Intervista a Uisenma Borchu

Intervista a Uisenma Borchu

Nata nel 1984 a Ulaanbaatar, in Mongolia, e trasferitasi dal 1988 a Berlino, Uisenma Borchu si è diplomata in cinema documentario alla Hochschule für Fernsehen und Film München e il suo film di diploma, Schau mich nicht so an, è stato presentato a vari festival, ottenendo numerosi riconoscimenti, il premio come migliore opera di un cineasta esordiente e il premio Fipresci al Munich Film Festival, il Grand prix nella competizione per nuovi talenti al Taipei Film Festival. Ha poi scritto e diretto la pièce teatrale Nachts, als die Sonne für mich schien per il Münchner Kammerspiele. Schwarze Milch è il suo secondo lungometraggio. Abbiamo incontrato Uisenma Borchu durante la 70 Berlinale, dove Schwarze Milch è stato presentato nella sezione Panorama.

Lo stile di Schwarze Milch si avvicina molto al documentario etnografico, con le riprese di usi e costumi della popolazione nomade nel deserto del Gobi. Le immagini del film, i paesaggi della Mongolia, il deserto del Gobi, e gli abiti tradizionali, non hanno nulla dell’estetica patinata da National Geographic cui ormai siamo abituati. Come hai lavorato alla fotografia?

Uisenma Borchu: Volevo lavorare nel modo più grezzo possibile. Sullo schermo arriva il momento in cui sei onesto, in cui puoi esserlo davvero. I nomadi sono persone molto oneste, non hanno lati da nascondere perché ogni giorno si devono adattare alla natura, cercando di sopravvivere. Ecco perché quando parli con loro, non cercano mai di nascondere qualcosa. Volevo davvero adattarmi a questa attitudine, a una sorta di vita nella natura. Credo che forse io stessa ho questo tipo di attitudine, come loro che sono grezzi ma portano i segni del tempo sul loro volto e con il loro bell’atteggiamento in quanto esseri umani. Per questo ho scelto di essere così grezza nel lavoro, per mostrare la vera bellezza, quella che viene da dentro.

Le scene di macellazione delle capre sono difficili da sostenere per noi, abituati alla carne acquistata dal macellaio. Ma ho colto un rispetto verso l’animale che deve essere sacrificato, e un omaggio alla sua anima. Tutto questo rientra in un peculiare rapporto che quella popolazione mantiene con la natura, l’ambiente e gli animali. Puoi parlarcene?

Uisenma Borchu: Mi ricordo che quando avevo dieci anni ed ero ancora una bambina, eravamo nel deserto e qualcuno aveva detto che era giunto il momento di uccidere una capra, ed era stata scelta una capra nera. E io fino a quel momento stavo saltando con lei, le davo delle pacche sul sedere e giocavo con lei. Poi mio padre è venuto da me e mi ha detto: «Che cosa stai facendo? Non giocare con la capra, oggi questo animale perderà la vita». Io ero così spaventata dall’idea di toccarla, è stato piuttosto scioccante per me essendo ancora una bambina. Da quel momento ho sempre pensato all’idea di togliere la vita, di mangiare qualcuno o qualcosa senza aver chiesto il permesso, semplicemente perché la vita è così. E mi sono sempre chiesta, nella vita, perché non non provassi dispiacere per un animale, di cui stavo mangiando la carne. Mi ricordo ancora bene questa parte della mia vita. Per quanto riguarda Terbish, l’uomo nomade che macella la capra, gli ho semplicemente detto: «Fai come faresti di solito, voglio che mi porti dentro a tutto questo, voglio che tu dica: “Va bene, vieni e mangiamo”». Ovviamente ci siamo molto allontanati dalla nostra natura. Quelle scene di macellazione permettono di comprendere il nostro modo di vivere, anche in relazione con Terbish, lei è così innamorata di lui, vuole fare l’amore con lui. E invece l’unica cosa che lui le mostra è come uccidere. E poi sventra la capra e questa è la vita reale. I mongoli dicono ormai da secoli che quello è il metodo più veloce per uccidere una capra, ma io non saprei. Tuttavia, credo che ci siano diversi popoli a sostenere che un metodo o un altro siano quelli migliori, mentre i mongoli dicono semplicemente che questo è il più veloce, prendendo e strappando l’aorta che parte dal cuore.

Parliamo invece del serpente che compare quando Ossi fa il bagno proibito nel latte. Mi ha evocato l’immagine biblica del peccato ma immagino che la religione cristiana sia estranea a quella popolazione. Che significato ha?

Uisenma Borchu: I mongoli dicono che è un animale molto pericoloso, è un messaggero che proviene dalla montagna sacra. Quando vedi un serpente, devi fare molta attenzione e non ferire una creatura del genere. Volevo usare questo, perché tutti sanno che il serpente è un animale che simboleggia molte cose.

I personaggi del film non sono attori professionisti, come li hai scelti, come hai lavorato con loro?

Uisenma Borchu: Le prime immagini che ho avuto in testa sono nate da mia cugina, che nel film interpreta mia sorella. La vedevo e pensavo: «Perché penso a lei così tanto?» e così ho iniziato a riflettere sui miei stessi pensieri. Credo che volessi tornare indietro, trovare le tracce che ho lasciato quando ero ancora bambina. Anche perché quando sei piccola e devi partire, lasciare i luoghi della tua vita, i tuoi genitori dicono di andare, provi ovviante un dolore. A un certo punto della tua vita tutto ciò si fa nuovamente sentire. Ho chiesto a mia cugina di interpretare questo ruolo e lei mi ha risposto: «Va bene, una donna nomade posso interpretarla, ma una di città no». Io stessa le ho detto che ce l’avrebbe fatta perché lei proviene dal sud del Gobi e conosce quello stile di vita. Per quanto riguarda Terbish, l’ho incontrato due anni fa e mi sono praticamente innamorata del suo modo di fare. Perché lui è un artista senza sapere di esserlo. Suona la tuba e la chitarra, sa costruire una iurta con del calcestruzzo. Direi che è piuttosto creativo. Inoltre, sa fare cose che tutti gli altri uomini non sono esattamente in grado di fare. E non ha mai mostrato emozioni, non rideva, non era triste e tutto questo mi piaceva. Era semplicemente un uomo paziente e ho trovato che poteva essere molto bello da inserire in un film. Non facevo le prove con lui, ero molto diretta. Lavoravamo con una troupe molto piccola. C’eravamo solo il fonico, il direttore della fotografia e io. Questo perché se avessimo avuto una crew più grande allora forse i nomadi avrebbero perso la loro libertà e io volevo realizzare il tutto in maniera molto sciolta, mantenendo l’ambiente sicuro per loro. A volte ridevamo per tutto il tempo, ma a un certo punto i nomadi erano in grado di tirare fuori la loro libertà ed era molto bello.

Questo è il tuo secondo film, mi sembra un’opera molto sentita che nasce da un tuo desiderio profondo, di parlare della tue origini, della tua cultura d’appartenenza.

Uisenma Borchu: Credo di aver voluto parlare dell’arroganza, di quando qualcuno ti dice di essere migliore di te. Io sono cresciuta in Germania e mi sono trovata a fare i conti con il razzismo, e soprattutto quando ero nel periodo della pubertà mi sentivo spesso apostrofare con frasi del tipo: «Sei l’ultima arrivata, torna nel tuo paese». Il razzismo è anche in Germania, è ovunque. Tuttavia, penso di aver iniziato anche a riflettere sull’arroganza delle persone e volevo davvero tornare indietro per ritrovare la mia identità interiore, quella che forse avevo lasciato indietro quando ero ancora una bambina. Mi chiedevo chi sarei stata oggi se non avessi lasciato il mio paese, forse sarei stata come Ossi, una ragazza nomade. Per cui volevo che queste due mie identità si incontrassero e ovviamente c’è stato uno scontro. Forse l’altra è quella arrogante o forse lo è la donna nomade, in ogni caso lo scontro riguarda sempre il potere. E riguarda l’arroganza di dire o insegnare agli altri qualcosa, come «Quello che stai facendo non è corretto per cui ti dirò io come devi vivere in questo mondo». Ero interessata a questo.

C’è una scena nel film di violenza da parte di un uomo che entra nella iurta di Wessi e Ossi. Wessi riesce però a ribaltare, si presume con l’immaginazione, il rapporto di potere tra uomo e donna. Puoi parlarmi di questa scena?

Uisenma Borchu: Si tratta di qualcosa che succede spesso a molte donne che vivono da sole. Ho sentito molte storie a riguardo per cui ho voluto fosse parte del copione. Lasciano la porta aperta e ogni volta che qualcuno passa di lì, entra, chiede del tè e cibo, perché nel deserto c’è questa regola: devi accogliere questa persona, devi offrirgli del tè. Questo perché il deserto è un posto molto pericoloso per un essere umano e quindi i nomadi si comportano così. Quando poi l’ospite se ne va dalla iurta, a sua volta la lascia aperta in modo che qualcun altro di passaggio possa comunque entrare. E ovviamente succedono molte cose, soprattutto stupri e molestie, ma le persone, in particolare le donne, non ne parlano perché se no il loro nome rischia di subire un’onta, di macchiarsi. Tutti stanno in silenzio. Ero intrigata e per me aveva una certa attrattiva mostrare che anche se il corpo viene violato, non puoi violare una donna dentro, non puoi toglierle il suo potere e la sua dignità. Ero interessata a mostrare questo lato, non mostrando la donna come una vittima ma mettendo in risalto il suo potere e forse anche il “latte nero”. Questo perché da piccola ho sentito molte storie sulle streghe, sia in Germania che in Mongolia. E soprattutto in Mongolia mia madre mi raccontò di questa strega con i seni tanto lunghi da metterli sopra le spalle e i lunghi capelli neri… credo che siano forse vecchie storie delle Amazzoni. Le persone inventano sempre storie che mettono in cattiva luce le donne, le etichettano così ma penso che non riconoscano la vera forza di una donna. E questa è la forza per me.

Nella nostra cultura di massa l’immaginario erotico è sempre molto stereotipato, patinato, legato a corpi giovani. Nel rappresentare l’attrazione della tua protagonista per un uomo anziano come Terbish, hai ancora voluto rappresentare una cultura diversa?

Uisenma Borchu: Lo stereotipo è molto comune anche in Mongolia, per cui sin dall’inizio delle riprese c’erano sia donne nomadi che di città che mi chiedevano, sorprese: «Terbish è nel tuo film?» e quando rispondevo affermativamente commentavano cose del tipo: «Ma ha la pelle scura, è sporco, è nomade». Per me però è un uomo bellissimo, con una bellezza interiore e con questo suo carisma particolare. Ovviamente non mi piace questo stereotipo diffuso e io voglio persone vere, uomini veri con cui lavorare. E credo che Terbish abbia sempre avuto una vita sessuale un po’ oscura e nascosta. Volevo confrontarmi con lui, con la nudità e la sessualità, volevo la sua reazione onesta. Forse l’ho un po’ sfruttato, ma credo fosse una cosa buona. Ovviamente a volte mi diceva di non essere a suo agio nell’essere ripreso nudo, e un po’ mi dispiaceva per lui. Ma cercavo di stimolarlo, dicendogli: «Dai, devi fare questa esperienza con te stesso».

Avendo a che fare con attori non professionisti, avrai anche dato spazio all’improvvisazione durante le riprese. Fino a che punto hai seguito una sceneggiatura?

Uisenma Borchu: Per ottenere fondi e finanziamenti ho dovuto mettere tutto insieme, anche i dialoghi, come in un vero copione. Però sapevo che non potevo dire ai nomadi: «Devi imparare questo», per cui davo loro i punti principali e poi volevo che fossero loro stessi, che si comportassero come avrebbero fatto normalmente. Era importante lasciarli essere se stessi. Ovviamente sono molto influenzata dal neorealismo italiano e da tutti i discorsi sul rapporto con la camera. Ho sempre sentito di avere un buon legame con la macchina da presa, sapevo quando una ripresa era buona. Non dovevo controllare ogni volta se la ripresa fosse venuta bene. Così non perdevo tempo, potevo andare avanti con i nomadi e fare tutto il resto.

Come è stato prodotto il film? È stato difficile reperire i fondi necessari?

Uisenma Borchu: Sven Zellner, il produttore e anche direttore della fotografia, ha anche collaborato per il mio primo lungometraggio Schau mich nicht so an. Per questo film ho pensato: «Siamo un team così piccolo in Mongolia e vogliamo che resti così, per cui magari possiamo pensarci noi stessi alla produzione». Così Sven e io abbiamo deciso di farlo, di occuparcene noi. Per quanto riguarda i fondi, in Germania se ne possono ottenere molti, ed è stato così che ce l’abbiamo fatta.

Quali difficoltà hai avuto nel girare nel deserto del Gobi?

Uisenma Borchu: Abbiamo avuto alcune difficoltà legate al tempo. Ma credo che tutto sommato la natura fosse dalla nostra parte, ogni volta che giravamo. Ad esempio quando dovevamo fare le riprese con il serpente, il mio manager della produzione ne aveva già portato uno con sé dalla capitale. È stato divertente perché quel giorno, nella iurta, la donna mi ha chiamato e ha detto: «Oh ma qui c’è già un serpente», è stata una coincidenza spaventosa. Poi volevamo riprendere i lupi che attaccavano le pecore, e durante la notte i nomadi mi hanno chiamata dicendo: «È successa una cosa, i lupi sono arrivati dalle pecore». Ovviamente eravamo un po’ spaventati anche perché sapevamo di non poter girare una scena autentica, perché non volevo uccidere nessun animale solo ai fini delle riprese. Per questo motivo ero abbastanza grata che i lupi avessero attaccato quel giorno, ma ero anche un po’ preoccupata perché non potevo dire «Ehi, voglio riprendere il tutto» e ho aspettato che i nomadi dicessero qualcosa. Sono stati loro a dirmi: «Questa è la nostra sorte, il nostro destino, devi riprenderlo» e così sono stata libera di farlo. Mi hanno anche detto che in realtà era una cosa positiva, perché quando i lupi attaccano scelgono sempre gli animali malati, una sorta di selezione naturale. Ma posso affermare che come team abbiamo avuto molta fortuna.

Info
La scheda di Schwarze Milch sul sito della Berlinale

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