Intervista a Lois Patiño

Intervista a Lois Patiño

Autore di cortometraggi sperimentali, giocati spesso su viraggi cromatici, su elementi naturali e territori estremi come la sua Galizia, tra i quali Montaña en sombra, La Imagen Arde, Noite Sem Distância, Lois Patiño si è aggiudicato il Premio come miglior regista emergente al Festival di Locarno 2013 con il suo primo lungometraggio, Costa da morte, incentrato sull’omonimo litorale della Galizia. E alla regione autonoma della Spagna torna con il suo secondo lungometraggio, Lúa vermella, presentato nella sezione Forum della 70 Berlinale. Abbiamo incontrato Lois Patiño in questa occasione.

Lúa vermella inizia con immagini di vecchie carte nautiche e di antiche stampe che raffigurano leggendari mostri marini, e finisce con le riprese subacquee di un finto mostro marino, lo squalo balena. Come mai questa iconografia?

Lois Patiño: Il film è cominciato tutto da quelle immagini di mostri, per cercare di portare quel tipo di atmosfera da leggenda. Questo per introdurre l’idea di essere in un posto mitico per un film che si pone a metà tra realtà e leggenda. L’introduzione con i mostri marini non era stata pensata fin dall’inizio. Ero stato invitato in Bassa California, in Messico, per realizzare un video con immagini subacquee e nuotare con gli squali balena. È stata un’esperienza intensa, quasi spirituale. Per il mare della Galizia è una figura piuttosto strana. Così l’idea di realizzare un mostro dalla figura di un pesce, uno squalo o una balena, era qualcosa legato al mito. Non doveva essere reale. Il film lavora anche su una parte di storia vera, che parte dal sommozzatore che interpreta se stesso. Quindi la storia parte da qualcosa di reale e poi da lì abbiamo iniziato a creare tutta la leggenda. È stato lo stesso anche per lo squalo balena. Una persona ha detto di aver visto un mostro marino ma in realtà era uno squalo balena per cui c’è una connessione tra realtà e mito, che rappresenta qualcosa di soggettivo.

Quindi la storia della sparizione di Rubio è reale?

Lois Patiño: Non la sua scomparsa ma la sua storia. È un sommozzatore di quel villaggio, che è riuscito a recuperare più di trenta cadaveri di marinai dispersi in mare. È un mare molto pericoloso e nel corso della storia ci sono stati molti naufragi e questo sommozzatore conosce molto bene le correnti di quel mare. Non ha paura di andare al largo e recuperare tutti quei corpi. Abbiamo riportato la sua storia ma in questo caso è lui che scompare, è il suo il corpo che va recuperato. Siamo partiti dalla sua storia per poi creare la leggenda attorno a lui.

Il film in qualche modo verte su un conflitto tra la natura e l’intervento umano, spesso nefasto, che qui è rappresentato dalla diga e dalla moria di pesci che si presume causata dall’inquinamento. Puoi dirmi come avete lavorato in questo senso?

Lois Patiño: Il film si sviluppa attorno due spazi: uno riguarda il mare, l’oceano e l’acqua mentre l’altro è la morte. Sono due elementi misteriosi che evocano molte risonanze, sia mitiche che simboliche. La diga entra in scena perché in qualche modo la sua architettura incide sul paesaggio stesso e contiene moltissima acqua. Alla fine è usata come catarsi del film, con tutta l’acqua che fuoriesce. Abbiamo usato questo come parallelismo con i fantasmi che rimangono in questo limbo oltre la morte. Alla fine è stato come se i fantasmi uscissero, come se loro fossero l’acqua che va al mare dove c’è il mostro marino. È legato a questo, la massa d’acqua tra le montagne come parte del paesaggio, per cui tutto gira attorno alla presenza della diga. Per quanto riguarda i pesci morti, uno dei personaggi dice che tutta l’acqua della diga avvelena il resto dell’acqua, ma poi un altro dice che il mostro è il mare stesso, un altro dice che è la luna e un altro ancora dice che il mostro è Rubio. Le leggende sono indefinite, perché una leggenda nasce da molte contraddizioni. Il film è costruito con le voci corali di tutto il villaggio, ogni persona dice qualcosa di differente. L’idea sui pesci è come una sorta di incantesimo, tutto il villaggio è colpito da questo. Non si sa se sia la luna oppure il mostro marino, ma in qualche modo colpisce anche i pesci.

Perché raffigurare i fantasmi con dei lenzuoli, come nelle storie infantili?

Lois Patiño: Come le streghe anche i fantasmi. Non volevamo focalizzarci sull’origine della parola “strega”, non con tutto quello che è successo, politicamente e socialmente, che ha colpito le donne. Abbiamo voluto lavorare restando a metà tra l’archetipo e l’immagine popolare sia della strega che del fantasma. La rappresentazione dei fantasmi con i lenzuoli è nata nel Medioevo, quando i cadaveri venivano coperti con i sudari, ecco perché appaiono così. Nel mio film ho voluto lavorare sulla rappresentazione di quel periodo ma anche sul processo di elaborazione del lutto e la necessità delle persone di dire addio ai morti. Mi è piaciuta l’idea di coprire i fantasmi con le lenzuola come rituale di addio. Inoltre, per me è molto interessante tutta la genealogia riguardante i fantasmi. Com’è nata l’immagine dei fantasmi con le lenzuola? Proprio perché coprire così i corpi era un rituale di saluto.

Anche il fatto che le streghe siano tre rappresenta un archetipo, le tre Parche o Moire, o le tre streghe del Macbeth.

Lois Patiño: Volevo che fosse una favola o una leggenda e quindi in tutti quegli aspetti ho lavorato con elementi popolari come il mostro marino, le tre streghe e la luna. Il film si sviluppa a metà tra morte e vita, realtà e mito ma anche realtà e dimensione del sogno. Infatti ci sono dei personaggi che dicono: «Siamo nel sogno di qualcuno, siamo nel sogno del mare dormiente» o qualcosa del genere. Abbiamo anche voluto toccare il tema del terrore sotto certi aspetti.
Il film è in un certo senso un documentario perché abbiamo realizzato dei ritratti delle persone del luogo, come appunto l’interprete del marinaio che è davvero un marinaio. Ed è così per tutte le altre persone del villaggio. Ma poi d’altra parte è anche una leggenda, un film sperimentale in cui immergersi e in qualche modo diventa anche un film del terrore. Abbiamo voluto mescolare tutti questi generi.

Lúa vermella mi ricorda molto Cuore di vetro di Werner Herzog, è un tuo punto di riferimento?

Lois Patiño: Sì, per i personaggi in stato di ipnosi, c’è un riferimento in questo aspetto. Anche i personaggi di Lúa vermella sono come paralizzati, non artificialmente, ma è come se fossero in una dimensione introspettiva per cui meditano, riflettono e sono fuori dallo spazio reale perché sono dentro la loro mente. Volevo esplorare l’esperienza del tempo. Mi piace molto il filosofo francese Gaston Bachelard che ha parlato di separazione tra tempo orizzontale, che è quello che fluisce, con il mare e il vento, il tempo della natura, e tempo verticale che è quello della coscienza, della rivelazione e della spiritualità. È il momento in cui ti connetti con lo spazio e la materia e c’è una rivelazione. Mi piacciono queste due differenze. Poi c’è anche Bergson, che ha parlato di differenza tra tempo interno e tempo esterno.

Il nome Rubio, che è un colore, ha a che vedere con gli elementi cromatici del film?

Lois Patiño: In città viene proprio chiamato così. Rubio perché è biondo, è riferito al colore dei suoi capelli ed è una figura molto conosciuta nel paese. Non solo per quello che ha fatto in mare, ma anche perché è un personaggio molto curioso anche nella vita reale. Balla tutto il tempo, e allo stesso tempo ha fatto tutti quei recuperi in mare. Abbiamo scoperto la sua storia un paio di settimane prima di iniziare le riprese, ma lui si è connesso così perfettamente con tutti gli aspetti che volevamo esplorare nel film, dal mare come mistero e presenza pericolosa al processo di elaborazione del lutto. Tutti gli elementi di questa storia possono essere elevati a leggenda, ma in particolare i punti principali del film: mare e morte, insieme, con tutti gli aspetti evocativi che li riguardano.

Che importanza hanno per te quei luoghi del film?

Lois Patiño: Abbiamo girato in due location. Nell’entroterra galiziano, per la foresta, la diga e altro, e nella parte costiera per le scene di pesca e il villaggio. Tuttavia non è un villaggio in sé quanto più l’idea di un villaggio costruita da diversi luoghi. È la stessa area costiera che ho ripreso in un mio precedente film, Costa da morte, presentato a Locarno nel 2013. Lúa vermella è in qualche modo l’altra faccia di questo mio film precedente, perché l’altro era un documentario che rifletteva sull’identità di un paesaggio, dove storia e leggenda si incontrano, ma concentrandosi principalmente sulla realtà. In questo invece andiamo oltre la realtà fino ad arrivare al mito, per cui ci concentriamo sulla realtà ma partendo dagli aspetti del mito, mentre dall’altra parte era l’opposto, cioè un focus sulla leggenda ma partendo dalla realtà. Addirittura alcune delle scene sono state girate negli stessi luoghi. Mi piaceva perché era una prospettiva differente dello stesso posto.

Quanto è importante per te girare film in una lingua minoritaria come il galiziano?

Lois Patiño: Non è solo parte dell’identità, ma anche dei suoni di quel luogo e del paesaggio. Credo che sia importante perché si tratta di un film che cerca anche di riflettere su elementi che costituiscono l’identità di una cultura. C’è questo immaginario mitico che collega tutte queste culture differenti, con le streghe, con la processione dei fantasmi che noi chiamiamo Santa Compaña, quando i fantasmi sono intrappolati in un limbo e finalmente riescono ad andare nell’aldilà. È una parte molto forte della cultura galiziana, come anche la figura della strega. In Galizia si chiama meiga, una figura a metà tra una strega e una persona con ampie conoscenze botaniche, per cui è molto più collegata alla realtà rispetto all’idea di strega più diffusa. Ovviamente è qualcosa di molto importante per l’identità galiziana, come il discorso della lingua. Il film va nella stessa direzione che stanno portando avanti molti artisti e scrittori della Galizia: alcuni dei quadri che si vedono, quando c’è la scena con la donna che osserva i dipinti dei mostri, sono realizzati da un pittore galiziano, Urbano Lugris, che riflette molto su questa fantasia del mare e le immagini legate all’acqua. Inoltre, c’è anche uno scrittore, Álvaro Cunqueiro, che parla molto delle leggende del territorio galiziano e che ha scritto questa frase molto importante per noi: «Questo grande animale chiamato oceano, respira due volte al giorno», riferendosi alle maree e vedendo l’oceano come un grande mostro. Ci ha ispirato molto, ho cercato di connettermi con l’identità galiziana.

Info
Lúa vermella sul sito della Berlinale.

Articoli correlati

  • Berlinale 2020

    Lúa vermella recensioneLúa vermella

    di Presentato nella sezione Forum della 70 Berlinale, Lúa vermella è il secondo lungometraggio del filmmaker galiziano Lois Patiño, un affresco della sua terra, dominata da conflitti tra elementi primordiali, acqua e terra, colori, progresso e tradizione fatta di miti di streghe e mostri marini.
  • Festival

    Berlinale 2020

    Berlinale 2020 significa non solo che il festival taglia il prestigioso traguardo delle settanta edizioni, ma anche che l'era di Kosslick è oramai alle spalle, ed è iniziata quella di Carlo Chatrian. Un nuovo corso che non voler smonta l'anima del festival, ma apre a mondi che finora avevano solo lambito Potsdamer Platz.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento