Irradiés
di Rithy Panh
Presentato in concorso alla 70 Berlinale, Irradiés è l’ultima, deludente, opera di Rithy Panh, che sembra aver perso la capacità analitica e di riflessione sul male, per mettere in scena semplicemente e superficialmente un’esibizione degli orrori della storia.
La fiera delle atrocità
Le mani di un uomo assemblano un modellino di casa in cui colloca un tesoro salvato, come in un santuario: una foto di famiglia. Inizia così un viaggio nel dolore. Lo schermo è diviso in un trittico. Ogni tragedia è unica, ma nella ripetizione delle immagini c’è quel rumore sordo da cui non c’è scampo. [sinossi]
Possiamo annoverare l’opera di Rithy Panh, non solo per il cinema ma anche con i suoi libri, come una delle più alte riflessioni sul male, sugli olocausti e sui genocidi della storia, al pari di quella di Hannah Arendt o Primo Levi. Lui che aveva cercato di comprendere anche gli aguzzini del genocidio cambogiano, per esempio in S-21. La macchina di morte dei khmer rossi, che aveva ragionato sulle immagini e sull’assenza di immagini di quella tragedia, con L’immagine mancante, sul colonialismo francese sempre per immagini, di repertorio, in La France est notre patrie, mentre in Exil è riuscito a creare un parallelo, devastante quanto motivato e argomentato, tra la Rivoluzione francese, quella maoista e quella degli khmer rossi.
Con Irradiés, presentato in concorso alla 70 Berlinale, Rithy Panh sembra però aver perso un preciso discorso, abdicando a qualsiasi chiave analitica, in un’opera che appare più come una semplice esibizione di immagini degli orrori dell’umanità, messi lì a sfilare. Le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, i campi di sterminio nazisti, i massacri in Rwanda e nella ex-Jugoslavia. Ma si tratta solo di immagini e nemmeno più con un ragionamento su di esse, come in una grande mostra di fotografie. Invece di immagini mancanti, qui abbiamo immagini sovrabbondanti, una esposizione di atrocità con il rischio di cadere nell’abiezione rivettiana, per quanto si tratti di un’iconografia storicizzata, già parte di un repertorio già visto. Panh ha visto tutto a Hiroshima, e non solo. La bomba atomica e i moderni droni, Mao, Stalin e Pol Pot, i numeri tatuati sui bracci dei prigionieri dei campi di sterminio e le donne, che avevano flirtato con gli occupanti, rasate a zero nel pubblico ludibrio alla liberazione. Creando anche una pericolosa omologazione su vicende che meriterebbero valutazioni singole. Immagini distribuite, con composizioni ad arte su uno schermo tripartito come quello della parte finale del Napoléon di Gance, dove ognuna delle tre parti era virata con i colori della bandiera francese, con cui forse il filmmaker cambogiano vuole giocare, in un’opposizione al patriottismo francese. Non un effetto di montaggio ėjzenštejniano, di creazione di significato nel loro accostamento dialettico, ma al contrario una perdita di senso nell’accozzaglia di drammi che tra di loro hanno poco in comune. Il concetto comune è semplicemente quello del male dell’umanità, come entità metafisica, che si irradia per il mondo come le radiazioni della bomba atomica. L’iconografia delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki ha già prodotto una gran quantità di opere, tra cui quella, se non definitiva ma che comunque proprio su immagini mancanti si basa, di Jean-Gabriel Périot nel corto 200000 fantômes.
Una casa di bambole, equivalente dei pupazzi de L’immagine mancante, dove vengono collocate alcune foto di famiglia, che già in piccolo replicano la tripartizione dello schermo del film, rappresenta la parte poetica di Irradiés, film che comincia con le devastazioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki, per sviluppare un discorso più ampio. La bomba, che non si può amare, è il male, un’invenzione dell’uomo, un’arma distruttiva che colpisce tutto quello che sta attorno, alla cieca, non selettiva. E la bomba ha subito un’evoluzione tecnologica che, dai primi rudimentali ordigni di bambù con polvere da sparo creati in Cina nell’XI secolo, fino agli ordigni nucleari in grado di fare centinaia di migliaia di vittime. Irradiés vuole andare anche oltre, contemplando l’umanità, in quell’immagine dei cromosomi colorati come appartenenti a uomini fosforescenti per le radiazioni, al cosmo del buco nero, come raffigurato nella recente immagine, già divenuta iconica, ottenuta dai radiotelescopi dell’Event Horizon Telescope. L’implosione della materia che tutto inghiotte, l’opposto di una deflagrazione. Ma Rithy Panh non controlla la sua conflagrazione di immagini. E non bastano gli elementi poetici a organizzare il discorso, la casetta di cui sopra, i bianchi danzatori butō impegnati in pantomime. Irradiés non aggiunge nulla a una filmografia potentissima e straordinaria come quella di Rithy Panh.
Info
Irradiés, la scheda sul sito della Berlinale.
- Genere: sperimentale
- Titolo originale: Irradiés
- Paese/Anno: Cambogia, Francia | 2020
- Regia: Rithy Panh
- Sceneggiatura: Agnès Sénémaud, Christophe Bataille, Rithy Panh
- Fotografia: Prum Mesa
- Montaggio: Rithy Panh
- Interpreti: André Wilms, Bion, Rebecca Marder
- Colonna sonora: Marc Marder
- Produzione: Anupheap Production, CDP, France 3 Cinéma
- Durata: 88'




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