Voices in the Wind

Voices in the Wind

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Nobuhiro Suwa, già autore tra gli altri di M/Other, H Story e Yuki & Nina, torna alla Berlinale con Voices in the Wind, racconto della memoria traumatica della tragedia del terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011 che si sviluppa come un road movie, un viaggio attraverso il Giappone di oggi che diventa anche un tentativo di elaborare il lutto, e di notare le piccole e grandi distonie della società nipponica. In Generation, la sezione dedicata all’infanzia e all’adolescenza, ma avrebbe meritato una ribalta più prestigiosa.

Il telefono dei sussurri nel vento

Haru è una ragazza di diciassette anni. Nel 2011, quando era ancora una bimba, è sfuggita miracolosamente al gigantesco tsunami che colpì il Tōhoku, nel nord-est del Giappone. Tutta la sua famiglia perì purtroppo nella tragedia, così ora Haru vive con la zia nella prefettura di Hiroshima, nel sud-ovest del Paese. Quando la zia ha un malore e viene ricoverata in coma in ospedale, l’adolescente inizia a vagare, sperando di raggiungere Otsuchi, la sua città natale, per elaborare finalmente un lutto che non le permette di vivere. [sinossi]

In originale Voices in the Wind si intitola かぜ の でんわ, vale a dire Kaze no denwa, letteralmente traducibile come “il telefono del vento”. Un titolo senza dubbio bizzarro, dal vago sentore lirico, che fa riferimento a un oggetto però strettamente materiale, e tangibile. Perché il kaze no denwa esiste davvero, e si trova poco fuori dalla città di Otsuchi, nella prefettura di Iwate, nord-est del Giappone nell’isola di Honshū: lì, su una collinetta non troppo distante dalla spiaggia di Niimata, ci si può imbattere in una cabina telefonica nel bel mezzo del nulla. È bianca e con pannelli in vetro, e all’interno si trova un quaderno e un telefono a cornetta nero che però non è collegato ad alcuna presa elettrica. Da quando il Tōhoku è stato letteralmente sconquassato dal terrificante tsunami che invase la regione, provocando quasi sedicimila vittime (che diventano oltre ventimila considerando le persone disperse i cui corpi non sono stati più ritrovati) in molti si sono recati in quella cabina telefonica, hanno alzato la cornetta e hanno elaborato il lutto fingendo di ascoltare le voci dei loro cari defunti, parlando con loro, urlando magari la disperazione che li corrodeva. Anche Haru, la diciassettenne protagonista del nuovo film di Nobuhiro Suwa, urla spesso la sua frustrazione, chiamando a gran voce il padre, la madre, il fratellino. Tutti scomparsi per via del maremoto, nel 2011: sono trascorsi otto anni, ma Haru non sa farsene una ragione. E come potrebbe? Non ha più la sua famiglia e neanche la casa, spazzata via anche lei; dopo la tragedia ha dovuto abbandonare Otsuchi per raggiungere la zia che vive nella prefettura di Hiroshima e si prende con grande amore cura della nipote, senza però essere in grado di placare la sua furia, il suo dolore, la sua onnipresente depressione. Suwa presenta la scena familiare con una purezza estetica estrema, ragionando sul piccolo spazio che divide la cucina dal tavolo da pranzo, senza operare alcun movimento di macchina. La zia ai fornelli chiama Haru, che deve fare colazione prima di recarsi a scuola, come ogni giorno – per andarvi deve prendere un battello. Ma al ritorno, con la medesima inquadratura e lavorando sul fuori campo, Haru trova la zia riversa a terra, priva di conoscenza. Ha avuto un malore e ora è in coma, in ospedale. Haru è del tutto sola. E inizia a vagare in una zona che è stata colpita da una frana e che appare a sua volta post-apocalittica. Qui fa il suo primo incontro, un uomo che vive con la madre – che ricorda la bomba atomica che il governo statunitense sganciò su Hiroshima – affetta da demenza senile da quando l’altra figlia si è tolta la vita alcuni anni prima. Può iniziare il viaggio umano e fisico di Haru.

È un oggetto molto semplice e allo stesso tempo complesso Voices in the Wind, nuova regia di Nobuhiro Suwa, uno tra i registi più eleganti – e generalmente sottostimati – del cinema giapponese dell’ultimo trentennio. Ragiona sul trauma e sull’elaborazione del lutto mettendo in scena un viaggio, con Haru che non avendo più alcun tipo di legame a Hiroshima, vuole raggiungere la città dove è nata e cresciuta, e dove sono morti i suoi genitori, dispersi in mare come tante altre persone. Questo road-movie, che è fisico e allo stesso tempo mentale e spirituale (come da prassi del genere, in un certo senso), si articola attraverso un buon numero di tappe. C’è l’incontro già citato con l’uomo che vive con la madre anziana e piange da un lato il suicidio della sorella e dall’altro l’abbandono della moglie, che se n’è andata di casa portandosi via i due figli; c’è poi l’autostop che vede Haru tirata a bordo da un fratello e una sorella, con quest’ultima incinta e destinata a crescere da sola il futuro marmocchio; quindi, dopo un burrascoso incontro notturno con tre teppistelli che la infastidiscono e potrebbero anche violentarla, Haru viene soccorsa da un uomo che dice di vivere nella sua automobile e che può accompagnarla almeno fino a Tokyo, dove ha degli affari da sbrigare. Qui si avverte il primo forte e decisivo stacco, per almeno due motivi. Innanzitutto per la prima volta le distanze geografiche crescono a dismisura (i primi due incontri sono sempre nella prefettura di Hiroshima, e comportano spostamenti minimi, senza un vero distacco dalla nuova abitazione di Haru: invece fra Hiroshima e Tokyo ci sono quasi novecento chilometri da percorrere), quindi la trama si inspessisce per la presenza di un altro personaggio che vaga alla ricerca di qualcosa. L’uomo è infatti a sua volta vittima dello tsunami del 2011, dove ha perso tutti i suoi famigliari, che però si rifiuta di considerare morti e cerca attraverso tutto il Giappone, girando con la sua vettura. A Tokyo poi vuole rintracciare un immigrato curdo, che all’epoca del disastro andò come volontario a dare una mano per le ricerche dei dispersi. Ma anche quell’uomo è oggi disperso, come lo informano i suoi parenti, per un motivo però assai meno naturale e molto più sociale: considerato un potenziale terrorista per il semplice fatto di essere curdo è stato preso in detenzione, dove può rimanere per tre anni senza che i parenti possano vederlo o parlarci. È la legge, assai più ferale e crudele di qualsiasi disastro della natura.

Suwa dirige infatti un gigantesco, seppur mai troppo dichiarato, affresco del Giappone dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, tracciando il diagramma umano di una nazione contraddittoria, vittima e carnefice allo stesso tempo. Un diagramma umano che parla di famiglie distrutte, di vite senza più un senso, dell’impossibilità di accettare il lutto e di elaborarlo in una forma compiuta. Per questo, semmai, può esserci il telefono nel vento, quello spazio soprannaturale e intimo che eradica i sopravvissuti dalle miserie del quotidiano e permette loro, anche solo per pochi minuti, di ritrovarsi in uno spazio liminare. Suwa dissemina gli incontri di Haru con la varia umanità che intercetta sulla sua lunga strada (da Tokyo a Otsuchi poi il viaggio prevede altri seicento chilometri) di momenti struggenti che non ricorrono mai però alla facile retorica: in questo senso esemplare, oltre alla splendida sequenza nel locale che vende kebab in cui a Tokyo lei e il suo accompagnatore incontrano la moglie e le figlie dell’uomo imprigionato, l’incontro vis à vis tra la ragazza e la madre di quella che era una sua compagna di scuola, e che nel 2011 è stata spazzata via dalle onde del mare. Poche inquadrature, ancora meno parole, la ricerca dell’asciuttezza per entrare ancora più in profondità nel dolore insondabile, e impossibile da placare anche a quasi un decennio di distanza da quei luttuosi fatti. Il Giappone raccontato in Voices in the Wind è una terra sofferente, che vive la morte nella sua quotidianità ma ha ancora la voglia di cercare un contatto umano, di riannodare i fili con il proprio presente. In Si alza il vento di Hayao Miyazaki il protagonista, citando Le cimetière marin di Paul Valéry, esclamava a più riprese “Le vent se lève!… il faut tenter de vivre”; i tempi sono diversi, ma questo distico non perde mai di efficacia. Come il cinema di Suwa, prezioso esempio di come la natura umana possa essere raccontata con empatia e delicatezza, anche nella sua ora più buia e disperata. Alla Berlinale lo si è visto in Generation, e senza dubbio è utile che delle scolaresche possano imbattersi in opere di siffatta bellezza e profondità, ma avrebbe meritato anche una collocazione più “prestigiosa”.

Info
Il trailer giapponese di Voices in the Wind.

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