Occhi di cristallo

Occhi di cristallo

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In pochi hanno memoria oggi di Occhi di cristallo, il film più ambizioso (finora) della carriera di Eros Puglielli; eppure nel 2004 questo thriller metà Fincher metà Argento tentò una strada al genere in Italia che non si fermasse alla mera autoproduzione. Per una serie di responsabilità, anche dettate dalla scarsa cura con cui venne gestita la distribuzione in sala, il tutto sfumò in un nulla di fatto. Ma c’è sempre tempo per recuperare, almeno sotto il profilo critico.

Come fossi una bambola

Un pericoloso assassino, pezzo dopo pezzo, costruisce il suo sanguinoso disegno di morte. Negli occhi delle vittime, il riflesso della sua macabra e oscura via di liberazione… L’ispettore Amaldi non ha scelte. Per fermare quell’uomo deve sconfiggere i suoi fantasmi e ripercorrere le tappe di una dolorosa scia di sangue. Una folle corsa contro e attraverso il tempo. Perchè l’orrore ha sempre radici nel passato. [sinossi]
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Per arrivare a parlare di Occhi di cristallo conviene prenderla un po’ alla larga, e tornare indietro di qualche anno. Nel 2000 Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori, i fondatori di Indigo Film, fanno uscire in sala – grazie all’aiuto di Lucky Red – il loro primo parto creativo, che loro in senso stesso proprio non è: si tratta del passaggio in pellicola e della ridefinizione di alcuni dettagli (ad esempio l’utilizzo delle musiche, che avrebbe creato non pochi ostacoli per i diritti di sfruttamento) di Dorme, il film che Eros Puglielli diresse nel 1993, appena diciannovenne, per utilizzarlo come chiave d’accesso al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Geniale e illuminata commedia fantastica, che gioca con tutti gli elementi del popolare – dal cinema di genere statunitense degli anni Ottanta alla commedia all’italiana, passando per l’immaginario degli anime televisivi, in un patchwork mai tentato prima nel nostro cinema – Dorme raggiunge un paio di sale romane e fa parlare di sé. Un trampolino di lancio piccolo ma indicativo per Indigo, che già l’anno dopo porterà a Venezia l’esordio di Paolo Sorrentino L’uomo in più. Un trampolino di lancio, almeno all’apparenza, anche per lo stesso Puglielli, che durante gli anni del CSC si è distinto per un paio di lavori sulla breve distanza di notevole brillantezza – su tutti Il pranzo onirico – e approderà di lì a poco al suo primo lungometraggio prodotto con tutti i canoni, Tutta la conoscenza del mondo, finanziato da Rai Cinema, Nuvola Film e Tele+ ma poi abbandonato al suo destino, tanto da essere distribuito in pieno agosto nel 2001 solo con la piccola Làntia Cinema & Audiovisivi, che avrà vita breve e senza troppa gloria al botteghino. Tutti parlano di Puglielli come di un enfant prodige, anche perché il film che girò a diciannove anni inizia a girare in forme clandestine tra i cinefili, in particolar modo a Roma e dintorni. Nel 2004, alla sua prima edizione della Mostra di Venezia in qualità di direttore artistico, Marco Müller dedica una corposa retrospettiva (all’epoca ancora non ci si era infilati nel tunnel illuminato ma un po’ asfittico del recupero dei “classici”, e si poteva approntare curatele raffinate) al cinema popolare italiano, lavorata da Marco Giusti e Luca Rea e intitolata King of the B’s. Quasi a voler segnalare punto di interconnessione tra passato e presente, nella neonata sezione “Mezzanotte”, dove trovano spazio tra gli altri Man on Fire di Tony Scott, Three… Extremes di Takashi Miike, Park Chan-wook, e Fruit Chan, il director’s cut di Donnie Darko e il folle Ledang Puteri gunung Ledang del malese Saw Teong Hin, viene selezionato anche Occhi di cristallo, il film che – sulla carta – dovrebbe lanciare il nome di Puglielli nell’empireo del cinema italiano dell’epoca. Un anno più tardi alla Mostra arriverà la retrospettiva sulla “Storia segreta del cinema asiatico”, verrà cancellata la sezione Mezzanotte e nessuno avrà memoria del film di Puglielli. Ma occorre, ancora una volta, andare per gradi.

Dopo la proiezione veneziana Occhi di cristallo, che smuove sentimenti diversi tra la critica presente al Lido, viene programmato da 01 Distribution per l’approdo in sala il 5 gennaio del 2005. Una collocazione intelligente, perché può sfruttare l’onda lunga delle vacanze natalizie, ma anche storicamente filologica: il periodo che va dalla metà di dicembre all’inizio di febbraio era infatti tradizionalmente quello in cui venivano distribuite le pellicole dirette da Dario Argento, maestro indiscusso del giallo all’italiana. Solo per fare due esempi cronologicamente vicini al film di Puglielli, il 5 gennaio del 2001 uscì Non ho sonno e il 2 gennaio del 2004 fu la volta de Il cartaio. L’impressione è che la casa di distribuzione “di Stato” abbia intenzione di puntare a fare di Puglielli il nuovo nome di punta del cinema di genere italiano, quell’approccio popolare che per un paio di decenni è stato relegato negli anfratti più bui e nascosti della produzione nazionale. Invece, dopo due passaggi in festival francesi dedicati al cinema italiano (Annecy e Villerupt), Occhi di cristallo viene anticipato al 26 novembre, senza nessun battage pubblicitario, senza nessuna preparazione, senza che gli eventuali spettatori ne vengano praticamente a conoscenza. Il motivo? A inizio gennaio la 01 Distribution ha scelto di puntare le sue carte su The Grudge di Takashi Shimizu, che è stato chiamato a dirigere a Hollywood l’auto-remake di Ju-On. A distanza di oltre quindici anni lascia ancora sbalorditi la decisione di una casa di distribuzione di abbandonare al proprio destino un progetto ambizioso e oneroso – quasi 3 milioni di euro complessivi di budget, per un prodotto che mette insieme realtà italiane, spagnole, inglesi e bulgare, dove il film viene girato proprio per cercare di ammortizzare i costi il più possibile – per concentrarsi sullo sfruttamento di un’opera prodotta altrove. Certo, sarebbe utopico pensare che il thriller di Puglielli avrebbe potuto competere con gli incassi di The Grudge, che a livello mondiale sfiorarono i 190 milioni di dollari, ma è evidente che con una cura così grossolana Occhi di cristallo abbia in ogni caso guadagnato una cifra irrisoria rispetto a quello che sarebbe stato lecito aspettarsi. Ricacciando una volta di più il thriller e l’horror nell’abisso dell’indipendenza e di fatto dell’indigenza, con una mossa scellerata. A parte l’autoprodotto AD Project, terminato nel 2005 ma in realtà girato in modo autonomo a cavallo tra Tutta la conoscenza del mondo e Occhi di cristallo, per vedere un nuovo film cinematografico di Puglielli si dovrà infatti attendere addirittura il 2018, quando in Alice nella Città alla Festa di Roma viene presentato Nevermind, seguito poi a brevissima distanza da Copperman. Nel frattempo Puglielli è relegato sul piccolo schermo, dove ha modo di confrontarsi ancora con il thriller (Zodiaco, Il bosco, per fare due esempi) ma senza la libertà creativa che è sempre stato il tratto distintivo del suo approccio alla materia.

Perché pur rispettando il canone di riferimento, anche Occhi di cristallo sfugge a un inquadramento troppo netto, e di fatto facile. La storia del detective Amaldi, e della sua ricerca del serial killer soprannominato “l’impagliatore”, si muove su un terreno solido, e allo stesso tempo ragiona sulla possibilità di fondere due istanze cinematografiche all’apparenza in netto contrasto tra loro: da un lato c’è il giallo all’italiana, con la sua componente onirica, il deliquio omicida che si trasforma in delirio della visione stessa (come insegnato da Argento, Fulci, Lenzi, Bava e via discorrendo), e dall’altro c’è il gothic thriller all’americana, rilanciato a livello globale un decennio prima dal successo di Seven di David Fincher. Queste due anime, una che fa dell’inventiva visiva il suo tratti distintivo, e l’altra che punta invece sul mood plumbeo, umbratile, notturno, trovano in Puglielli un cantore ispirato, come dimostra una delle primissime sequenze: in uno scenario post-industriale, tra relitti di palazzi e imbarcazioni, la macchina da presa stacca su una serie di dettagli che vedono un uomo (dalla mano guantata di nero, come da tradizione del giallo nostrano) spargere colla su un ramo rinsecchito di un albero e posarvi sopra dei lombrichi. L’uomo si apposta poi con un fucile tra le sterpaglie, in attesa di un airone che si posa sul ramo per mangiare rimanendo invischiato. Mentre sta per prendere la mira dei gemiti sviano l’attenzione del cacciatore, che si muove tra le erbacce fino a spiare un uomo e una donna impegnati in un amplesso. A breve distanza c’è anche un altro uomo, anziano, che si sta masturbando. L’uomo carica il fucile sparando dapprima all’onanista, e quindi ai due ragazzi. Il sangue schizza su due lumachine aggrappate a un tronchetto, e la camera cambia focale passando dai gasteropodi ai piedi insanguinati e nudi della giovane, che barcolla sanguinante. Il cacciatore finisce dunque l’anziano, mentre l’airone sbatte furiosamente le ali pur rimanendo incollato al ramo, e poi raggiunge la ragazza oramai a terra fracassandole fuori campo il cranio con il calcio del fucile. Uno stormo di uccelli si alza in volo dal relitto di una nave mostrando in lontananza la città. In appena un paio di minuti Puglielli dà dimostrazione della sua maestria tecnica, allo stesso tempo focalizzando l’attenzione sull’elemento chiave per leggere Occhi di cristallo, vale a dire il concetto di sguardo. Se il thriller, in particolar modo quello in cui si cerca di spingere lo spettatore alla risoluzione di un mistero (vale a dire la scoperta dell’identità del ferale omicida), deve necessariamente fare dello sguardo il suo elemento fondativo, Puglielli disarticola il discorso sviando in continuazione la prospettiva dello spettatore, fingendo le soggettive, elaborando una costruzione del disegno d’insieme volutamente contorta ma dominata da una grande eleganza formale. Semmai è un peccato che qui e lì la narrazione si faccia troppo di prammatica, soprattutto nella costruzione psicologica del poliziotto (e Luigi Lo Cascio non si cala nel migliore dei modi nel personaggio) e nella sua relazione con la bella studentessa Giuditta. Non sarà lei, perché il percorso di genere prevede altri svolgimenti, a tagliare la testa al suo personale Oloferne, e con troppa semplicità il film scade nella tensione erotico/protettiva – si pensi al contrario a quanta ramificazione narrativa garantisce la relazione tra David Hemmings e Daria Nicolodi in Profondo rosso, per esempio –, ma sono tutti elementi ribaltati e vivificati dal ricco testo d’immagini che Puglielli compone. In un frangente produttivo in cui il cinema italiano faticava a mostrare un immaginario forte, e soprattutto coerente, Puglielli si confrontò con l’industria mantenendo la propria indipendenza autoriale ma dimostrando di poter essere un eccellente metteur en scène, un cineasta al servizio di una storia, una rarità nel proscenio nazionale dell’epoca. In pochi compresero l’urgenza e il reale valore – non solo artistico, per quanto anche questo aspetto venne sottostimato – di un film come Occhi di cristallo, che si proponeva di far uscire dai tombini in cui si erano rintanati i fautori di un cinema sanguigno, violento, dichiaratamente “di genere”, per permettere loro di lavorare alla luce del sole. Ma il cavaliere che avanza in beata solitudine rischia di essere martoriato dal nemico, e ridotto in brandelli. Eroe, forse, ma solo per le generazioni future. C’è sempre tempo per rimediare, perché il cinema è movimento immoto, e ha dalla sua parte l’incedere del tempo. Un po’ come l’assassino che imbalsama le sue vittime e sa attendere, nascosto nel buio, il prossimo malcapitato da colpire con una mannaia. In una terra che non sa cosa sia la vecchiaia Puglielli è ancora un enfant prodige. Si riparta, per una buona volta, da lui.

Info
Il trailer di Occhi di cristallo.

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