Lúa vermella

Lúa vermella

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Presentato nella sezione Forum della 70 Berlinale, Lúa vermella è il secondo lungometraggio del filmmaker galiziano Lois Patiño, un affresco della sua terra, dominata da conflitti tra elementi primordiali, acqua e terra, colori, progresso e tradizione fatta di miti di streghe e mostri marini.

Galizia magica

In un villaggio sulla costa galiziana la vita degli abitanti è come rallentata, vivono immobili nel proprio territorio, tra distese fangose, strade, sospesi tra l’immenso muro di cemento di una diga e uno scoglio misterioso, dalla forma di onda, in cui si incagliò affondando la nave di Rubio, un marinaio e sub che ha salvato molti naufraghi. Rubio è scomparso e per la sua ricerca si cimentano tre streghe. [sinossi]

Il cinema di Lois Patiño è fatto di elementi primigeni, di loro eruzioni, combustioni, deflagrazioni, come il fuoco in La Imagen Arde e Costa da morte, di colori che possono inghiottire l’immagine o verso i quali tutto può improvvisamente essere virato, come in Montaña en sombra o in Noite Sem Distância. Un cinema di territori estremi, come il deserto marocchino di Fajr, che non può che trovare come luogo d’elezione quello della sua stessa regione, la Galizia, ultimo lembo di terra del Vecchio Mondo proteso nell’oceano. E alla Galizia Lois Patiño torna nella sua ultima opera, Lúa vermella, presentata nella sezione Forum della 70 Berlinale. La finis terrae si concentra in un villaggio dove il conflitto tra terra e mare pervade ogni cosa. Un villaggio segnato dal contrasto tra civiltà e natura. La prima è rappresentata da una grande diga, una gigantesca costruzione artificiale che imbriglia l’acqua, l’elemento primario che sgorgherà in questo film. Una costruzione di cui vediamo anfratti e cunicoli, nonché la centrale operativa come il covo (in stile Ken Adam) di un villain di 007, con una parete fatta di roccia. Già un viraggio cromatico si evidenzia sul grande muro in cemento, che si capisce essere umido, infiltrato, pronto a far sgorgare tutta quell’energia idrica nel finale, corrispondente al grande viraggio complessivo verso il rosso. Un finale che ricorda un’altra celebre frantumazione di una diga al cinema, quella de La foresta di smeraldo di un regista come John Boorman la cui filmografia è parimenti tutta protesa tra natura e cultura. E di converso fa pensare a una deflagrazione che invece non potrà mai avvenire nella diga cinese delle Tre gole, che conosciamo per il film Still Life che coglie il momento precedente, di irreggimentazione della natura e della popolazione, imbrigliata da pareti di un sistema oppressivo che non potranno mai essere scalfite.

La presenza di questo grande manufatto umano, la diga di Lúa vermella, è considerata dagli abitanti la causa della contaminazione delle acque che porta alla moria dei pesci, in realtà semplicemente in quanto simbolo dell’intervento umano perché un impianto idroelettrico come quello connesso a una diga non dovrebbe in teoria rilasciare sostanze tossiche. Il valore, positivo o negativo, della diga è discusso da due personaggi, sempre in stato di trance, rivolti in direzione opposta sul ciglio di una strada. Lui vede un danno nella chiusura dell’impianto, lei lo vedeva per la sua apertura. Al capo opposto, del manufatto artificiale, ci sta un altro principio, un manufatto naturale anche questo connesso all’elemento acquatico, lo scoglio, la cui forma ricorda quella di un’onda, un oggetto misterioso e inquietante, responsabile dei naufragi di molte navi, in quel mare ostile.

In mezzo a questi due poli opposti ci sta la gente del villaggio, con il suo antico sapere, le sue credenze e superstizioni, le leggende dei pescatori. In un lembo di terra da cui partivano navi verso l’ignoto in un oceano che si immaginava popolato da mostri marini terrificanti, come lo erano Scilla e Cariddi per i navigatori che si avventuravano nel profondo Mediterraneo. Lúa vermella comincia proprio con le mappe nautiche dell’epoca, contrassegnate da piovre e draghi per concludersi con le riprese, da documentario naturalistico, di un finto mostro marino, uno squalo balena, un gigante dei mari che tuttavia è un essere innocuo che si nutre di plancton. Gli abitanti del villaggio vivono come catatonici, come i personaggi di Cuore di vetro di Herzog. La loro esistenza è ai limiti della vita tant’è che a un certo punto indossano dei lenzuoli per diventare fantasmi, secondo quell’iconografia popolare nei racconti d’infanzia. E al centro di tutto ci sta l’eroe scomparso, Rubio, dal nome pure ‘cromatico’ (biondo), alla cui ricerca vengono scomodate pure tre streghe di macbethiana memoria. Se nel film di Herzog c’era un Santo Graal da cercare, il segreto del vetro rosso, qui la ricerca è dello stesso Re Artù in declino che rimane sospeso in un limbo acquatico. A tingersi di rosso sarà tutto il mondo, governato da principi cosmici, dalla luna che, con il fenomeno delle maree, influisce nel principio dell’acqua. Ancora un viraggio tipico del regista, ma già tendente al monocromo era la parte sottomarina del relitto. Dobbiamo vedere la parte finale di Lúa vermella come una rivincita della natura, come ne La foresta di smeraldo, in qualche modo governata da influssi celesti? Lois Patiño non è così facilmente schematizzabile, è un artista fluido come gli elementi ancestrali del suo cinema.

Info
Lúa vermella sul sito della Berlinale.

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