«Quando il dialogo diventa azione». Intervista a Cristi Puiu

«Quando il dialogo diventa azione». Intervista a Cristi Puiu

Uno dei film più importanti passati alla 70 Berlinale, presentato nella sezione Encounters, è Malmkrog, opera di altissimo respiro, di contemplazione filosofica che traspone sullo schermo cinematografico I tre dialoghi del filosofo russo ottocentesco Vladimir Sergeevič Solov’ëv. Ne è autore Cristi Puiu, uno dei protagonisti della new wave del cinema rumeno, che abbiamo incontrato durante la Berlinale.

Malmkrog è un film di speculazione filosofica, contemplativo, un film che imposta tante questioni. La sua durata, relativamente lunga per i canoni prestabiliti, di 200 minuti, è tale perché il film ha bisogno di tempo per avere senso?

Cristi Puiu: Non so se sia una questione di lunghezza, non so cosa significhi la lunghezza. I critici spesso tendono a dimenticarsi del fatto che prima di tutto stanno guardando un film. Ho visto cortometraggi di cinque minuti terribilmente lunghi. Per cui per me la lunghezza fisica di un film significa qualcosa, ma non quello che tendiamo solitamente a far corrispondere al significato. Il testo di Solov’ëv in sé richiede molto. La domanda per cominciare è: «Sei un idiota?». Un mio amico mi ha chiesto di realizzare un film sull’idiozia, la pazzia, ma è impossibile, non si può fare. Questo film è un dialogo, una filippica filosofica. Ma la domanda iniziale rimane, ci sono dei precedenti al cinema come La mia cena con André di Louis Malle, un film che mi ha accompagnato a lungo, l’ho guardato molto tempo fa, quando ero giovane e “puro”. Si può effettivamente spostare l’accento dall’azione al dialogo? Questo sapendo bene che i dialoghi nel cinema, e non solo, hanno un ruolo di supporto all’azione, devono aiutarla. Quando raccontiamo storie su degli eventi, sia su larga scala che situazioni estreme, il dialogo è presente, le parole sono presenti, non per raccontare la storia ma per supportare l’azione. E se inverti le cose, per cui l’azione è il dialogo stesso? Puoi immaginarlo? È quello che cerco di fare, non ho la sensazione che non funzioni, ma forse sono io che mi sbaglio. È tutto molto soggettivo e personale.

Perché il film è parlato in francese, e non in russo, nonostante l’ambientazione e il testo di partenza?

Cristi Puiu: La risposta è semplice. Quale dovrebbe essere il linguaggio giusto nel XIX secolo? Parlando della Restaurazione, che cos’è, cosa significa? Stiamo parlando di aristocratici russi che hanno questa ospite, Madeleine, una donna francese, per cui dovevano cambiare lingua per forza. Questo perché i francesi non parlavano russo, ma i russi parlavano francese, chiunque conosceva questa lingua. Il francese è sempre stato il linguaggio degli aristocratici. Lo era in Romania, era la prima lingua, ma per la Transilvania era diverso perché lì la prima lingua era il tedesco. In Valacchia e Moldavia c’era il Principato della Romania dove pure il francese era la prima lingua, quella imparata dai bambini rumeni delle famiglie aristocratiche. Questa è la prima risposta alla tua domanda. La seconda risposta riguarda il fatto che, all’interno del film, c’è questo intento di restaurare qualcosa, molto diffuso e su diversi livelli. Ho inserito la mia prospettiva sulla storia, per questo quando si parla di storia i personaggi parlano così. Nel libro di Solov’ëv c’è un generale, poi c’è la moglie del generale, poi c’è un principe che nel film non è un principe ma un uomo vecchio, c’è Mr. Z che qui è Nikolai. C’è la signora che è Madeleine e poi anche il politico che è Edouard. Ma Madeleine in realtà non ha un nome nel libro, è la signora. L’ho chiamata io Madeleine come omaggio a Proust. La stessa storia è soggettiva ed è per questo che ci sono delle stranezze nella cronologia. Ad esempio, c’è l’albero di Natale e poi non c’è più, oppure fuori è tutto verde e nella scena dopo c’è la neve. È una sorta di intervento nella cronologia di tutto l’evento, che fa sorgere delle domande: «Ma questo cosa significa? Perché vengono uccisi?». Tutti questi dettagli hanno a che fare con la mia intenzione di inserire nel film un’asserzione molto diffusa che riguarda la storia. Questa è soggettiva, ecco perché le lingue utilizzate cambiano. È anche difficile capire quale sia il luogo, potrebbe essere in Transilvania o forse è da qualche altra parte. Ci sono tutte queste particolarità, ma è davvero difficile ricordarle tutte dopo una prima visione del film. Non è per promuoverlo, ma è stato qualcosa di nuovo anche per me, ho inserito alcuni elementi che poi si sono sviluppati come funghi. Ci possono essere vari livelli su Madeleine che chiede a Nikolai: «Perché non usare un linguaggio proprio». Ma è scritto nel testo e se non sai cosa vuol dire allora utilizzi le tue parole. È autoreferenziale in molte parti del film, non solo per quanto riguarda il testo di Solov’ëv e non è stato per errore. Ho letto il testo più volte e sono rimasto colpito da come lui non cercasse di articolare il tutto in maniera definitiva, ma piuttosto instillasse il dubbio all’interno del proprio testo.

Il linguaggio influenza anche il modo di pensare dei personaggi?

Cristi Puiu: È ciò che si vede nel film, sono influenzati dalla lingua che stanno parlando o no? Costruiscono le proprie idee facendo affidamento alla lingua che stanno usando, oppure stanno semplicemente traducendo i pensieri che hanno in testa per poi esprimerli una lingua differente? È davvero difficile da dire.

Quanto tempo ci hai impiegato a tradurre il libro in sceneggiatura?

Cristi Puiu: Abbiamo girato molto liberamente. C’era un copione all’inizio quando volevo portare avanti le riprese in Valacchia, nella parte sud della Romania, e non in Transilvania. Poi ho cambiato idea e ho deciso di non cambiare il copione, ma di andare sul set e far venire tutti in Transilvania e vedere se gli altri avrebbero accettato questa sfida, di girare liberamente. Quando vai avanti in questo modo, ci sono molte idee e intenzioni che devi cambiare in accordo con quello che hai a disposizione. A un certo punto ho addirittura pensato di metterci dentro degli astronauti e di usare canzoni dei Bee Gees. Non sto scherzando, è la libertà del film. Abbiamo avuto una discussione, quando erano tutti presenti, ho detto agli attori chiaramente che la mole di testo li avrebbe uccisi e che non avrei potuto dare loro i ruoli finché non li avessi visti lavorare insieme. Per cui sono venuti in Transilvania, abbiamo letto il copione tutti insieme, il testo di Solov’ëv, e quindi ho distribuito i ruoli. Abbiamo lavorato insieme al copione, leggendolo e selezionando le parti da tagliare che non funzionavano. Con alcuni di loro ho lavorato anche con dei workshop. Credo che quando un attore sia parte della creazione del testo, gli venga spontaneo difenderlo. Altrimenti finirà per dibattere e negoziare su ogni singola virgola, finendo per uccidere il film. Ad esempio, se dico: «Ok, immaginiamo che il testo sia così», allora gli attori difenderanno le loro posizioni. E difendere la propria proposta mentre si lavora al copione, equivale a difendere il proprio personaggio fino alla fine. È molto interessante. Avevo appena deciso che li avrei uccisi tutti ed è stato un inferno. Perché i membri della troupe non sapevano cosa avrebbero fatto il giorno successivo, non sapevano se ci sarebbe stata la neve o no. E il copione pure diceva che ci sarebbe stata la neve o forse che non ci sarebbe stata. Tendiamo a lavorare sulla storia più che sul film in sé. Il cinema è più di questo, più qualcosa di continuativo che non un evento.

Tutto il tuo cinema ruota attorno al mettere in immagini ciò che non può essere di solito mostrato al cinema, ciò che è difficile rendere in immagini. Questo vale per Aurora, Sieranevada, La morte del signor Lazarescu. In questo film non c’è azione, sono i dialoghi a rappresentare l’azione.

Cristi Puiu: Non mi sono mai posto questa domanda. Credo che una persona, in quanto Homo sapiens, qualsiasi cosa faccia, abbia la naturale tendenza a testare i propri limiti. I bambini lo fanno, tu lo fai e lo farai fino alla tua morte. Non vivrai 200 anni solo per restare così come sei. Ma se hai intenzione di andare avanti per questa strada, allora porterai avanti questa battaglia. Non puoi sederti e comportarti come un bravo bambino. Una volta mi è stato chiesto, in occasione del mio primo film, come mai avessi utilizzato una macchina a mano. Io vorrei proprio capire perché mai mettere una camera su un treppiede abbia un qualsiasi significato. Ma ora, per questo film ho deciso il contrario, vale a dire che sarebbe stata una buona opportunità testare il campo-controcampo e così ho fatto. Ma ho dovuto trovare la giusta formula. Ho usato un effetto molto televisivo nell’episodio su Edouard, nella parte con il discorso riguardo al politico. Per me si è trattato di una buona opportunità per usare questo modo di riprendere: con la macchina a spalla e l’interlocutore davanti, e la scena della tavolata, con dei piani come dei ritratti, senza relazione con l’esterno. È davvero difficile sapere mentre sei sul set se la cosa funzionerà o meno. Ma se non ci provi, tradisci te stesso. È molto difficile trovare i finanziamenti per un film ma lo è anche girare un film. Non ho intenzione di tradire me stesso per ottenere finanziamenti. Se deve essere un fallimento, almeno che sia io a prendere decisioni e fare esperimenti. Quest’anno compirò 53 anni, ho fatto il mio primo film nel 2001. È stato un film molto difficile da realizzare, ho cominciato nel 1999… Per cui diciamo che faccio film dal 2000, sono venti anni ormai e ho fatto quattro o cinque film. Anzi, questo è il quinto film.

Quante riprese fai per ogni scena?

Cristi Puiu: In media? Direi 30, ma in questa situazione anche 60 riprese. I long take richiedevano anche tre giorni per realizzarne uno solo. Gli attori erano stremati, anche il direttore della fotografia non è morto ma mi avrebbe ammazzato. Posso capirlo perché è stato tutto veramente difficile da seguire. Il problema è che devi prendere il controllo della posizione in cui sei e ovviamente non puoi fare diversamente che non seguire te stesso. Se sei dietro la camera e l’azione è lì davanti, devi guardare alle persone che ne prendono parte. Ma i direttori della fotografia non guardano alle persone, guardano all’immagine che viene costruita in modo che sia una bella immagine, con un fluido movimento della macchina. Si tratta praticamente di fare un film per la loro camera. I direttori della fotografia sono così per cui ti ritrovi in questa situazione. È stato molto difficile ed è il motivo per cui abbiamo fatto così tante riprese, anche se in realtà la ragione principale è che abbiamo fatto molti test. Molti registi sono più ingegnosi rispetto a me, io devo stare sul posto, devo sentirlo, devo capire chi sono le persone con cui sto lavorando. Questa è stata un’ottima opportunità, invece di cambiare il copione per la Transilvania, mi sono concesso di inventare, invitare gli altri a lavorare con me e loro mi hanno seguito. È stato difficile ma mi sono stati dietro, inventando il film sul momento, imparando le battute e restando pronti per ogni sfida.

Un film così deve aver rappresentato una dura prova per gli attori, ma è anche una dura prova per gli spettatori, è una limitazione, non è un film per tutti.

Cristi Puiu: Come le ostriche! È vero, si fanno delle scelte e con quelle scelte fatte ti metti tra l’incudine e il martello. Si tratta di prendere o lasciare, e se vuoi fare un film che tutti possano capire, allora si tratterà di un’altra pubblicità come quella per la Persol o l’Ariel oppure per McDonald’s. I film sono limitati, ci sono delle limitazioni nella comprensione. Per fare un esempio, è come se io guardassi una partita di football americano, non ci capisco nulla e in dieci minuti ho già smesso di seguire il tutto, mi metto a pensare ai miei problemi e alla mia depressione. Questo perché non conosco le regole. Appena impari le regole allora tutto inizia a diventare interessante. Si tende a pensare che il cinema sia per tutti, ma non è così. Non questo film, non tutti i film. C’è una sorta di terreno comune tra i film, si pensa, ma è davvero così? Non è così, non ho intenzione di rientrare in qualcosa di commerciale o di guardare qualcosa chiedendomi se lo sto davvero guardando. Tutte queste sono banalità, guardi qualcosa anche duecento volte e poi mi dici che c’è un terreno comune per me o per qualcuno che vuole rilassarsi dopo lavoro. No, per me è una sofferenza, non potrei vederlo.

Ci sono, nel contesto storico del film, molti punti in comune con la situazione contemporanea. Per esempio quando si parla di Europa.

Cristi Puiu: Questo fa paura. Vedi questo politico parlare come Sarkozy e fa paura. Io sono euroscettico, come sono scettico verso ogni tipo di costruzione. Se presupponi che questa sia un costruzione culturale, allora devi presupporre che ci sia anche una distruzione culturale di questo costruzione. Prima o poi si giungerà al limite, non può andare avanti così per l’eternità. Basta guardare la mappa dell’Europa e vedere com’è cambiata, ormai la conosciamo bene. E tutto questo fa paura perché è qualcosa che non ti puoi immaginare. La Jugoslavia era per la Romania come il paese dei balocchi, come l’America ora per i Balcani. Si andava lì e vedevi in giro cose come chewing-gum, jeans, traffico e sigarette e le persone sognavano di essere come la Jugoslavia. E poi questa negli anni Novanta è esplosa. È qualcosa a cui fai fatica a credere, è molto difficile da accettare. Credo che principalmente il film abbia a che fare con quello di cui non si osa parlare, che è la cristianità. Quando si tratta di una prospettiva spirituale sulla vita, si è eccitati, è qualcosa di figo se si parla di Buddha. Ma quando apri la bocca e parli di Gesù, allora sei uno stronzo bigotto. È tutto molto interessante e il perché sia così è un bel quesito. Credo che le persone tendano a seguire la corrente perché devi essere parte di un gruppo, devi essere accettato, si cerca l’amore e così via. Tutte queste cose sono viste come necessarie e partono dagli altri. Se gli altri seguono una tendenza e tu la rifiuti, allora finisci per essere escluso. Questo è quello che è successo quando i comunisti erano in Romania, è stato devastante, c’erano omicidi di massa. Non è uno scherzo, è stato così anche in Russia e ovunque loro siano arrivati. Devi farti domande riguardo tutto questo… Non si parla abbastanza di quello che è accaduto, di come è accaduto, di quello che è successo in Jugoslavia e in Romania. Quando ero molto giovane, imposero un certo modo di vestire, sono intervenuti sulla lingua. Ad esempio non potevi usare termini come signora o signore, dovevi usare tovarishch. E poi c’è stata la rivoluzione, questo putsch. Io ero nell’esercito, ero un soldato per cui ero un tovarishch ma nel giro di pochi giorni sono tornato a essere di nuovo signore. Tutto è cambiato nel giro di una notte, ed è semplicemente stato accettato. Credo che riguardi proprio la paura. Se dovessi definire tutto questo parlerei di paura. La paura è qualcosa di serio. Qui non si parla aver paura dei ragni né della morte. È quando inizi a perdere i sensi e non riesci più a ragionare. Ricordo questa affermazione, di un premio Nobel per la chimica negli anni Sessanta, che mi scosse parecchio: «L’origine della vita sul pianeta è riconducibile a due possibilità, un disegno intelligente di Dio oppure un incidente». L’origine della vita come caso è stata dimostrata sbagliata da Pasteur verso la fine del XIX secolo. Per cui resta solo una possibilità, Dio. Si vuole così tanto non credere in Dio che si accetta di credere in questa teoria provata falsa. È qualcosa che credo abbia a che fare con le nostre paure. Io non sono un guru, sto solo speculando. Credo che questa paura, insieme alla mancanza di amore, spingano le persone a adottare questa attitudine verso un possibile Dio slash Big Bang, chiamalo come vuoi, ma è l’attitudine di un bambino orfano. Incontri nella tua vita talmente tante difficoltà, tanti ostacoli e tanta sofferenza per cui è normale cercare qualcosa a cui dare la colpa. Se Dio esiste, dov’era quando avevo bisogno di aiuto? E se era presente, se non comprendi davvero quale sia il suo piano? Anche questa è una possibilità, no? Questo è un pensiero razionale. Non comprendi il piano di Dio, ma se in realtà ci riuscissi, allora chi sei tu e chi è Dio? Magari non è Dio ma è il tuo vicino e tu lo capisci. Si tratta davvero di un grande quesito. Se si parlasse maggiormente di tutto questo, della possibilità che Dio sia reale. Se lo è allora anche la storia di Gesù è reale, la resurrezione è reale. Altrimenti non avrebbe alcun senso e potremmo semplicemente seguire quello che dice Dostoevskij per cui Dio non esiste e tutto è possibile.

[leggi anche l’intervista a Cristi Puiu dal Trieste Film Festival del 2017, a cura di Marco Romagna]
Info
Malmkrog, il film di Cristi Puiu, sul sito della Berlinale.

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1 Commento

  1. STEFANO VALSECCHI 01/02/2021
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    Ho appena letto l’Intervista al regista rumeno di Cristi Puiu.
    Ho visto solo qualche suo film, tra cui lo sconvolgente “Dante Lazarescu” affresco sulla condizione della sanità rumena post golpe 1989 o meglio, dato che siamo in un sito di critica cinematografica della “Rivoluzione da Cinecittà” com’è stata definita da uno storico per la messa in scena sui fatti di Timisoara con i cadaveri prelevati dall’obitorio cittadino invece fatti passare vittime dalla criminale Securitate. Perdonate la introduzione, ma sono rimasto a dire poco sconcertato dalle parole del regista rumeno quando accenna che “sotto il comunismo’ sono avvenute esecuzioni di massa”. Dove e quando non ci è dato sapere, e nemmeno una fonte per cercare di risalire storicamente alle sue affermazioni. Purtroppo all’intervistatore non interessa tutto ciò, essendo interessato piu’ alle elucubrazioni del regista su chi e come ha creato Madre Terra.

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