Padrone dove sei

Padrone dove sei

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Padrone dove sei è forse la riflessione più intima e disperata proposta finora dal cinema di Carlo Michele Schirinzi. Una confessione sull’impossibilità di provare un desiderio che abbia come estrema scaturigine il corpo, narrata attraverso la musica, l’arte scultorea, nel tentativo di ritrovare se stessi, e di non smarrire la profondità dell’affetto.

L’estrema deposizione

Umido affresco sull’atto e la visione masturbatoria. Padrone dove sei. Non urlata ricerca ma implosione tellurica, constatazione di scomparsa, inutile S.O.S. scagliato tra taccuini cartacei, nature protettive, auto spente e nidi dimenticati. Orfani di padroni ormai distanti, corpi scalfiti scovano tane momentanee per solitari coiti da carne animale, bui approdi in cui morire, e trattenere il respiro sino al prossimo naufragio. [sinossi]
It may be as you say.
I’ll admit.
But you don’t sound convinced.
Between the surface you and the surface me.
You didn’t touch me.
It may be as well that,
I didn’t see the point.
You didn’t touch me
I suppose it’s just hollow.
No idea- no spark
When I thought that in order to survive.
You need to touch me.
All of the me’s.
This Mortal Coil, Not Me

“La tua assenza è un assedio”, recita una delle frasi che accompagnano a mo’ di intertitoli la visione di Padrone dove sei, il nuovo lavoro di Carlo Michele Schirinzi che dopo essere stato presentato in anteprima assoluta nella sezione Onde del Torino Film Festival (dove aveva trovato ospitalità anche l’opera immediatamente precedente di Schirinzi, Eclisse senza cielo) sta proseguendo il suo viaggio festivaliero, unica collocazione possibile purtroppo per un film che fa della sua totale libertà di poter sfruttare l’arte al di fuori di quello che legalmente viene concepito come diritto uno dei suoi centri nevralgici. Come può l’uomo dopotutto collocare l’arte, che è sfera intima del desiderio – e dell’ossessione – in un campo strettamente burocratico, ufficiale, ratificato? Non ci sarà modo dunque di vedere Padrone dove sei al di fuori del sistema-festival, che dopotutto in epoche di crisi economiche e ancor più di paure sociali (l’ultima in ordine di tempo la diffusione del Covid-19, noto come Coronavirus), eccezion fatta – chissà – per un passaggio televisivo a notte fonda su Fuori Orario. Ma questi in fin dei conti sono discorsi accessori. Il cinema di Schirinzi, autore che sta ragionando più di altri negli anni sulla difficoltà di comunicazione attraverso la materia, il corpo, la tangibilità dell’esistente, è in primo luogo il rifugio del regista stesso, l’ultima alcova magari malata e inondata di buio in cui costruire una tana. Una tana dell’immaginario, ma anche una tana che protegga dal tempo fuggevole dell’immaginario superfluo, quel tempo odierno in cui appropriandosi in maniera indebita di un celeberrimo distico dei CCCP – Fedeli alla linea si può ritrovare sempre di più quella “razza umana che adora gli orologi e non conosce il tempo”. Non adora orologi, Schirinzi, né brama il possesso per il possesso. Ciò non vuol dire che gli sia sconosciuta la brama, anzi. Tutto il suo cinema arde di desiderio, così come di ostinazione e per ultima destinazione di dolore, di disperazione, di (auto)distruzione. “La tua assenza è un assedio”, che modella a suo piacimento un testo di Piero Ciampi. In un passaggio di quel testo Ciampi afferma «Poi la memoria, nascondendo il presente, diventa ladra».

Non nasconde il presente, Schirinzi. Non lo nasconde perché è lì eternamente a ricordare la sua finitezza. Il lutto, la scomparsa di fronte alla quale non può esserci controllo di sé, gestione reale del proprio essere. Non rinuncia al proprio lutto, Schirinzi, e lo palesa nell’unico contatto fisico di un film che fa dell’impossibilità della relazione materiale tra gli esseri umani il suo cuore pulsante. Quelle mani e quelle braccia gonfie di lividi, con l’apparecchiatura medica che sterilizza tutto ma non l’inquadratura (un plongé che è deposizione, auspicio di una catarsi sentimentale e intellettuale), è il canale d’accesso a Padrone dove sei. Là dove la verità scavalca il confine dello sguardo ottuso dello spettatore – ottuso perché smussato, spuntato dalla mediocrità della prassi – si può definitivamente introdursi nel viaggio delle solitudini, dei desideri e delle repressioni della materia attraverso le quali si articola il film. Un film fatto di dettagli, di vagabondaggi privi di una meta, anche solo auspicata, e soprattutto di catalogazioni. Nel mondo che ha perso la possibilità concreta di una relazione fisica, quest’ultima non diventa solo smania pre-eiaculatoria, ma si tramuta nella ricerca ossessiva della compilazione. Vale per le opere di Bernini, accarezzate sullo schermo di uno smartphone e riprese giocoforza con il filtro della smaterializzazione digitale, ma anche per le note dei vari This Mortal Coil, Current 93, Cluster e via discorrendo che accompagnano l’immagine, quell’immagine sempre più stretta, attenta al dettaglio o anche indefinibile, magari per “colpa” di una nebbia che tutto ottunde e sovrasta. Ci si perde, nella nebbia, perché si perdono le direttrici del nostro sguardo. Ma l’occhio non sa chiudersi, non può chiudersi, e il cinema ci insegna che può essere al massimo reciso oppure spalancato a forza. Perché guardare è l’atto umano immediato, e come insegnava un altro maestro di voglie e frustrazioni, il dottor Hannibal Lecter, “desideriamo ciò che vediamo”. Ecco dunque che i protagonisti di Padrone dove sei, nel loro onanismo che è anche vertigine estrema nella dimostrazione dell’esser vivi, guardano, osservano, spiano: materiali da biblioteca, o siti internet – perfino un concerto del 1973 dei Roxy Music di Bryan Ferry –, perfino la natura nella quale finiscono per muoversi. Nella retina dell’occhio è imprigionato il loro desiderio, la loro brama erotica e sessuale.

Il maialesco, dopotutto, è riservato in forma esclusiva alle frasi che intervallano le immagini, in un elegante bianco su schermo nero. Lì, tra un “ad ogni battito di palpebra respiro la tua fica”, “sei padrone del mio corpo, la mia anima t’appartiene”, e “fammi morire dentro di te, nel tuo cuore, nella tua testa, nelle tue mutande”, si articola la verbalizzazione – sempre più inutile, nella forma del distacco – del desiderio. Quelle frasi non appartengono a nessuno, e quindi appartengono a tutti. Come il pensiero di Bataille o di Carmelo Bene. Cos’è il volgare, sembra interrogare e interrogarsi Schirinzi? E il volgare può nel medesimo istante innalzarsi a sacro? La già citata carezza “a distanza” verso l’arte – mentre il distacco umano degli affetti ha ancora una mano da prendere, da lambire, da sfiorare – ha la stessa potenza di una frase sconcia, la stessa ineluttabilità, la stessa voglia di sprofondare nell’intimo, di riuscire a cercare anche là dove non c’è luce per cercare. E di trovare, sempre e in maniera inevitabile, se stessi. In un percorso che è personale, ma ha anche un senso di disgregazione geografica, con Lecce e Torino che si specchiano e non possono fondersi, istanti della solitudine che viaggiano su binari paralleli, l’arte e lo sconcio diventano momenti del vero, rappresentazioni di un’umanità che ha perso il contatto diretto con l’arte e può viverla solo attraverso il ricorso al feticcio (le copertine degli album musicali, le immagini di pitture e sculture, i disegni abbozzati su un foglio di carta), accontentandosi di qualcosa che non è più l’originale ma che almeno può permettere la reiterazione infinita, quel gesto meccanico/automatico della mente che ci ricorda la nostalgia di ciò che è vivo, oltre a noi. Resta il disperato aggrapparsi dolcissimo al morente, quell’attimo mistico e terraceo che è l’unione affettiva, eternamente lì anche quando è percepibile solo attraverso la memoria. O le immagini, che creano desideri per i nostri occhi e sogni e nostalgie e speranze. Le immagini, e il cinema, ultima speme per un’umanità disadorna e in gran parte disorientata. Con la sua voce in parte salmodiante Morrisey canta “Someone kindly told me that you’d wasted eight of nine lives. Oh, give yourself a break before you break down… You’re gonna need someone on your side”, ma gli rispondono i Death in June: “I turn around to see you, another one is there. How the bells of the clock, how the bell do chime, that awful reminder you never will be mine”. L’occhio (in)consapevole. L’immagine si è spezzata. Padrone dove sei è la più estrema, sensibile e dolorosa affermazione artistica di Carlo Michele Schirinzi, una delle più potenti detonazioni del cinema italiano dell’ultimo anno.

Info
Padrone dove sei sul sito del Torino Film Festival.

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