarsi del proprio peso specifico, della propria necessità umana e dunque anche scenica.

DAU. Natasha si articola attraverso quattro macro-movimenti: la prima serata in mensa, con il litigio furibondo tra le due donne; l’amplesso tra Natasha e Luc, il fisico straniero giunto in Unione Sovietica per partecipare al grande esperimento di Lev Landau (fondamentale fisico che morì nel 1968: in un primo momento Khrzhanovskiy aveva pensato a DAU come a un lungo biopic su di lui, ma in questo segmento per esempio è del tutto assente dalla scena); la cena alcolica di Natasha e Olga, con quest’ultima che si ubriaca al punto da sfiorare il coma etilico; l’interrogatorio di Natasha nei sotterranei del KGB. Ognuno di questi quattro segmenti non censura nulla, e diventa l’occasione per vedere come l’essere umano affronta la scena, e fino a che punto decide di spingere il se stesso in scena. Così DAU. Natasha è un mescolarsi infinito di fluidi, dal vino allo sperma, dalla vodka al vomito, tra carcasse di pesci a puntellare il pavimento e un’umanità che ride, amoreggia, piange, sanguina, ed è eternamente schiacciata dal peso di un potere così assoluto da non dover essere necessariamente visibile. L’ingresso in scena di Azhippo è solo la definitiva consacrazione di un dominio che aveva agito in modo occulto fin dall’incipit. La dittatura sovietica viene messa in scena da Khrzhanovskiy utilizzando la macchina da presa come un’arma dittatoriale a sua volta. Tutto è in scena, tutto è permesso, tutto è incessantemente visibile. Come i sentimenti che sgorgano con una facilità dirompente e quasi commovente. Khrzhanovskiy sembra portare alle estreme conseguenze una parte della speculazione autoriale di Lars Von Trier, e può contare su una squadra di attori-non-attori che donano quasi la vita per un progetto più grande forse di loro stessi, e della loro consapevolezza (ma il discorso vale per tutte le persone coinvolte in DAU, a partire dagli stessi registi). Khrzhanovskiy e Oertel – se quest’ultima è qui citata con meno frequenza è perché come anche Permyakov la sua partecipazione al progetto non la vede padrona dell’intero sviluppo, che è (nuovamente in una forma di personale dittatura) appannaggio del solo Khrzhanovskiy – pongono la firma in calce a un segmento. Un solo segmento di neanche due ore e mezza rispetto a un oggetto audiovisivo che dovrebbe contarne una dozzina in più. Eppure sembra già di aver vissuto un’intera esistenza. In molti continueranno a storcere il naso e a gridare alla pornografia, ma DAU. Natasha è un’opera che meritava di partecipare al concorso di Berlino, per dimostrare in maniera plateale quanto superabili siano i confini di ciò che viene considerato socialmente e moralmente accettabile vedere.

Info
DAU. Natasha sul sito della Berlinale.

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