Intervista a Tsai Ming-liang e Anong Houngheuangsy

Intervista a Tsai Ming-liang e Anong Houngheuangsy

Nome di punta della seconda ondata del Nuovo Cinema di Taiwan, Tsai Ming-liang è autore di opere fondamentali tra gli anni Novanta e il Duemila, quali Vive l’amour, Il fiume, Che ora è laggiù?, Goodbye Dragon Inn. Negli ultimi anni, Tsai ha ricevuto molta attenzione dal mondo dell’arte, venendo invitato a varie gallerie e fiere. Nel 2012, ha iniziato la sua serie “Slow Walk” per la quale ha realizzato otto film, proiettati in festival d’arte e gallerie in tutto il mondo. Con Days, presentato in concorso alla 70 Berlinale, torna a realizzare un lungometraggio di fiction, cosa che non faceva dal 2013, con Stray Dogs. Abbiamo incontrato Tsai Ming-liang durante la Berlinale. All’intervista era presente anche Anong Houngheuangsy, protagonista di Days insieme allo storico attore feticcio del regista Lee Kang-sheng.

Puoi raccontarci la storia di come hai conosciuto Anong Houngheuangsy e di come hai deciso di fare un film con lui?

Tsai Ming-liang: Ho incontrato Anong tre anni fa in Thailandia. Come? Ero in zona di ristoranti e lui lavorava come cuoco da quelle parti. C’era qualcosa in lui che mi ha attratto fin da subito, per cui gli ho chiesto il suo numero di telefono. Il suo aspetto e la sua identità mi avevano colpito, era un contadino del Laos ma era andato a lavorare in Thailandia. Per me queste sue caratteristiche erano molto interessanti, abbiamo iniziato a chattare su WeChat, la app di comunicazione molto diffusa in Asia, e abbiamo iniziato a sentirci per videochiamata e così gradualmente siamo diventati amici. Sono stato io a trovare lui.

Non è molto diverso dalla storia che racconti sul tuo primo incontro con Lee Kang-sheng. Possiamo vedere in questo film una sorta di passaggio di testimone tra i due con Anong che riveste lo stesso ruolo del tuo storico attore feticcio?

Tsai Ming-liang: In realtà è stato molto diverso il mio incontro con Lee Kang-sheng. In quel caso stavo facendo dei provini, per cui l’ho trovato così, come attore. Quando ho conosciuto Anong, non avevo in mente l’idea o il concetto di un film. Eravamo semplicemente due amici che si parlavano tramite delle videochiamate. Però è stato durante una di queste videochiamate che l’ho visto cucinare e i suoi piatti sembravano davvero interessati, perciò volevo semplicemente riprenderlo e da lì è poi nata l’idea di girare un film. Io lavoro molto con gallerie e musei per cui ho questa abitudine a tenere molte immagini e molti footage magari per utilizzarli in installazioni in quei luoghi. Ecco perché sono andato in Thailandia, per riprendere Anong. Inizialmente non c’era l’idea di girare un film. Il motivo per cui parlo di Anong, per cui mi sono avvicinato a lui, è la sua identità come lavoratore straniero. Quando ho conosciuto questo suo aspetto ho provato empatia, potevo mettermi nei suoi panni e, anche se non avessi fatto questo film, sarei comunque diventato suo amico e avrei voluto conoscerlo meglio.

[Ad Anong Houngheuangsy] Puoi raccontarci della tua esperienza sul set con Tsai Ming-liang?

Anong Houngheuangsy: Questa per me è stata un’occasione unica, di quelle che capitano una volta nella vita. Non mi sarei mai immaginato di avere la possibilità di lavorare con un regista di fama mondiale come Tsai. Ho imparato davvero tanto, ad esempio come impiegare periodi di tempo più lunghi per realizzare qualcosa, soprattutto una ripresa portata avanti in molte ore. È stata un’opportunità unica per me e ne sono molto grato.

All’epoca di Stray Dogs scrivevi che stavi perdendo l’ispirazione di fare film scrivendo copioni. Da lì tutto il tuo percorso nel campo della videoarte. Ora hai ripreso con un lungometraggio. Come ti senti ora?

Tsai Ming-liang: Mi sento costantemente in uno strano stato mentale, perché effettivamente non ho questa enorme passione nel realizzare film. Anzi, forse dovrei porla in maniera diversa: non ho un’enorme passione nel realizzare i soliti film a cui le persone sono abituate. Lavoro molto con i musei, alcuni di Taiwan. Quando ho distribuito il film Stray Dogs a Taiwan, ho organizzato una proiezione all’interno di un museo. Sento ancora molta passione nel realizzare immagini e riprese, ma ho semplicemente voluto liberarmi del senso più tradizionale del fare film per il cinema. Mi piace fare film per installazioni e immagini per musei e gallerie, ma il ritmo è molto rallentato e dopo Stray Dogs ho semplicemente smesso di realizzare lungometraggi come facevo prima. Mi sono liberato di quel processo che concerne realizzare film prodotti industrialmente. Ora voglio usare un team più piccolo e con budget molto più limitato. Ecco come ho realizzato Days.

Hai realizzato Days senza una sceneggiatura. Come hai lavorato in questo senso?

Tsai Ming-liang: Anche quando in passato utilizzavo un copione, questo non era mai completo perché non arrivavo mai a ultimarlo. Non sapevo mai cosa sarebbe potuto accadere dopo sul set. Per cui quando giravo i miei film, gli attori non avevano mai uno script tra le mani e non ce l’avevo nemmeno io. In realtà, se c’era, questo era soltanto per la troupe di tecnici, per tutta la preparazione, per le tempistiche e le riprese. Non ho quindi mai usato una sceneggiatura nel senso tradizionale. Non avendo uno script il problema principale diventa la raccolta dei fondi, perché è necessario averne un uno che riassuma la storia e i dettagli per poter richiedere dei finanziamenti. Ma ora ho deciso di preparare prima tutte le immagini, poi di utilizzare un budget ridotto per girare il film e successivamente di cercare partner che collaborino con me.

In Days usi quella lentezza, quella dilatazione dei tempi propria delle tue installazioni, come nella serie “Slow Walk”.

Tsai Ming-liang: Se ti prendi il tuo tempo, allora anche le riprese ne richiedono di più. Più tempo ti prendi, più tempo occorre per realizzarle. Amo la prima inquadratura, la prima ripresa, e avrei voluto che durasse ancora di più. Uno dei giornalisti che mi ha intervistato in precedenza, un americano, quando ha visto il film ha pensato che quella prima scena sarebbe durata addirittura due ore. Per quanto riguarda il carillon nella camera da letto, è lì tra questi due personaggi perché uno dei due non riesce a comunicare, ma grazie a questo carillon entrambi vogliono restare lì. È stata una ripresa lunga, anche più del necessario, ma proprio per la sua lunghezza riusciamo a vedere il momento e il motivo per cui entrambi volevano restare lì, nel letto. Mi ricordo cos’è accaduto quando stavamo girando questa scena. Non avevo idea di quanto ci sarebbe voluto, entrambi erano nel letto con il carillon e a un certo punto dovevano andarsene. Ma era tutto così lento e mi ricordo che mi sono messo a piangere dietro la camera perché con questo tempo così lungo e rallentato, era tutto bellissimo.

Anong Houngheuangsy: A lui piace questa sorta di tempo differito, per cui ognuno ha la sua tabella di marcia. Lui aveva poi un altro progetto per cui doveva andarsene alle nove di mattina. Poi una volta tornato, ci sarebbe voluto molto tempo, qualcosa come dieci ore per girare anche la scena più semplice. Ci è voluto davvero molto tempo.

La musica del carillon è quella di Luce della ribalta di Chaplin. Perché hai voluto citare quel film?

Tsai Ming-liang: Mi è sempre piaciuta la musica dei film di Chaplin, sono un grande fan di tutti i suoi film. Penso che i film contemporanei, degli ultimi anni, siano molto differenti rispetto ai vecchi film di quel periodo. Per me, il cinema più recente manca davvero di emozioni, quindi nei miei film uso spesso elementi del passato come vecchie canzoni o vecchie melodie. Due anni fa ho visitato un museo in Olanda insieme al mio produttore Li Shu-ping. Lì lui ha trovato questo carillon e quando poi sono andato da Anong in Thailandia, gli ho regalato quello stesso carillon. Quando stavamo girando la scena all’hotel, Li Shu-ping si è ricordato di questo carillon per cui ho chiesto ad Anong di portarlo con sé. Successivamente, per girare quella scena del film, ho chiesto a Lee Kang-sheng di dare ad Anong il carillon. C’è una strana combinazione di realtà in questo film.

Quel tema si intitola Eternally e recita: «I’ll be loving you eternally».

Tsai Ming-liang: Ho usato questa melodia già due volte. La prima è stata per I Don’t Want to Sleep Alone, proprio alla fine c’è questa canzone in mandarino, quindi nella sua versione cinese. E poi l’ho usata in questo film, perché mi piace davvero tanto.

Parlando di I Don’t Want to Sleep Alone, Days mi sembra una combinazione di quel film e Il fiume. Dal primo film l’idea di persone sole che aspettano altri nel letto, e dal secondo questa malattia al collo che perseguita Lee Kang-sheng.

Tsai Ming-liang: Il personaggio interpretato da Lee Kang-sheng in questo film è in realtà un continuo del personaggio di Il fiume. La malattia che a volte svanisce è in realtà tornata. Per cui si tratta di una versione successiva del personaggio. In realtà questa malattia non è soltanto fisica ma anche spirituale, qualcosa che non puoi controllare ma cerchi di evitare. Parlando di Anong, il suo corpo è come intrappolato nella situazione, forse proprio a causa della sua identità di lavoratore straniero andato dal Laos fino in Thailandia. Inoltre, ha bisogno della sua libertà ma proprio per questa sua condizione di lavoratore straniero non può goderne ed è intrappolato. Entrambi i loro corpi sono intrappolati nella situazione, poi si incontrano e grazie a questo incontro trovano conforto e sollievo l’uno nell’altro. Perché sono così attratto dalla canzone del film Luci della ribalta di Chaplin? Per me, credo che sia una canzone per chi non ha casa. È come se fosse un’eterna domanda, un’eterna ricerca.

Nella serie “Slow Walk”, e in particolare in Journey to the West, riprendevi Lee Kang-sheng in movimento, ma un movimento lento, impercettibile. Qui lo riprendi spesso immobile, nell’acqua, a letto, inquieto, con dolore. Come se volessi rimettere in discussione il suo corpo all’interno del tuo cinema.

Tsai Ming-liang: Sei semplicemente intrappolato e non hai idea di quale aspetto abbia la via d’uscita. Siamo intrappolati e quando il personaggio di Lee Kang-sheng si sta sottoponendo alla terapia e al massaggio, sta in realtà cercando un modo per alleviare il suo dolore. E durante questo processo di terapia, si rende conto che il suo dolore non è solo fisico ma potrebbe anche essere spirituale e connesso alla sua stessa anima. Deve andare avanti come fa ogni giorno, come dice il titolo, a qualunque costo. Per me c’è qualcosa di molto profondo nella scena finale, quando si vede Anong in attesa alla fermata dell’autobus, mentre sta facendo suonare il carillon.

Credi che le angurie possano innamorarsi?

Tsai Ming-liang: Ho un gatto, un randagio, che è stato ferito e che deve essere sottoposto a un’operazione in clinica. Quando sono andato a visitarlo, era molto contento di vedermi, mi sembrava come se tutto il suo dolore fosse improvvisamente sparito. Il gatto era in una gabbia ma appoggiava la testa sul palmo della mia mano e attraverso questo gatto ho potuto davvero sentire un legame d’amore. Ma per quanto riguarda un’anguria, non saprei davvero.

Info
Days sul sito della Berlinale.

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