Mai raramente a volte sempre

Mai raramente a volte sempre

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Presentato in concorso alla Berlinale numero 70, Mai raramente a volte sempre è il ritratto impietoso dell’America conservatrice di Trump, del paese delle libertà in cui alcuni diritti considerati acquisiti, come l’interruzione di gravidanza, vengono in realtà messi in discussione e sottoposti a ogni genere di ostacolo. La regista Eliza Hittman però rimane prigioniera degli stereotipi del cinema finto indie stile Sundance.

Autumn in New York

Autumn è una diciassettenne cresciuta in Pennsylvania, nell’America più profonda. Si trova di fronte a una gravidanza indesiderata e vorrebbe abortire ma servirebbe l’autorizzazione di un genitore in quanto minorenne. Decide allora affrontare un viaggio a New York, dove praticare l’interruzione di gravidanza, con l’auto della cugina Skylar, con la quale fugge lasciando il loro lavoro di commesse al supermercato. [sinossi]

Un affare di donne nell’America di Trump, un film che punta il dito contro i passi indietro in diritti femminili acquisiti nel paese delle libertà. Never Rarely Sometimes Always (Mai raramente a volte sempre in Italia), terzo lungometraggio di Eliza Hittman, presentato in concorso alla 70 Berlinale, dopo il successo al Sundance Film Festival, parla dell’aborto e della difficoltà di una ragazza di interrompere la propria gravidanza, per un sistema che frappone mille ostacoli, oltre che essere gestito da un personale retrogrado. Così quando la ragazza protagonista, Autumn, si reca a fare il test di gravidanza le viene detto da una signora, che il test sarebbe negativo qualora positivo e viceversa, vale a dire che una ragazza incinta fuori dal matrimonio e minorenne è per forza da considerarsi un disvalore. Un questionario, cui la ragazza deve rispondere per sottoporsi alla procedura per l’interruzione di gravidanza, mostra ancora il carattere bigotto, l’opposizione anche istituzionalizzata, oltre nella mentalità degli operatori, di fronte a quello che è un diritto riconosciuto come conquista di civiltà, il diritto di scelta della donna in merito alla prosecuzione o meno della gravidanza. Il questionario ha la forma sempre più frequente, per esempio nei feedback di gradimento, delle quattro possibili risposte, mai, raramente, qualche volta, sempre, da cui il titolo del film. E le domande rappresentano qualcosa di estremamente morboso sulle esperienze sessuali della ragazza, il cui volto è scandagliato con un lungo piano sequenza.

Non c’è una grande differenza, ci vuole dire Eliza Hittman, tra l’America rurale e quella di città, e quando le due ragazze approdano a New York, tra le prime cose cui assistono, c’è una manifestazione di devoti cristiani. La vita cittadina si snoda, per le due ragazze, in ambienti molto ordinari, la sala giochi, il bowling. Una gallina, viva, compare in una teca tra le luci al neon dei divertimentifici della metropoli. Una gallina che però non arriva a danzare come quella del finale de La ballata di Stroszek. Una differenza che segna lo scarto tra quell’America che si presenta come rutilante e kitsch a un cineasta europeo come Herzog e quello che può percepire e cogliere una filmmaker americana per quanto indipendente. Non c’è quindi una significativa distanza tra l’America urbana e quella country, semmai la regista sembra rimpiangere il paese a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, all’epoca delle prime scintille di libertà e contestazione. Un rimpianto contenuto nella prima scena, che ci riporta in un’atmosfera vintage, nelle esibizioni dei ragazzi, in stile Elvis, alla festa del college. In quel momento Autumn si esibisce in He’s Got the Power delle Exciters, gruppo tutto al femminile e di colore, e viene interrotta da un compagno che le urla: «Puttana!», interferendo così non solo in un’esibizione canora quanto nella memoria di un clima di sociale più aperto o prossimo a diventarlo, mentre ora si è ripiombati nella restaurazione. Non sappiamo se quell’insulto è riferito a una vita disinibita della ragazza che non è accettata tra i compagni. Come non sappiamo chi abbia messo incinta Autumn. Il film glissa volutamente su tutto il pregresso per concentrarsi sulla lotta di una giovane donna per ottenere ciò che fa parte dei suoi diritti. Non deve essere permesso nessun giudizio allo spettatore, come quelli degli operatori sanitari cui si sottopone la ragazza, i primi a dover essere esentati da ogni considerazione personale, moralistica o meno.

Mai raramente a volte sempre è il ritratto delicato di un’energia femminile, di un affare di donne, quella di Autumn e della cugina, che arrivano a stringersi le dita mentre una delle due bacia un ragazza e l’altra si nasconde dietro una colonna. Della forza di andare anche contro il proprio corpo, procurando artigianalmente un piercing, forse come anelito a un aborto domestico cui però non si arriverà mai. Il ritratto dell’America della regista segue tuttavia degli stereotipi da cinema indie ‘piacione’, in una confezione furba, basti pensare all’inevitabile momento di road movie, nel viaggio in pullman dalla Pennsylvania a New York attraversando paesaggi rurali. Il tutto nello stile, e nello stampino omologante, dei film che passano al Sundance, un festival dove guarda caso Mai raramente a volte sempre era già stato presentato, prima della Berlinale.

Info
La scheda di Mai raramente a volte sempre sul sito della Berlinale.

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