Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

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Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è con ogni probabilità il capitolo programmaticamente più “infedele” dell’intera saga cinematografica, eppure allo stesso tempo appare come quello che meglio di altri ha saputo cogliere in profondità lo spirito dei romanzi di J.K. Rowling. Il merito va attribuito in gran parte ad Alfonso Cuarón, unico regista non anglofono dell’intero progetto produttivo.

Guardati dai Dissennatori

Il terzo anno da studente di Hogwarts per Harry Potter si apre con una notizia raggelante: il pericoloso criminale Sirius Black, fervente seguace di Voldemort, è riuscito a schivare i controlli dei terribili Dissennatori ed è evaso da Azkaban, la prigione dei maghi. Il suo unico scopo? Uccidere Harry… [sinossi]

Tre, si sa, è il numero perfetto, anche all’interno del mondo magico in cui si svolgono le avventure create da J.K. Rowling. Tre sono i doni della Morte, tre sono le “maledizioni senza perdono” (Cruciatus, Imperius e ovviamente la più letale di tutte, Avada Kedavra), un terzetto è tanto quello composto da Harry con Hermione e Ron quanto quello che vede Tiger e Goyle affiancare il loro leader Serpeverde, Malfoy. All’interno dell’eptalogia letteraria dedicata al giovane mago il terzo capitolo, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, segna a suo modo un vero e proprio cambio di prospettiva, del tutto logico e inevitabile se si legge la saga come un lungo romanzo di formazione. Harry, e con lui i suoi migliori amici, entra nell’adolescenza, abbandona l’infanzia che l’ha conformato fino ai fatti della Camera dei Segreti e si ritrova nel bel mezzo della pubertà, con tutto ciò che questo comporta. Non solo smottamenti ormonali, che per di più nell’adattamento cinematografico vengono quasi completamente espunti (non per chissà quale vena censoria e moralista, ma perché la scelta dello sceneggiatore Steve Kloves è quella di puntare con maggior forza sull’impianto d’azione, relegando in secondo piano i tormenti personali del singolo: una scelta che pagherà dazio sul grande schermo in particolar modo quando si rafforzerà l’attrazione sottaciuta tra Hermion e Ron), ma anche e soprattutto presa di coscienza del proprio ruolo all’interno di uno scacchiere pericoloso, e letale. Il prigioniero di Azkaban è Sirius Black, il padrino di Harry che tradì i suoi amici del cuore per far parte delle legioni oscure di Tom Riddle alias Voldemort: Azkaban è la prigione dei maghi, un luogo che non ragiona molto sul concetto di riabilitazione del detenuto, portato progressivamente alla pazzia dall’isolamento e dalla presenza degli angosciosi Dissennatori. Di tutte le avventure del giovane Potter questa è quella, insieme a Harry Potter e l’Ordine della Fenice (che subirà lo scempio peggiore da un punto di vista di adattamento cinematografico), in cui con maggior precisione l’afflato fantasy si tramuta nell’occasione per sondare l’animo umano, le sue più insondabili paure, lo splendore e l’orrore del crescere e del maturare.

Dopo i due film ad altezza bimbo orditi da Chris Columbus la Warner Bros. decide di cambiare il regista (ma l’autore di Harry Potter e la pietra filosofale e Harry Potter e la Camera dei Segreti rimane nelle vesti di produttore), forse anche per modificare in qualche modo il registro espressivo. Stando alle cronache vengono contattati Marc Forster, M. Night Shyamalan – che declina perché al lavoro su The Village –, Guillermo del Toro che ha da poco diretto La spina del diavolo, ma anche Kenneth Branagh. Alla fine la scelta ricade sul messicano Alfonso Cuarón, che con la Warner Bros. ha già girato nel 1995 La piccola principessa, prima di raggiungere il successo internazionale una volta tornato in patria con Y tu mamá también, presentato alla Mostra di Venezia nel 2001. Cuarón, che resterà l’unico regista non anglofono nell’intero percorso produttivo delle avventure di Harry Potter, non è un lettore dei romanzi di Rowling, e non ha amato particolarmente i due capitoli diretti da Columbus. Questo aspetto, che può apparire relativo, permette al regista di eludere qualsivoglia tipologia di dogma, sia nei confronti della pagina scritta che, e forse in misura ancora maggiore, verso ciò che è stato già tradotto in immagini. Il suo film, come il Platano Picchiatore che rimette le foglie a primavera (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è l’unico film della saga a riflettere in modo compiuto, e per niente banale, sul concetto di tempo), non si accontenta dell’immaginario predigerito, e si muove in beata solitudine al punto da apparire a tratti quasi come un corpo spurio, una diramazione rispetto al terreno già battuto. Un punto di svolta, che tale non sarà perché i successivi film, in particolar modo da quando saranno sotto l’egida – piuttosto mediocre – di David Yates, preferiranno la comodità dell’ovvio, il gioco sull’icona già accettata come tale. È un film profondamente infedele, quello che porta a termine Cuarón, ma proprio per questa sua qualità risulta essere anche quello che con maggior pervicacia e ostinazione cerca – riuscendovi – di cogliere in profondità il significato intimo del romanzo, il valore intrinseco e non solo spettacolare della pagina scritta.

Cuarón firma un fantasy fiammeggiante, tutt’altro che solare – con questo aggettivo si scansò dal progetto del Toro, che tornerà poi a mettere in scena l’infanzia e il fantastico nel fondamentale Il labirinto del fauno appena un paio di anni più tardi – eppure allo stesso tempo in grado di giocare in continuazione con le aspettative del pubblico, come testimonia l’illuminante (è proprio il caso di dirlo) incipit nel quale sulle note oramai celebri di John Williams Harry, a casa degli zii babbani durante le vacanze estive, si allena a fare luce sotto la coperta evitando di farsi scoprire dallo scorbutico zio Vernon. Tra retaggi del cinema muto quali l’iride e sfruttamento consapevole delle potenzialità degli effetti visivi digitali, il regista messicano porta a termine un’opera che parla direttamente al suo pubblico, in gran parte infantile e adolescenziale, ma lo fa con un’attitudine colta, lavorando sul concetto di prospettiva, rielaborando l’immaginario degli anni Ottanta senza retrogusto nostalgico, e concentrandosi sui suoi protagonisti: laddove saranno ben presto ridotti a mere funzioni del marchingegno spettacolare, Harry e i suoi amici rappresentano in questo film il cuore pulsante dell’azione. Tutto si genera e si sviluppa partendo dalle loro riflessioni, dagli stati di eccitazione e noia, dalle ossessioni – per lo più di Harry – e dal sogno/incubo di vivere una realtà al di fuori della realtà conosciuta e accettata. Molto più che nei precedenti film, in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban si avverte l’ombra scura e minacciosa della Morte: nella sua confezione impeccabile il film, grazie a Cuarón, riesce a trovare una propria dimensione tragica, mai realmente esplicitata ma perturbante, soprattutto per gli spettatori più piccoli. Proprio in questo senso si avverte la comunanza di sensi tra il regista e J.K. Rowling, nonostante la trama venga riscritta molto più che in altre occasioni: viene naturale vagare con la mente in direzione della riflessione sulla fedeltà della traduzione che J.R.R. Tolkien inserì nel saggio Sulla fiaba, e che resta uno dei testi impossibili da eludere quando si ha a che fare con il fantastico. Divertente e inventivo, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è con ogni probabilità l’unico titolo di questa saga cinematografica, insieme al primo, a poter godere di vita propria al di fuori del contesto meramente seriale. E resta uno dei non troppi fantasy hollywoodiani dell’ultimo ventennio meritevole di memoria spettatoriale e critica.

Info
Il trailer di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban.

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